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Oscar 2020: tutti i miglior film candidati all'Academy Award

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Rivediamo insieme quali sono i film in lotta per per il premio Oscar più importante: dai favoriti 1917, Joker e Parasite fino a outsider come Le Mans '66 o Jojo Rabbit, passando per tutti gli altri. Scorsese e Tarantino compresi.

Oscar 2020: tutti i miglior film candidati all'Academy Award

Tutti i vincitori dei Premi Oscar 2020

Manca oramai pochissimo alla Notte degli Oscar, alla serata nel corso della quale verranno assegnati i 92esimi Academy Awards. E quindi, dopo aver passato in rassegna nei giorni scorsi le altre categorie principali, diamo uno sguardo più approfondito ai nome titoli in lizza al premio più importante, quello come miglior film, e alle varie possibilità di vittoria di ognuno di loro.

Le Mans '66 - La grande sfida

Di tutti e nove i candidati all'Oscar per il miglior film 2020, Le Mans '66 - La grande sfida è quello che ha forse meno chance di tutti di riuscire a portare a casa il premio. Certo, potrebbe dire qualcuno: se, come racconta il film di James Mangold, la Ford riuscì a battere la Ferrari, forse anche nella corsa all'Oscar potrebbe avvenire un miracolo simile. Ma, nonstante abbia dalla sua la grande forza del cinema classico (lo abbiamo definito un western con le auto al posto dei cavalli) che tanto piace all'Academy, e che da queste parti non lo si ritenga affatto un usurpatore, un titolo indegno di essere arrivato a nomination che abbiamo sentito dire in questi giorni, la sopresa appare più che improbabile.
Le Mans '66 - La grande sfida è il primo film diretto da Mangold a ottenere la massima candidatura, e con le quattro complessive è il secondo tra i suoi film per numero di nomination dopo Walk the Line, che ne ottenne cinque.

La nostra recensione di Le Mans '66 - La grande sfida

The Irishman

Per strano che possa sembrare, solo in anni recenti l'Academy ha ritenuto di candidare un film diretto da Martin Scorsese al premio Oscar per il miglior film. È accaduto la prima volta nel 2012 per Hugo Cabret, la seconda due anni dopo per The Wolf of Wall Street. In nessuno dei due casi i film riuscirno a trionfare, superati nel primo caso da The Artist, nel secondo da 12 anni schiavo.
D'altronde, per capire i meccanismi dell'Academy e la loro distanza dall'effettivo valore artistico e storico dei film, basta anche pensare al fatto che Scorsese è stato da lei riconosciuto miglior regista solo nel 2006 e per un film tutto sommato minore come The Departed. Chissà se The Irishman - che, tra i nove candidati è il mio secondo favorito - riuscirà a riportare un po' di equilibrio e un po' di assennatezza in questa situazione. Le chance, però, pur non bassissime come quelle di Le Mans '66, non sono molto alte: prima di lui ci sono almeno altri tre titoli con maggiori probabilità di vittoria. Incredibile ma vero.

La nostra recensione di The Irishman

Jojo Rabbit

A ben vedere, quello di Taika Waititi è l'unico film di genere commedia presente nella categoria. Certo, la commedia di Jojo Rabbit è di stampo molto particolare: sia per i toni che utilizza, che per i temi che va a toccare e le provocazioni che porta avanti. Ma, nonostante tutto questo, sempre di commedia si tratta. Dei nove candidati, è quello che mi piace meno (a pari merito con un altro, ma lo vedremo tra poco) e quello che, con il film di Mangold, ritengo avere le inferiori possibilità di affermazione a sorpresa. Anche perché è assai probabile che il film riesca ad andare a segno in altre categorie, più adatte al suo calibro artistico generale: quella per la sceneggiatura non originale, ad esempio (ha appena vinto il Writers Guild Award) o anche quello per la migliore attrice non protagonista, dove è candidata Scarlett Johansson (la quale però, a sua volta, è candidata anche come protagonista), senza dimenticare i costumi di Mayes C. Rubeo.

La nostra recensione di Jojo Rabbit

Joker

Per molti, moltissimi, quello di Todd Phillips è il film dell'anno. Quello più avvicente, coinvolgente, spettacolare. Quello che, con la storia che racconta, è stato in grado più di ogni altro di comprendere e rispecchiare lo spirito del tempo. Personalmente faccio parte di quella minoranza in disaccordo con questo pensiero comune, ma quello che è innegabile è che Joker, dalla sorprendente vittoria del Leone d'Oro al Festival di Venezia 2019 in avanti, è stato protagonista di una cavalcata trionfale che non ha avuto eguali. Sia sul fronte critico, che su quello di pubblico, col suo miliardo di dollari incassato in tutto il mondo (in Italia parliamo di una cifra vicinissima ai trenta milioni di euro). Undici le nomination complessive per quello che, fino all'irrompere di 1917 sulla scena, sembrava il grande favorito anche in questa categoria, e non solo in quella, piuttosto scontata, per il miglior attore protagonista, dove Joaquin Phoenix avrà probabilmente vita facilissima sugli altri candidati. Ma adesso le cose stanno diversamente.

La nostra recensione di Joker

Piccole Donne

Secondo lungometraggio diretto da Greta Gerwig, dopo Lady Bird, secondo della regista a conquistare una candidatura all'Oscar come miglior film. Non male come media (ricordate il discorso fatto su Scorsese?). Eppure, c'è chi grida allo scandalo perché la Gerwig ha mancato la nomination alla regia, così come accaduto al fidanzato Noah Baumbach: ma di lui parlemo tra poco. Con Jojo Rabbit, Piccole donne è il mio spreferito tra i nove film candidati; e, come il film di Taika Waititi, è piazzato piuttosto in basso sul mio personale cartellino dei probabili vincitori. Dalla sua ha forse unicamente la forza delle interpretazioni (ma per quello esistono le categorie apposite, con le nomination ottenute da Saorsie Ronan e da Florence Pugh), e quella dell'essere l'unico titolo, tra tutti quelli candidati, a portare avanti le istanze del movimento femminista, che come ben sappiamo tutti in questo momento è fortissimo. Non basterà, e non mancheranno le polemiche.

La nostra recensione di Piccole donne

Storia di un matrimonio

E quindi, parliamo ora di Noah Baumbach e del suo Storia di un matrimonio, il Kramer contro Kramer del Terzo Millennio, come suggerito da alcuni. Anche lui, come Joker, presentato in concorso al Festival di Venezia 2019, dove avrebbe meritato di vincere il premio per la miglior sceneggiatura (assegnato invece in maniera un po' inspiegabile al film di Yonfan) e dove né Adam Driver né Scarlett Johansson sono riuscire a mettere la mani sulle rispettive Coppe Volpi. Qui, invece, i due attori protagonisti sono candidati, così come lo sono Laura Dern, lo stesso Baumbach come sceneggiatore, e Randy Newman come musicista.
È, come The Irishman, l'alfiere di Netflix in questa edizione numero 92 degli Academy Awards (24 le nomination complessive del colosso dello streaming), ma non è - né lo è quello di Scorsese - il primo film targato dalla grande N rossa a ottenere la nomination come miglior film: era già capitato lo scorso anno a Roma. Che però non sfondò, anche per via del consueto pregiudizio dell'Academy nei confronti di film che non parlano la lingua inglese. Ma questo è un discorso che riapriremo più avanti.

La nostra recensione di Storia di un matrimonio

1917

Un grande affresco epico sulla Prima Guerra Mondiale. Una storia di grande eroismo e ancora più grande umanità, raccontata con un sontuoso sforzo tecnico fotografico dal regista Sam Mendes (che ha basato la sceneggiatura sulle storie raccontategli dal nonno che ha combattuto la Grande Guerra) e dal direttore della fotografia Roger Deakins, che hanno trovato il modo di regalare allo spettatore l'illusione di un unico, ininterrotto piano sequenza. Ed ecco che, dopo aver vinto i Golden Globes come miglior film drammatico e miglior regista, sette BAFTA, il Directors Guild Award e il Prducers Guild Award, 1917 si presenta alla Notte degli Oscar indossando i panni (comodi? scomodi? fate voi) di Grande Favorito.
Non li indossa solo in virtù di tutte le sue significative vittorie, ma anche perché è il film che, per storia, toni e modalità di racconto, meglio di tutti gli altri incarna l'ideale classicista e più che vagamente conservatore dell'Academy, che in più di un'occasione ha dato dimostrazione di perseguire a tutti i costi.

La nostra recensione di 1917

C'era una volta... a Hollywood

E poi c'è Tarantino. Il Tarantino che oramai è considerato un Grande Maestro, un teorico, l'esegeta post-post-moderno della cinefilia intesa nella maniera più classica, che però rielabora alla luce della sua formazione assai poco ortodossa e del suo gusto iconoclasta. Due volte premiato dall'Academy per la miglior sceneggiatura originale (è accaduto per Pulp Fiction e per Django Unchained), Quentin non ha mai ottenuto prima d'ora una nominaton per il miglior film: è accaduto grazie a C'era una volta... a Hollywood, che è stato presentato in prima mondiale al Festival di Cannes, generando code inaudite per le proiezioni stampa, e che è stato inserito da molti addetti ai lavori nelle loro liste di miglior film dell'anno. Purtroppo per i fan, però, l'impressione è che nemmeno questo possa essere il film giusto per far vincere a Tarantino l'Oscar per il miglior film. E se così dovesse essere, tutte le eventuali speranze del regista americano andrebbero riposte nel suo prossimo, decimo e teoricamente ultimo lungometraggio per il cinema.

La nostra recensione di C'era una volta... a Hollywood...
...e un altro parere sul film di Quentin Tarantino


Parasite

Last but not least: in questo caso, è davvero il caso di dirlo. Parasite è il mio film preferito del 2019, e conseguentemente anche quello che, tra i nove candidati, spero possa arrivare a vincere un meritatissimo Academy Award. Se quella di Joker è stata una cavalcata trionfale, e se l'irrompere di 1917 nella stagione dei premi è stato esplosivo come lo scoppio di una bomba, Parasite non è che sia stato a guardare. La critica è impazzita, il pubblico ha decisamente apprezzato e i premi non sono mancati: e allora, se non proprio il favorito, il film di Bong Joon-ho è quello che probabilmente potrebbe mettere maggiormente i bastoni tra le ruote al war movie in piano sequenza di Sam Mendes. L'unico vero ostacolo è, come ironicamente fatto notare da Bong ai Golden Globes, quello rappresentato dalla barriera dei sottotitoli, ovvero dal fatto che il film non parla l'amatissimo inglese. Quello, e il citato conservatorismo dell'Academy, che con tutta probabilità si butterà a corpo morto su 1917. Ma, come ha scritto Justin Chang in un pezzo pubblicato sul Los Angeles Times, Parasite ha meno bisogno dell'Oscar di quanto l'Oscar non abbia bisogno di Parasite. Non dovesse vincere qui, i premi per la miglior sceneggiatura originale e come miglior film straniero non dovrebbero essere in pericolo.

La nostra recensione di Parasite



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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