Oscar 2019: i Candidati come miglior attore protagonista

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Oscar 2019: i Candidati come miglior attore protagonista

Anche se non tutti hanno un personaggio realmente esistito da imitare, perché il Jackson Maine di A Star Is Born è frutto di fantasia, i cinque candidati all'Oscar 2019 per il miglior attore protagonista hanno dovuto trasformarsi in qualcosa di lontano da loro, chi imparando a esibirsi sul palco di un concerto, chi mettendo su chili e studiando la politica USA, chi imparando a padroneggiare un accento particolare, chi tuffandosi nei quadri di uno dei più illustri e tormentati pittori di sempre, chi diventando un crooner e duettando con la regina del pop Lady Gaga. Hanno fatto davvero un ottimo lavoro i concorrenti di quest'anno, a prescindere da baffi finti, strati di adipe e tinture per capelli. Molti li conosciamo da tempo quasi immemore, e anche l'Academy li conosce, avendoli candidati più volte. Uno solo, però, ha già vinto. Poi c’è un "novellino", che potrebbe sbaragliare la concorrenza e stringere la statuetta dorata fra le mani il 24 febbraio, magari cantando: "Galileo, Galileo, Galileo, Galileo, Galileo, Figaro".

Siamo onesti: quest'anno non è così scontato il nome del vincitore dell'Oscar 2019 per il miglior attore protagonista. Certo Rami Malek si è aggiudicato il Golden Globe, nella categoria miglior commedia o musical, e lo Screen Actors Guild Award, che insieme ai riconoscimenti ottenuti da Bohemian Rhapsody e agli incassi da capogiro farebbero pensare a un suo trionfo, ma anche Christian Bale potrebbe farcela, e non è nemmeno da escludere che l'Academy accordi la sua preferenza a Viggo Mortensen. Quindi niente è certo.
Anche se i puristi dei Queen sono convinti che di Freddie Mercury ce ne sia uno solo e che il film fortemente voluto da Brian May abbia edulcorato la figura del frontman della band facendone quasi un santino, l'attore americano di origini egiziane esploso con la serie tv Mr. Robot non si è certo risparmiato sul set del biopic cominciato da Bryan Singer e portato a termine da Dexter Fletcher. Quando Rami ha messo i denti posticci che lo facevano somigliare al cantante scomparso nel '91, improvvisamente gli ha rubato l'anima e forse anche un po’ la voce, e sul palco ricostruito del Live Aid ha fatto la sua "porca" figura.

Come leggerete nell'articolo sui nostri pronostici per gli Oscar 2019, quasi tutti noi di comingsoon.it vorremmo veder premiato con il suo primo Academy Award Viggo Mortensen, già candidato per La promessa dell'assassino e Captain Fantastic. Lo desideriamo tanto perché abbiamo sempre associato all'attore danese personaggi eroici o drammatici o comunque epici, e vederlo così a suo agio in un ruolo comico ci ha fatto impazzire. L'Aragorn della trilogia del Signore degli Anelli è favoloso in Green Book quando si ingozza di Kentucky Fried Chicken e panini farciti e soprattutto quando intona "Tu scendi dalle stelle". Il suo italo-americano del Bronx è davvero perfetto. Del resto, per uno che parla già inglese, spagnolo e francese, la nostra lingua è stata un gioco da ragazzi. Anche quando sproloquia, l'attore non scivola mai nella macchietta in questa storia di amicizia interpretata anche da Mahershala Ali. A tratti diventa serio, si fa perfino un po’ gangster o comunque uomo dalla pistola, e compie un interessante viaggio dall'intolleranza all'apertura mentale. Mentre avvicinava il personaggio, Mortensen ha sposato la sua filosofia, contenuta nella battuta "Qualunque cosa tu faccia, falla al 100%". Anche suo papà, che ora non c'è più, gli aveva detto più o meno la stessa cosa, insegnandogli la dedizione assoluta al lavoro. Il Capitan Alatriste la lezione l'ha imparata egregiamente, e di più non aggiungeremo, per non togliere nulla ai "magnificent four" che lo affiancano in cinquina.

Anche se lo mettiamo per terzo, Christian Bale ha tutte le carte per portarsi a casa la statuetta dorata per Vice, che poi sarebbe la seconda dopo quella per il miglior attore non protagonista vinta per The Fighter. In quel caso il Patrick Bateman di American Psycho aveva perso molti chili diventando il gemello anoressico del Dan Evans di Quel Treno per Yuma e del Bruce Wayne di Batman Begins (come potete leggere in un nostro articolo sulle trasformazioni fisiche di Christian Bale). Ora un'altra alterazione di peso ha spinto l'Academy a candidarlo, accanto a un'interpretazione da brivido. Bale merita la vittoria non solo per aver trangugiato cibi ipercalorici ed essersi sottoposto a interminabili sedute di trucco, ma soprattutto per la sua perfetta padronanza del personaggio che, pur essendo un colosso, non ha nulla di immutabile. Dick Cheney, che non era mai stato raccontato al cinema, non è un demonio, il male con la "M" maiuscola. Come recita il titolo del film, è un uomo nell'ombra, una figura shakespeariana pronta a diventare padrona del proprio destino, un ex "tontolone" che arriva a sedersi al tavolo del potere e ci prende gusto. E comunque, l'ex vicepresidente degli States mantiene sempre un lato umano nel film di Adam McKay, e anche questo è merito dell'impareggiabile Christian, candidato anche per American Hustle (come protagonista) e per La grande scommessa (come protagonista).

Nell'eletta schiera di possibili migliori protagonisti, colui che si identifica meglio con il prototipo di star hollywoodiana, per una questione di "aura", sostanzialmente, e di avvenenza fisica, è Bradley Cooper, un attore che a un certo punto ha capito di voler fare il regista e che ora fa il regista. Per A Star Is Born ha ottenuto la nomination per la migliore sceneggiatura non originale. Quella per la sua performance nei panni di Jackson Maine arriva dopo una prima candidatura per Il lato positivo (come miglior protagonista), una seconda per American Hustle (come non protagonista) e una terza per American Sniper (come protagonista). Se risultasse lui il vincitore, certo il premio andrebbe anche alla sua dedizione a un progetto in cui ha creduto fortissimamente fin dal primo giorno. Per il terzo remake di E’ nata una stella di William A. Wellman, B.C. ha corso più di un rischio, a cominciare dall'ovvio paragone con James Mason (interprete principale del film del '54) e con Kris Kristofferson (che affiancava la Streisand nel musical del '76). Ma soprattutto il nostro ha dovuto imparare a cantare. Per riuscire nell'impresa, è andato a lezione da Eddie Vedder, il frontman dei Pearl Jam. Indubbiamente nel film il suo re del country "spacca". In più, il buon Bradley è assai credibile come ubriacone, cosa che riesce a pochissimi attori.

Dei cinque candidati, Willem Dafoe è il più cresciutello e l'attore che ha fatto più film, avendo cominciato a recitare al principio degli anni '80. E’ anche quello che ha lavorato con i registi più talentuosi e prestigiosi, da David Lynch a Martin Scorsese, da Walter Hill a John Milius, da Lars Von Trier a Oliver Stone. Proprio quest'ultimo, che lo ha diretto in Platoon, lo ha portato alla sua prima candidatura all'Oscar (come non protagonista) nel 1987. Sempre come non protagonista, Willem è stato nominato per L'ombra del vampiro, in cui era un inquietante Nosferatu e per Un sogno chiamato Florida, nel quale era il proprietario di un motel. In Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità, per cui è tornato a collaborare con Julian Schnabel (già suo regista in Basquiat), ha fatto un lavoro approfondito, immergendosi nei paesaggi provenzali, imparando a dipingere con pennellate decise e cercando di trovare un proprio punto di vista sul personaggio, in primis sulla sua follia, giudicata come una cura per l'anima, un motore di creatività. La bellezza della performance del Pasolini di Abel Ferrara sta tutta negli occhi di Dafoe, incantati davanti a una natura che rimanda a un'idea di infinito e smarriti, se non atterriti, dinanzi alla solitudine. Se l'attore si è aggiudicato la Coppa Volpi all'ultimo festival di Venezia con la sua performance, non è detto che non debba vincere anche ai novantunesimi Oscar.

Tutti i candidati e le nomination agli Oscar 2019



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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