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Olive Kitteridge - recensione dal Festival di Venezia della miniserie targata HBO

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Ottima trasposizione del romanzo di Elizabeth Strout, premio Pulitzer 2009

Olive Kitteridge - recensione dal Festival di Venezia della miniserie targata HBO

Sono venticinque, un quarto di secolo, gli anni di vita raccontati da Olive Kitteridge, miniserie della HBO che porta sugli schermi l'omonimo romanzo di Elizabeth Strout, grande e meritato successo e premio Pulitzer per la narrativa del 2009.
Sono venticinque, ma al tempo stesso sono molti di più: perché quello che accade alla protagonista che dà il titolo all'opera, e agli altri personaggi, ha anche radici più antiche, e complesse. Perché nel racconto della vita di una donna aspra e rigida, eppure vulnerabile, del suo matrimonio con un uomo buono e comprensivo, e solo fugacemente farfallone senza conseguenze, del suo rapporto con un figlio segnato dal suo carattere così orgoglioso e anaffettivo, si racconta tutta la complessità della vita, dell'amore, del loro senso ultimo.

Ambientato in una piccola cittadina del Maine, dove tutto è semplice e essenziale, dove la comunità ha ancora un senso, Olive Kitterige diventa in un batter di ciglia - e per quattro impalpabili ore - la nostra casa, la nostra vita. Olive, Henry, Christopher e gli altri protagonisti della storia sono personaggi in cui diventa immediato immedesimarsi, e nei quali rivedere i nostri cari, i nostri affetti, i nostri familiari. Perché il potere di quanto scritto dalla Strout (adattato per la HBO da Jane Anderson come sceneggiatrice e Lisa Cholodenko come regista), sta nel catturare con dolcissima e affettuosa spietatezza un mondo dolente e meraviglioso per il quale si prova un'immediata empatia umana, un sentire comune, un senso di intimità scomoda e accogliente al tempo stesso che è quello proprio di ogni famiglia.

Certo, prima di tutto quello di Olive Kitteridge è un ritratto al femminile attento e profondo, che qui è supportato dall'interpretazione mai virtuosistica di Frances McDormand, anche produttrice. Ma è indubbio che nelle difficoltà di Olive, nei suoi spigoli che nascondono vuoto e paura, come nei suoi trattenuti slanci di sincero amore, si possono rivedere anche gli uomini (e viceversa per quanto riguarda il marito Henry). E la sua parabola esistenziale, dolorosa eppure ancora aperta a qualche speranza, è una riflessione filosofica e esistenziale universale.

Anderson e Chlodenko hanno allestito un racconto che procede sommesso e avvolgente, placido eppure grandioso come un tramonto osservato da una veranda in autunno. Un racconto che avvolge come una vecchia e morbida coperta, che riscalda e vivifica come una tazza di tè, nel quale accomodarsi come su un divano che da anni ha preso la nostra forma. Un racconto che accoglie e ci riconosce. Al suo interno, i personaggi vivi e struggenti creati dalla Strout trovano placida energia grazie ad un cast perfetto: non solo la McDormand, ma un Richard Jenkins capace di innumerevoli e sorprendenti sfumature, un Peter Mullan fugace e rugginoso, uno straordinario e trattenuto Bill Murray, capace di coronare e riavviare la vita di Olive come il suo racconto. E questo, solo per limitarsi a quei membri del cast più avanti con gli anni.

Personaggi, quelli di Olive Kitteridge, che anche terminate le quattro ore di un grande film, rimangono con te, come familiari lasciati in un altra città, che magari non senti mai ma che, dentro, ti parlano sempre. Personaggi che ti hanno lasciato entrare nella loro vita, e che per questo non escono più dalla tua.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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