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Oscar 2019: i Candidati per il Miglior Film

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Una guida alle nomination nella categoria più prestigiosa degli Oscar, fra polemiche e apertura al cinema popolare.

Oscar 2019: i Candidati per il Miglior Film

È cambiato tutto nel 2009. Dopo decenni di onorata carriera con cinque candidature, la categoria Miglior Film degli Oscar ha subito una modifica radicale, e secondo chi scrive folle, esattamente dieci anni fa.
Con un sistema complesso da calcolare di anno in anno, i nominati sono diventati un numero variabile fra i 5 e i 10, creando in questo modo una paradossale inflazione proprio dei candidati all'Oscar che dovrebbe essere più esclusivo: quello che premia il film che ha segnato l'annata.

Un riconoscimento che è nato con gli Academy Awards, nel 1929, e viene assegnato ai produttori del film. È inoltre l’unica categoria in cui ogni membro dell’Academy è nominabile. Com'è d’obbligo per l’ospite più importante è l’ultimo ad arrivare sul palco, venendo consegnato quando ormai l'alba (ora italiana) è imminente.
Se capitate a Los Angeles, quartiere di Hollywood, le colonne che costeggiano la grande scalinata del Dolby Theatre, dove si tengono le cerimonie di consegna dei premi dal 2002, omaggiano tutti i film vincitori come miglior film fin dalla prima edizione; si tratta di 90 vincitori, a fronte di 546 nominati.

Dal lontano 1927/1928 il premio ha subito dei cambiamenti nella denominazione ufficiale, fino a diventare, dal 1962, Academy Award for Best Picture. Addirittura la prima edizione considerò due film come i migliori dell’anno, con sfumature diverse: Outstanding Picture e Unique and Artistic Picture, per poi unificare il riconoscimento a partire dall’anno successivo. C’è un legame storico fra la categoria miglior film e regia, com'è ovvio. Su 90 edizioni sono ben 63 le volte in cui il vincitore è stato lo stesso film, mentre solo quattro volte il miglior film non ha ricevuto una nomination per la regia, l’ultima volta nel 2012 per Argo.

I candidati all'Oscar 2019 per il miglior film sono otto, e la gara sembra difficile da prevedere, con i premi di avvicinamento che hanno scelto spesso vincitori diversi. Un po' favorito sembra essere Roma di Alfonso Cuaron, vincitore ai Directors Guild Awards e ai BAFTA, con Netflix che sta spendendo una cifra record per la campagna oscar (si parla di 30 milioni di dollari), oltre ad aver ingaggiato in esclusiva una delle maggiori esperte di stagione dei premi, in passato artefice di vittorie in serie, specie durante l’era Weinstein/Miramax.
Rimane però il dubbio su quanti dei 6000 e passa membri dell’Academy avranno delle ritrosie a sposare il modello delle piattaforme streaming? Per non parlare delle pressioni degli esercenti, che hanno potuto proiettare Roma solo in poche copie. Quanti votanti, magari all’ultimo momento, preferiranno non avallare la rivoluzione che nega il valore del cinema in sala, pur avendo apprezzato il film di Cuaron?

Vediamo più in dettaglio gli otto film nominati agli Oscar 2019.

A Star is Born di Bradley Cooper

Il cinema popolare si prende la sua rivincita quest’anno. Lo confermano le otto candidature per questo remake, quarta versione della celebre storia di È nata una stella. Dopo Judy Garland e Barbra Streisand tocca a Lady Gaga impersonare una talentuosa ma ancora anonima cantante, scoperta e lanciata da un collega più famoso di lei, oltre che grande amore. Bradley Cooper si è speso molto, e da anni, per esordire con questo film, pur finendo escluso dalla categoria miglior regia. È presente, però, come attore, così come Gaga come attrice. I due sono il motore emozionale del film, hanno la carica giusta che ha emozionato gli spettatori, insieme alle canzoni inedite come Shallow, grande favorita per la sua categoria.

Gli incassi sono notevoli, specie per un musical, con 420 milioni in tutto il mondo. A scartabellare gli albi scopriamo che è il film con protagonista una cantante ad avere incassato di più, superando Guardia del corpo, con Whitney Houston. Difficilmente le tante candidature si tramuteranno in premi, canzone a parte.  Potrebbe vincere solo se gli altri favoriti (Roma su tutti) divideranno talmente da far passare in testa - per il sistema di voto che prevede più di un film da votare, in ordine di preferenza - un film più ‘ecumenico’.

Black Panther di Ryan Coogler

Il regista è fra i maggiori talenti del giovane cinema americano. Ryan Coogler, infatti, ha iniziato con un film indipendente d’autore pluripremiato, Prossima fermata Fruitvale Station, per poi prendere il testimone di una saga mitica come quella di Rocky, con il primo Creed. L’ulteriore salto è arrivato con il cinecomic Marvel, Black Panther, nato per raccontare finalmente un supereroe black come protagonista, nobilitando la storia con riferimenti sociali e politici inconsueti nel cinema commerciale. Il film è subito piaciuto molto, forse anche al di là delle sue qualità, diventando un istantaneo favorito per la stagione dei premi. Gli attori sono convincenti, anche nessuno ha ottenuto neanche una delle sette nomination.

È nettamente il film che più ha incassato in patria, con 700 milioni, per un totale 1 miliardo e 350 milioni in tutto il mondo. Altro che cinema indipendente, una bella rivincita della major e di quel cinema che riempie le sale che mesi fa l’Academy avrebbe voluto premiare con una categoria a parte; proposta poi fortunatamente rientrata. Finora ha vinto il Golden Globe per il miglior film drammatico e il premio al cast dello Screen Actors Guild, il sindacato degli attori. Un film di genere potrà vincere? Crediamo di no, già gli incassi e le candidature sono un bel risultato per Black Panther.

BlacKkKlansman di Spike Lee

Sicuramente poco ecumenico è considerato da sempre il cinema militante di uno dei maestri del cinema afroamericano come Spike Lee. Anche se quest’ultimo film ha convinto tutti, probabilmente grazie alla potenza della storia - un nero che si infiltra nel Ku Klux Klan nel sud razzista degli anni ’70 - e al carico di ironia sopraffina che caratterizza BlacKkKlansman. Le sue candidature sono sei, le prime come film e regia per Lee.

Il film ha ottenuto vari riconoscimenti fra i premi dei vari sindacati e associazioni di critici, specie in ruoli chiave, come numero di membri dell’Academy, come regia e montaggio. Se Roma non riuscirà a convincere gli scettici avversari dello streaming, potrebbe essere proprio BlacKkKlansman a risarcire Spike Lee per le tante dimenticanze del passato. E lo meriterebbe, vista la grande qualità del film.

Bohemian Rhapsody di Bryan Singer

Eccolo, il prototipo del film che non sarà magari la prima scelta di nessuno, ma potrebbe essere il guilty pleasure di tanti (troppi?), a giudicare dal risultato incredibile ottenuto al botteghino, decisamente molto al di sopra delle aspettative. Rami Malek ha diviso con la sua interpretazione, la favorita dagli scommettitori. L’effetto juke box, se non proprio karaoke, ha siglato il trionfo sostenuto dai tanti amanti delle canzoni dei Queen e da un bel po’ di nostalgia. È riuscito a scandire miracolosamente le polemiche, proprio in questi anni inflessibili, legate alle accuse di molestie per il regista Bryan Singer, anche perché quest’ultimo è stato fatto fuori un paio di settimane prima della fine delle riprese per presunti ritardi e litigi con Malek.

Si contende con A Star is Born il titolo di favorito delle folle, e degli amanti della musica. Molto difficile che possa vincere, potrebbe essere Malek ha veicolare i favori e le simpatie dei membri dell’Academy.

La favorita di Yorgos Lanthimos

Primo film non scritto da lui, ed ecco che il greco Yorgos Lanthimos riesce a convincere tutti con il suo affresco di corte, pieno di caustica ironia, ai tempi della regina Anna d’Inghilterra, primi anni del XVIII secolo. Il valore aggiunto del film sono le tre straordinarie protagoniste, tutte nominate: Rachel Weisz, Emma Stone, e soprattutto la meno nota, sorprendente e irresistibile, Olivia Colman, su cui il film punta per una vittoria per la migliore attrice, Glenn Close permettendo.

Un film sexy, divertente e liberatorio che piace, ma difficilmente può avere speranze di vittoria come miglior film. Non male chiamare accontentarsi festeggiare 10 candidature, il maggior numero a pari merito con Roma.

Green Book di Peter Farrelly

La sorpresa della stagione del cinema indipendente, ha trionfato col premio del pubblico a Toronto. Un crowd pleaser di notevole livello, che ha ricevuto qualche battuta d’arresto nella scalata al successo per alcune polemiche, sulla veridicità della storia e su una battuta del protagonista Viggo Mortensen e sul suo, ovviamente in buona fede, utilizzo del termine nigger. Secondo alcuni sarebbe stato addirittura colpito da una strategia astuta messa in piedi da film rivali per neutralizzare le sue possibilità di vittoria.

Noi speriamo sempre che arrivi la statuetta per la splendida interpretazione di Mortensen, mentre ci fa pensare come sia gustosamente bizzarra la vita vedere nominato per la miglior sceneggiatura originale agli Oscar (purtroppo non per la regia) uno dei fratelli Farrelly, artefice di commedie demenziali come Tutti pazzi per Mary (come dimenticare la mitica scena in cui Cameron Diaz usa sui capelli sperma invece che gel?) e Scemo & più scemo.

Roma di Alfonso Cuaron

Eccolo, semplicemente il grande favorito come miglior film degli Oscar 2019, anche perché, come già detto, Netflix sta investendo nella campagna molti soldi e tanta credibilità, per lanciare con il prestigio maximo una campagna particolarmente agguerrita per il futuro, sul versante film originali. La storia, autobiografica, dell’infanzia di Alfonso Cuaron, con in primo piano la sua adorata domestica, ha conquistato e commosso tutti. Un ritorno in Messico davvero in grande stile per il regista, che ha ottenuto anche un’uscita nelle sale in giro per il mondo, cosa che normalmente Netflix tende a non fare. Ma per avere i grandi autori bisognerà accettare qualche compromesso.

Saranno disposti a farlo anche i membri dell’Academy? Ci sembra sia ancora il favorito, ma non è esclusa una sorpresa, che potrebbe essere facilmente proprio in questa categoria, come dimostrato due anni fa dalla vittoria, con tanto di errore nella lettura della busta, di Moonlight su La La Land.

Vice di Adam McKay

Ormai Christian Bale è un beniamino dell’Academy, dopo le nomination per i film di David O. Russell (The Fighter e American Hustle), ma anche per il precedente lavoro di Adam McKay, La grande scommessa. Ancora una volta si è trasformato fisicamente, con un bel po’ di trucco e di chili presi, per interpretare il ruolo di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti nel mandato di George W. Bush.

Hollywood sarà anche liberal, ma un film così schierato e perfido nei confronti della figura in questione, e di tutta la squadra del Bush giovane, non ha molte possibilità di vincere. La sola possibile sorpresa potrebbe essere una vittoria di Bale su Malek.

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  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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