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Nothingwood: un sorprendente viaggio in Afghanistan insieme al Roger Corman locale.

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110 film girati per lui fra Bud Spencer e Alvaro Vitali.

Nothingwood: un sorprendente viaggio in Afghanistan insieme al Roger Corman locale.

Una delle sorprese del Festival di Cannes 2017 viene senza dubbio dalla sezione Quinzaine des realisateurs, ma soprattutto dall’Afganistan afflitto da decenni di conflitti ininterrotti. La documentarista Sonia Kronlund, frequentatrice abituale di quelle zone dell’Asia, ha seguito per mesi la lavorazione degli ultimi dei 111 film di Salim Shaheen, il più prolifico regista afgano e presumibilmente non solo, una sorta di Roger Corman tanto popolare in patria da spingere anche dei ragazzi talebani a scambiarsi le cassette con i suoi film.

Una via di mezzo fra gli schiaffoni di Bud Spencer e un cinema action di serie Z, con una fisicità più alla Alvaro Vitali che da modello, Shaheen è una figura davvero inconsueta e ai limiti dell’incredibile, quantomeno per quella che da noi è l’immagine che abbiamo dello sfortunato Paese. Il suo quartier generale è a un centinaio di chilometri dalla capitale Kabul, dove si trova una palazzina in cui abitano la moglie, la seconda moglie e lui stesso. Come dire che la sua idea della donna, non propriamente vicina a quella occidentale - al contrario dei riferimenti cinematografici - è uno dei temi affrontati insieme alla regista, spesso chiamata in causa (e in camera) dal Corman asiatico.

Una brigata allegra e molto protetta che si sposta per girare più film alla volta, coinvolgendo una compagnia di attori e tecnici molto compatta ed eccentrica. Shaheen è al lavoro da più di trent’anni, dal tramonto dell’occupazione sovietica e attraverso il regime talebano e la guerra per cacciarli dopo gli attacchi alle torri gemelle. Il suo è un sogno che si realizza ogni giorno, con una costanza ammirevole e ignorando, forti di una bolla di entusiasmo incosciente, le tragedie che rendono l’Afganistan ogni giorno più lontano dalla bucolica realtà di passaggio alla fine della via della seta raccontata da Peter Hopkirk ne Il Grande Gioco.

Uno dei punti di forza del documentario della Kronlund è quello di finire inevitabilmente per trattare temi sociali e politici di un paese in guerra da generazioni, ma senza farne l’ossessione centrale. Il viaggio di Nothingwood, infatti, è quello di un bambino cresciuto con il sogno di prendere a pugni i cattivi, un cinema che rimanda alle radici della settima arte, alla meraviglia di uno schermo rimediato, di una proiezione in mezzo al niente, di decine di uomini abituati a ogni stortura quotidiana che trattengono il fiato e si immedesimano in qualche schiaffo e una riuscita sfida del Candido Shaheen contro le forze del male. Difficile capire quali siano davvero, queste forze del male, in un paese che ha conosciuto ogni capovolgimento di fronte e regime; ma nella scena più forte del film, in cima alle statue del Budda di Bamiyan, rimaste imperterrite spettatrici per quasi 2000 anni e distrutte dalla follia dei talebani nel 2001, si rimane sconvolti dalla furia cieca e immorale che ha violentato una tale meraviglia.

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