Out Stealing Horses: la recensione del film con Stellan Skarsgård in concorso al Festival di Berlino 2019

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Out Stealing Horses: la recensione del film con Stellan Skarsgård in concorso al Festival di Berlino 2019

Si parte nel novembre del 1999, a poche settimane - lo ricorda lo stesso protagonista, interpretato da Stellan Skarsgård - dal cambio di millennio. Poi si torna indietro fino al giugno del 1948, a pochi anni dalla fine della guerra, all’estate in cui quel protagonista aveva 15 anni, e tutto è successo: quel tutto che ha cambiato la sua vita, e che ancora riecheggia nel suo presente.
Fa avanti e indietro, il nuovo film di Hans Petter Moland, tra l’estate della giovinezza e l’inverno della vita, tra passato e presente, tra storie che sembrano moltiplicarsi all’infinito, come i suoi protagonisti si spostano da un pensiero all’altro, un amore all’altro, dalla Svezia alla Norvegia, dalla Natura alla Città, dalla vita alla morte.

Portando al cinema il romanzo di Per Petterson “Fuori a rubar cavalli”, che Moland ha adattato personalmente, Out Stealing Horses non rinuncia a niente, e investe con la sua sfacciata sovrabbondanza narrativa e retorica esattamente come con l’enfasi formalista della sua messa in scena, lasciandoci confusi, sopraffatti, vagamente stomacati come dopo un pasto troppo abbondante.
Non a caso, per quanto affascinante e seducente possa essere la natura verde e seducente della Norvegia della contea di Hedmark, dove è ambientata la storia estiva (e per quanto ogni film che parli di legname, e ti tagliare la legna, abbia su di me un certo ascendente), è impossibile non preferire alla parte di film che racconta il passato con toni più vicini a quelli di Ed Zwick che non a Malick, quella in cui si parla del presente dei protagonisti.

La parte invernale, sì. Anziana, certo.
E per questo, forse, più asciutta ed essenziale, meno retorica, più silenziosa e rigorosa. Certo, il fatto che in quella parte lì, nei panni del protagonista Trond e del suo link con il passato Lars, ci siano due attori come Skarsgård e  il norvegese Bjørn Floberg: che è meno noto da noi del collega svedese, ma non meno bravo.
Ma in fondo, è lì, nell’inverno dell’esistenza, che un film che parla di stagioni e momenti e di tempi, del ruolo svolto da noi stessi nella nostra vita attraverso le scelte nostre e degli altri, della possibilità di accettare quello che è successo senza amarezze e di decidere da soli quando il dolore è troppo, trova la sua ragione di essere.
Peccato Moland, a quella stagione e quella ragione lì, abbia privilegiato il passato, facendo il contrario di quanto poi han fatto i suoi personaggi.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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