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Oscar 2018: i candidati come miglior attore protagonista

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Il favorito è Gary Oldman, ma con il film dell'addio alla recitazione potrebbe vincere a sorpresa Daniel Day-Lewis.

Oscar 2018: i candidati come miglior attore protagonista

Cosa sarebbero i film se non ci fossero gli attori? Un insieme di documentari - risponderebbe qualcuno, difendendo un genere di tutto rispetto. Senza sottovalutare l'importanza di una forma di cinema che si sta facendo sempre più accurata, lasciateci però riconoscere che senza gli artisti che si fingono altro da sé e spesso ci riportano alla memoria i grandi del passato, i film non avrebbero la loro magia e non permetterebbero la sospensione dell'incredulità che tanto ci piace. Gli Oscar 2018 vedono in gara, come possibili migliori attori protagonisti, un pluripremiato che ha dato l'addio alla recitazione, un interprete che aspetta finalmente un giusto riconoscimento, un ragazzo prodigio dagli occhi chiari, una rivelazione e un big che ha sostituito un collega forse meno carismatico che all'ultimo è stato escluso dalla gara. Scopriamo insieme chi sono i candidati agli Oscar 2018 per questa prestigiosa categoria.

Hollywood ama il trasformismo, il mastodontico aumento e la drastica diminuzione di peso e la rivoluzione che un buon make-up artist può attuare sul volto e sul corpo di un attore, che a sua volta contribuisce alla metamorfosi lavorando sulla postura e la voce. Ecco una delle ragioni per cui nel 1981 Robert De Niro ha vinto l'Oscar per Toro Scatenato e per cui - rispettivamente nel 2004 e nel 2014 - a trionfare sono stati Charlize Theron con Monster e Matthew McConaughey con Dallas Buyers Club. Ed ecco perché, visto anche l'esito dei Golden Globes e degli Screen Actors Guild Awards, ci sono ottime probabilità che il miglior attore protagonista del 2018 secondo L'Academy sia Gary Oldman, il cui Winston Churchill, ritratto in uno dei momenti più cupi e difficoltosi della storia del Regno Unito del XX° secolo, è e resterà una figura indimenticabile. L'ora più buia, però, è anche un film di parole, quelle scritte sul manifesto ("Never never never surrender") e quelle che, secondo i familiari dello stesso Primo Ministro britannico, hanno acquistato un nuovo vigore pronunciate dall'attore inglese. Infine, quelle che esprimono le emozioni contrastanti che nel film continuamente si rincorrono: rabbia, incertezza, gioia, frustrazione. Ricordiamo, un po’ stupefatti, che Oldman non hai mai vinto un Oscar (no, nemmeno per Dracula di Bram Stoker) e ha ottenuto solo una "misera" nomination come non protagonista (per La talpa). Sarebbe quindi ora di riconoscere ufficialmente il suo talento.

Il secondo più probabile vincitore nella categoria dei migliori attori protagonisti (e colui che a nostro giudizio dovrebbe stringere fra le mani il trofeo il 4 marzo) è Daniel Day-Lewis per Il filo nascosto, perché il suo ritratto della megalomania, della maniacalità, dell'egocentrismo e insieme della fragilità di un artista (dell'ago e del filo, ma pur sempre un artista) reso docile e arrendevole da una donna è... sublime. Sembra danzare il suo Reynolds Woodcock quando si muove intorno alle sue mannequin o nelle stanze in cui le sarte lavorano instancabilmente. E come solleva e gira le mani, e sorride come un bambino e come un bambino fa i capricci… Da attore che entra nella pelle di un personaggio fino a vivere e a respirare con lui, Daniel ha imparato diligentemente il mestiere del suo sarto, arrivando a cucire ben cento asole e a rifare un tubino disegnato da Balenciaga. A giocare a favore della sua vittoria potrebbe essere il suo allure da star e il modo in cui, perfino nelle inquadrature in cui non è in primo piano, "occupa" maestosamente lo spazio. E poi c'è il triste fatto che Il filo nascosto è il film del suo addio alla recitazione. Potrebbero invece non garantirgli il premio i tre Oscar che già si è guadagnato, di cui uno per un altro film di Paul Thomas Anderson (Il petroliere).

Se l'Academy dovesse assegnare a lui, e non ai due big sopracitati, l'Oscar 2018, Timothée Chalamet sarebbe il più giovane vincitore dell'Oscar per il miglior attore protagonista (strappando il primato ad Adrien Brody che ha trionfato a 29 anni). Di padre francese e di madre americana, questo ragazzino dai lineamenti regolari che sulle tavole del palcoscenico è insuperabile e che vanta un passato da rapper, a soli 22 anni ha già il savoir faire, l'autoconsapevolezza e la padronanza del mestiere tipiche di un attore più consumato. E anche il fascino, tanto che di recente Jennifer Lawrence lo ha definito "hot". Pur non avendo ancora vissuto una passione impetuosa e struggente come quella del personaggio che interpreta in Chiamami col tuo nome, Timothée ha reso realistica e vibrante l'educazione sentimentale dell'adolescente degli anni '80 inventato dallo scrittore André Aciman e, nella lunghissima inquadratura che chiude il film, è nei suoi occhi che si riempiono di lacrime che cogliamo il senso dell'opera di Guadagnino e che respiriamo il cinema con la "C" maiuscola (e riandiamo subito con la memoria a quell'Antoine Doinel bambino che, guardando in macchina, chiude I quattrocento colpi). Fra gli interpreti di un altro film in corsa per gli Oscar (Lady Bird), forse Timothée non ha bisogno di chiudere la giornata del 4 marzo con una vittoria, visto che è già un premio per lui essere stato scelto da Woody Allen per A Rainy Day in New York.

Anche se quest'anno non si parla che del movimento #Metoo e dell’organizzazione #Time'sUp e la cerimonia degli Oscar darà il giusto rilievo ai discorsi che denunciano le molestie sessuali e gli abusi di potere ai danni delle donne, la polemica che lo scorso anno ha portato alla creazione dell'ashtag #Oscarsowhite e che nasceva dalla scarsissima presenza di artisti di colore fra i candidati, potrebbe aver lasciato una piccola scia che arriva fino all'oggi. Insomma, per non tirarsi addosso l'accusa di essere un'istituzione discriminatoria nei confronti di chi ha la pelle nera, chissà che l'Academy non scelga come miglior attore protagonista dei novantesimi Oscar Daniel Kaluuya, che si è appena portato a casa il BAFTA per la miglior stella emergente. L'horror che lo vede interprete principale di certo è stato una rivelazione ed è diventato un piccolo cult, anche perché parla di razzismo all'interno di un film di genere. Vincitore del Writers Guild Award, è candidato anche nelle categorie miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura originale, ed è il film più redditizio del 2017, avendo guadagnato in tutto il mondo 252 milioni di dollari partendo da un budget di 4 e mezzo. Prima di Scappa - Get Out, che non può prescindere dal primo piano in cui Kaluuya ha gli occhi sgranati e rigati di lacrime, l'attore inglese era un volto rinomato della TV. Adesso è lanciatissimo, come dimostra Black Panther.

La candidatura di Denzel Washington, che pure è un ottimo interprete e che lo scorso anno si meritava pienamente la nomination per Barriere (che aveva anche diretto) è un "rimpiazzo" dell'ultimo momento, e questo va detto per onestà e dovere di cronaca. E lo è perché al suo posto doveva esserci James Franco, mirabile protagonista di quel The Disaster Artist che lo ha portato alla vittoria del Golden Globe e del Gotham Independent Film Award. Ma anche all'iperattivo e geniale ragazzo di Paolo Alto sono piovute addosso le accuse di molestie sessuali e le prime gli sono arrivate via twitter proprio durante la cerimonia di assegnazione dei premi della stampa estera di Hollywood, a cui si era presentato, per ironia della sorte, sfoggiando la spilla #Time'sUp. E così ecco spuntare, in una delle cinquine più importanti, l'attore premiato con la prestigiosa statuetta nel 2002 per Training Day. In Roman J Israel Esq. Washington ha "abbracciato" volentieri un personaggio di cui ha stabilito il look nei minimi dettagli e che sembra avergli chiesto di rinunciare a fascino e carisma, bruttino, capellone, pieno di tic com'è: un avvocato idealista e schietto che non è mai stato in tribunale e che per una sfortunata serie di eventi vede la propria vita professionale precipitare nel caos. Il legale in questione soffre della sindrome di Asperger (malattia mentale che Denzel ha studiato scrupolosamente) e sembra rimasto incastrato negli anni '70, e senza un attore esperto a interpretarlo sarebbe diventato una macchietta. E invece no, il nostro, che del film è anche il produttore, lo ha tenuto sotto controllo dall'inizio alla fine, non spingendo mai troppo il pedale della comicità per assestarsi piuttosto su una tenerezza che nasce dallo spaesamento di una specie di fratello di colore - e appena più sano - di Rain Man.

Oscar 2018: le nomination



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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