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Oscar 2019: il fascino del bianco e nero con Roma e Cold War

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Ben due candidati non sono a colori: quante altre volte è capitato negli ultimi anni?

Oscar 2019: il fascino del bianco e nero con Roma e Cold War

Le nomination all'Oscar 2019 colpiscono per la curiosa presenza di ben due film importanti e favoriti, ben diversi ma accomunati da una caratteristica affascinante: sia Roma di Alfonso Cuarón sia Cold War di Paweł Pawlikowski sono infatti realizzati in bianco e nero. E' una constatazione che attiva il cuore cinefilo dei più attenti, ma ci sono motivazioni non superficiali che reggono queste scelte nei due lungometraggi citati e in alcuni recenti esempi nell'ambito degli Oscar negli anni passati.

Cold War e Roma sono ambedue rievocazioni d'epoca, quindi si potrebbe dire che una ripresa in bianco e nero aiuti a ritrarre questo distacco nel modo più lirico. Può essere una prima interpretazione, ma è semplicistica: nel corso dei decenni la fotografia a colori si è avvalsa di una tale quantità di miglioramenti, prima con la varietà delle pellicole poi con la flessibilità del digitale, da prestarsi senza problemi a trasmettere con un'enorme gamma epoche differenti per tinte, atmosfere, luci, ombre, contrasti. D'altra parte, avrebbe poco senso anche immaginare la scelta del bianco e nero legata al tipo d'immagine vissuta nelle epoche narrate: potrebbe avere un senso per Cold War, ambientato dopo la II Guerra Mondiale, ma sicuramente ha poco senso per Roma, che si svolge negli anni Settanta (piuttosto l'epoca della saturazione del glorioso Kodachrome nelle cineprese Super 8 casalinghe).

No, il bianco e nero di Cold War e Roma è stilizzazione. Distacco forse, ma non temporale. Non è un caso che sia Cuarón sia Pawlikowski mostrino un approccio estetico molto pronunciato, dove la composizione dell'inquadratura non è in sordina o trasparente, ma anzi il quadro e i suoi elementi diventano protagonisti come e più dei personaggi stessi. Il bianco e nero aiuta a spalmare l'attenzione dello spettatore su tutto ciò che vede: la nostra realtà è a colori, perciò messi di fronte a quest'effetto "onirico" ci sentiamo dispersi e andiamo alla ricerca di punti di riferimento, rimbalziamo tra gli ambienti, i corpi e i visi, senza poter facilmente ignorare alcuni a dispetto di altri. L'enfasi di una bidimensionalità dell'immagine è una delle armi più potenti del bianco e nero. Pawlikowski la potenzia con un'immagine quadrata, persino costringendoci a un' "aria" sovrabbondate intorno ai primi piani: aveva fatto la stessa cosa col suo lavoro precedente, Oscar al miglior film straniero, Ida. Cuarón privilegia invece piani sequenza in grandangolo, dove tutto è a fuoco e siamo costretti a cercare una bussola, scandagliando l'immagine e quindi il suo senso.
Zula e Wiktor sono amanti senza nazionalità, Cleo è ospite in un mondo che non le appartiene mai: è questo il distacco che il bianco e nero aiuta a raccontare, indipendentemente dai decenni trascorsi dagli anni narrati.



Se pensiamo alla cerimonia del 1994 e all'Oscar a Janusz Kaminski per il suo lavoro su Schindler's List, le interpretazioni sono più semplici: conoscendo l'istintività di Steven Spielberg, il bianco e nero lo aiutava a raccontare una triste realtà "senza colore" (e senza quella vita rappresentata dall'unico elemento rosso, la sfortunata bambina che nessuno ha dimenticato). E il bianco e nero serve a enfatizzare la spietatezza di Michael Haneke e del suo Nastro bianco (2009), ambientato nella Germania poco prima della I Guerra Mondiale: nomination all'Oscar per il direttore della fotografia Christian Berger, è un incubo sulle "radici del male, sul terrorismo politico o religioso, che poi sono la stessa cosa". Parola di Haneke.



Negli ultimi anni hanno sfiorato premi anche film come Nebraska (2013) di Alexander Payne e Logan (2017) di James Mangold: road movie crepuscolare il primo, cinecomic atipico il secondo, hanno ammicato al bianco e nero senza abbracciarlo del tutto. Per Nebraska infatti non si è eliminato il colore in ripresa, bensì è stato desaturato in postproduzione, perché la distribuzione ha imposto all'autore la disponibilità di una copia "più commerciabile" del film. Payne cercava il bianco e nero per la sua "forza iconica", ottimo accompagnamento per la vecchiaia del personaggio di Bruce Dern.
La Fox non ha avuto invece il coraggio di proporre l'approccio noir di Logan direttamente in bianco e nero in sala, ma Mangold ci ha creduto tanto da aver personalmente curato una versione in bianco e nero del film per il mercato home video. Volendo, ora Logan è disponibile noir non solo nell'anima ma anche nel corpo. I Coen avevano invece già mantenuto questa coerenza tra anima e corpo noir nel loro Uomo che non c'era (2001).



L'ultimo illustre esempio di bianco e nero che vi proponiamo è quello se vogliamo più giocoso, cinefilo e virtuosistico, necessario per un'operazione sofisticata che lo richiede giocoforza. Ci riferiamo al pluripremiato The Artist di Michel Hazanavicius, omaggio alla grande Hollywood del muto, interpretato da Jean DujardinBérénice Bejo. A parte che anche in questo caso la ripresa è stata svolta a colori per una desaturazione in postproduzione, in questa circostanza forse la fotografia non è l'elemento più curioso, dato che spiazza molto di più l'assenza di dialogo. E sui film senza dialoghi, prodotti dagli anni Trenta in poi, ci sarebbe da scrivere un altro articolo!



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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