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Oscar 2021, The Father e Sound of Metal, l'empatia del cinema per resistere al dolore

Tra i candidati all'Oscar 2021, Sound of Metal con Riz Ahmed e The Father con Anthony Hopkins trattano la sordità e l'Alzheimer non soltanto con grandi interpretazioni: la tecnica cinematografica ci apre le porte della vera empatia.

Oscar 2021, The Father e Sound of Metal, l'empatia del cinema per resistere al dolore

In questa vigilia degli Oscar 2021, The Father con Anthony Hopkins e Sound of Metal con Riz Ahmed sono i rappresentanti di un "sottogenere" molto amato dall'Academy, spesso calamita per le ironie: il film sulla malattia, di solito palcoscenico per un grande attore, premiato con l'Oscar per il suo studio meticoloso di una sofferenza umana. The Father e Sound of Metal non farebbero eccezione: il primo si concentra su uno dei mali più crudeli per l'uomo contemporaneo, l'Alzheimer e la demenza senile, mentre il secondo accompagna il protagonista nella sua accettazione della sordità. Senza voler assolutamente nulla togliere alle ottime performance di Hopkins e Ahmed, entrambi nomination come migliori protagonisti e indispensabili per la riuscita dei due lungometraggi, vorremmo concentrare l'attenzione su un altro aspetto: con quali mezzi tecnici a disposizione della tecnica cinematografica i rispettivi autori sono riusciti a trasmetterci empatìa per i due personaggi?

Sound of Metal, la poesia del sound design

Sound of Metal racconta il difficile percorso di accettazione della sordità da parte di Ruben (Riz Ahmed), un batterista metal. Già cosceneggiatore di Come un tuono, il regista Darius Marder sa che può contare sul sound design per farci toccare con mano la perdita dell'udito. Non è un caso se il sound designer Nicolas Becker e il suo team sono tra le nomination all'Oscar in questa categoria. Non si tratta di usare il suono in modo "invisibile", "di servizio", qui il suono o la sua distorsione è la base dell'esperienza. In un'intervista con Deadline, Becker ha paragonato l'offerta di un lavoro del genere a quella che un costumista potrebbe ricevere, se gli chiedessero di lavorare sul matrimonio di una regina.
Per dare solide radici alle intenzioni poetiche di Sound of Metal, Marder e Becker si sono chiusi per mezz'ora in una camera anecoica, per sperimentare cosa significhi non sentire nulla al di fuori di te stesso. Ci dice:

Siccome c'è un silenzio totale, inizi a sentire i tuoi tendini. Cominci a sentire il tuo battito cardiaco, la tua pressione sanguigna, il suono del tuo sistema uditivo. Per me è stato grande, molto importante per cominciare. Forse siccome Darius viene come me dal documentario, c'è un aspetto naturalistico per lui molto importante. Tutto il lavoro che abbiamo fatto sulla perdita di udito di Ruben, o anche sull'impianto cocleare, è molto documentato. Si avvicina molto alle descrizioni delle persone che hanno perso l'udito. Erano nate con l'udito poi l'hanno perso, quindi sono state in grado di descriverlo.

Importante, ci spiega Nicolas, è stato indagare sulla trasmissione del suono attraverso la materia e attraverso il corpo: un'analisi della propagazione del suono sott'acqua è stata per esempio un'ottima base per sviluppare l'approccio giusto al film. E i rumori del corpo sono stati registrati sul serio, con microfoni speciali duecento volte più sensibili dell'orecchio umano: Becker ha usato microfoni che si piazzano in bocca e registrano il respiro, oppure in grado di captare il rumore dello spostamento dei muscoli! Per quanto riguarda invece la riproduzione del suono particolare dell'impianto cocleare, Nicolas ha deciso di usare un software per scomporre una registrazione in suoni armonici e rumore, usando poi lo stesso software per ricombinarli: il risultato era straniante e distorto, proprio quello che Marder e lui cercavano.



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The Father, la lotta della scenografia e del montaggio

In The Father, diretto da Florian Zeller a partire da una sua pièce, l'anziano Anthony precipita nell'Alzheimer: la scelta di Zeller è molto empatica e complessa, perché invece di raccontarci la malattia linearmente, dal punto di vista di chi vi assiste con dolore (come è stato già fatto al cinema), sceglie di sottomettere la macchina cinematografica, in particolare scenografia e montaggio, alla crudeltà del morbo. Anzi, la straziante poesia sta nel modo in cui il "film" cerca di rimanere leggibile, in un ideale braccio di ferro con la malattia. L'Alzheimer assegna le stesse battute a persone diverse, che a volte hanno la stessa identità e altre volte sono disgiunte, il passato contraddice il presente e viceversa, scenografie diverse si fondono in una confusione inesorabile, irreversibile. Nell'ultimo anno Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman ha affrontato lo stesso argomento, ma se nel film Netflix la visionarietà ha forse preso il posto dell'empatìa, l'essenzialità spietata di The Father, quando abbiamo capito il meccanismo, abbatte le nostre difese. E si piange, prigionieri di un horror, che di sovrannaturale purtroppo non ha nulla.
Zeller ci dice, in un'intervista al Town & Country magazine:

Volevo far sperimentare al pubblico cosa significhi perdere l'orientamento. Volevo che il pubblico fosse attivo, che attraversasse il labirinto e si ponesse domande su ogni cosa a cui assiste. Abbiamo giocato proprio su quel senso di disorientamento, [...] era una sfida trovare quell'equilibrio delicato, creare quella sensazione senza telefonarla. [...]
Non volevo filmare una pièce, ho cercato di trovare le prerogative del cinema. Ho mantenuto la narrazione del testo teatrale, ma ho provato a usare i set: nel corso del film gli ambienti cambiano o si trasformano molte volte, non sei mai sicuro di dove ti trovi. Sei in un labirinto.

L'illusione si deve al lavoro meticoloso di Zeller col montatore Yorgos Lamprinos e con gli scenografi Peter Francis e Cathy Featherstone, tutti meritatamente in lizza per gli Oscar nelle rispettive categorie. Quando vi lascerete trasportare dalla performance scientifica di Anthony Hopkins, non dimenticate quello che lo circonda e che rende possibile uno dei veri miracoli della settima arte: sublimare la nostra condizione umana, anche quando porta dolore e sconfitta. Le parole di Florian Zeller nella stessa intervista si potrebbero applicare anche allo spirito di The Sound of Metal (pensate al traguardo di Ruben, al suo ascoltare se stesso prima che il mondo, accettando la barriera).

Ho preso la decisione dall'inizio di rimanere nell'appartamento, come in un lockdown, in modo che quello spazio diventasse uno spazio mentale. Alla fine, è quello che abbiamo sperimentato tutti in questo periodo: perderci in uno spazio mentale. È un'esperienza che ti sfida, ma è anche una cosa che abbiamo condiviso tutti. Siamo tutti connessi, e per me l'arte, specialmente i film, esistono per farci sentire parte di qualcosa di più grande di noi.

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