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Passata la sbornia, torna il gelo sopra (al concorso di) Berlino

È durata poco la sbornia libera e rinfrescante che Postcards from the Zoo aveva portato con sé. Nella sua penultima giornata, infatti, il concorso del Festival di Berlino ritrova sé stesso: la sua natura un po’ retorica e pedante, i suoi livelli non altissimi.



È durata poco la sbornia libera e rinfrescante che Postcards from the Zoo aveva portato con sé.
Nella sua penultima giornata, infatti, il concorso del Festival di Berlino ritrova sé stesso: la sua natura un po’ retorica e pedante, i suoi livelli non altissimi.

Grande attesa c’era per il terzo e ultimo dei film tedeschi candidati all’Orso d’oro, il
Gnade di Matthias Glasner, regista che nel 2006 aveva ricevuto alla Berlinale un riconoscimento da parte dei critici tedeschi con The Free Will.
Questa volta il regista parla del connazionale Niels, che si trasferisce a Hammerfest (estremo nord della Norvegia, Circolo Polare Artico) per lavoro, trascinandosi dietro la moglie Maria e il figlio adolescente. Niels non è una bella persona: scontroso con la moglie con cui è in crisi, aggressivo sul lavoro, fedifrago seriale prima e dopo il trasferimento, poco attento e paziente col suo ragazzo.
Quando però Maria investe “qualcosa” di notte, e non si ferma per controllare cosa abbia urtato e solo quando arriva in casa si preoccupa di aver forse ucciso qualcuno, le cose cambiano. Perché effettivamente il “qualcosa” era una ragazza di sedici anni, e la dolce e paziente Maria (che di mestiere assite i malati terminali) si trasforma in una sorta di spaventoso buco nero della morale, che convince il marito a non rivelare nulla a nessuno e, indirettamente, contagia col il suo comportamento immorale anche il figlio solo apparentemente ignaro di tutto.
Niels, per converso, pare diventare quello buono e dotato di coscienza, dato che, assalito dalla colpa, molla l’amante, si riavvicina alla moglie e alla famiglia.
Gnade
- e il titolo inglese Mercy lo fa capire meglio ai non germanofoni - vorrebbe essere un film che ragiona con serietà e profondità su temi alti quali il peccato, la colpa, il rimorso, la redenzione e il perdono. Sulla pietà in senso laico e cristiano.
Vorrebbe.
Perché in realtà è un drammone un presuntuoso che mette in scena una storia il cui pitching, ovvero una sintesi di presentazione, potrebbe essere “due brutti esseri umani tornano felici dopo aver ammazzato una ragazzina”.
Il messaggio di responsabilità e speranza che Matthias Glasner (lungo curriculum televisivo alle spalle: e si vede) vorrebbe regalare allo spettatore, annacquato da un eccessivo formalismo (giustificabile solo in parte dalla grandeur naturale del setting), dalla scelta di affidare il ruolo della protagonista femminile a uno dei volti più respingenti del cinema tedesco (Birgit Minichmayr), finisce con il banalizzare tutto il racconto e per svilire tutta la parte, fondamentale, relativa alla colpa e alla responsabilità, alla possibilità di seria redenzione. E con risultare un racconto irritante e immorale.
Sprecata anche la brava norvegese Ane Dahl Torp, qui utilizzata nel ruolo dell’amante vagamente psicopatica (ma in fondo comprensiva) la cui battuta più significativa è, all'incirca, “Are we having an affaire? Yes? Than we should go and do some fucking.”
Voto: 1 e ½

Se Gnade è stato accolto dalla platea della stampa con un mix di applausi e fischioni, più positiva è stata l’accoglienza per l’ungherese Just the Wind.
Diretto da Bence Fliegauf, il film è ispirato a reali fatti di cronaca avvenuti tra il 2008 e il 2009 in terra magiara, quando alcune famiglie rom furono serialmente aggredite e uccise. Ma, specifica Fliegauf in una didascalia iniziale, l’ispirazione non vuol dire ricostruzione documentaria: e si tratta di una specifica utile visto che lo stile registico del film è quello di un naturalismo esasperato ed estenuante, con la macchina da presa che si attacca ai corpi e ai volti dei protagonisti: una madre e due figli rom che vivono tra la tensione generale quelle ore di violenza, scontrandosi con il razzismo quotidiano, la fatica del lavoro, l’ossessione del futuro.
Un film nel quale, a dispetto del tema impegnato e della provocatori età di certe scelte di messa in scena e del finale, l’autorialità un po’ punitiva prevale sull’impatto emozionale.
Voto: 2

En Kongelig Affære, invece, di certo non può dirsi autoriale o punitivo.
Megaproduzione in costume targata Zentropa Entertainment, scritta e diretta da Nicolaj Arcel, racconta la storia (vera) di come la Danimarca (e l’Europa) cambiarono radicalmente nella seconda metà Settecento con il matrimonio di Cristiano VII con la giovane Carolina Matilda e con il successivo ingresso a corte del medico illuminista Johannes Friedrick Struensee.
Perché Struensee ebbe grande influenza su un re depresso e schizofrenico, fino a quel momeno marionetta nelle mani di un Consiglio di Stato formato da nobili ultraconservatori, e perché divenne l’amante della giovane regina agendo assieme a lei per convincere Cristiano VII a varare riforme all’avanguardia che hanno gettato le basi di una certa struttura sociale e di pensiero della Scandinavia tutta.
Se nei giorni scorsi, parlando di film come Les Adieux a la Reine o White Deer Plain abbiamo parlato di “polpettoni” e melodramma storico, qui le due definizioni si fondono e si esaltano a vicenda.
Sfarzo scenografico e di costumi, stile di regia moderno ed energico e s(t)olide interpretazioni rendono tollerabile (agli appassionati del genere) questo vero e proprio feuilleton che ha comunque il merito di raccontare una Storia insolita e misconosciuta.
Voto: 2 e ½



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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