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Oprah Winfrey e l’arrivo di un nuovo giorno

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La carica di cambiamento di un’icona dello spettacolo americano

Oprah Winfrey e l’arrivo di un nuovo giorno

La società americana venera il concetto di legacy, di eredità che le generazioni più anziane lasciano a quelle più giovani, con il compito di preservarla per chi verrà. Specie in una cultura storicamente oppressa e costretta a chiudersi come quella afroamericana, a maggior ragione in un ambiente per loro ostile per decenni, e in fondo ancora oggi, come quello dello spettacolo. Non stupisce, quindi, che nel discorso di ringraziamento per il premio (alla carriera) Cecil B. DeMille, Oprah Winfrey abbia iniziato ricordando la vittoria nel 1964 di Sidney Poitier, primo attore protagonista nero premiato agli Oscar, per I gigli del campo. Ha rievocato il suo ricordo di ragazzina di dieci anni, “seduta sul pavimento di linoleum della casa di mia madre a Milwaukee, guardando Anne Bancroft presentare il miglior attore agli Oscar”. Un momento cruciale, quello in cui cinque parole fecero la storia: “the winner is Sidney Poitier”. L’attore si era presentato con “una cravatta bianca e, ovviamente, la sua pelle era nera”. Un’immagine fra le tante di una serata dei Golden Globe profondamente simbolica come quella di stanotte, che ha fatto sbirciare anche a noi europei cosa si nasconda dietro al nome Oprah: non solo un universo e un impero, ma un nome che al solo evocarlo qualunque americano si toglie idealmente il cappello.

Nata nel Midwest, è un esempio vivente di come il sogno americano possa talvolta non essere solo uno slogan. La madre, nel corso di quella serata del 1964, era tornata come ogni sera stanca morta dopo aver pulito “le case di altri”. La figlia cambiò, sulla scia dell’esempio di quell’uomo pieno di eleganza, la storia del mondo dello spettacolo americano, conducendo per 25 anni (dal 1986 al 2011) l’Oprah Winfrey Show, irrompendo nel bel mezzo della presidenza Reagan nelle case degli americani, come ideale divano aggiunto in tutti i salotti, anche quelli delle donne bianche della bible belt. Non solo, la sua tenacia, quella che dai quartieri poveri del Wisconsin l’ha portato al trono di “Regina dei Media”, convinse nel 1985 Steven Spielberg, seduto ieri sera nel tavolo accanto, a sceglierla come non protagonista per Il colore viola, ruolo per il quale fu a sua volta nominata a un Oscar. Come attrice, ha poi interpretato la protagonista di Beloved del compianto Jonathan Demme, The Butler, e si è ritagliata un ruolo in un progetto che ha prodotto, Selma di Ava DuVernay.

Basta che Oprah citi un libro nei suoi programmi per vederlo schizzare nella classica del bestseller, altro che Fabio Fazio. Il suo impero è cresciuto in ogni direzione: cinema, televisione, produzione, ma anche filantropia, attività in cui ha impegnato sempre più le sue risorse, non solo economiche. Inusitato: una ricca benevola donna, e afroamericana. Per avere un’idea, all’inizio del decennio la rivista Forbes quantificò i suoi introiti annuali in 290 milioni di dollari. Ma è con il suo discorso di stanotte, come si diceva, che abbiamo capito anche da questa parte dell’Atlantico il suo carisma e quello che realmente può rappresentare per tanti americani. Un discorso appassionato, in crescendo, con quella musicalità fatta di iterazioni e sapiente uso del volume della voce che rievoca i predicatori delle chiese del Sud, quello utilizzato ad arte da un grande amico di Oprah, Barak Obama, che nel 2013 le ha conferito la Medaglia Presidenziale della Libertà. Non c’è troppo da ridere, quindi, quando Seth Meyers, conduttore della serata, la invoca come prima presidente americana, donna e nera. 

Premiata da Reese Whiterspoon, ha portato avanti lo slogan della serata, “time’s up”, è giunto il momento di cambiare, citando il coraggio di Recy Taylor, ragazzina violentata da sei uomini bianchi negli anni Quaranta, morta solo pochi giorni fa, appena dopo l’uscita nelle sale americane - passando per Venezia - del bel documentario The Rape of Recy Taylor. Una donna che non ebbe paura di urlare, di rivendicare giustizia - non ottenendola -, aiutata in questo da una attivista, Rosa Parks, proprio l’ostinata passeggera di un autobus a Montgomery, Alabama, che si rifiutò di lasciare il proprio posto a un bianco, dando così il via al momento decisivo della lotta per i diritti civili.

Tante cose sono cambiate, per le minoranze e anche per la condizione delle donne, costantemente sotto minaccia di molestia, fisica o psicologica, ma tante devono ancora cambiare. “Voglio che tutte le ragazze che ci stanno guardando sappiano che un nuovo giorno è all’orizzonte e, quando il nuovo giorno finalmente arriverà, sarà grazie a molte donne fantastiche, molte delle quali sono qui in questa stanza stasera, e anche uomini fenomenali, che lottano duro per diventare i leader che ci condurranno all’epoca in cui nessuna dovrà ancora dire, me too”.

Un discorso potente, quello di Oprah, che potete trovare in versione video qui sotto, e qui in una trascrizione integralemomento di sintesi di una serata militante, a suo modo storica, senza freni, libera di pretendere un cambiamento reale, non più di chiederlo.

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