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Non ci resta che piangere: o del ridere fuori da ogni tempo e ogni quarantena

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Massimo Troisi, Roberto Benigni, e la ricerca libera e semplice del momento comico perfetto.

Non ci resta che piangere: o del ridere fuori da ogni tempo e ogni quarantena

Quando Saverio riesce a trascinare l’amico Mario fuori di casa di Vitellozzo e Parisina (“Se finirò, finirò come i' babbo!”; “Qui?”; “Eh, come i' babbo!”) per mostrargli le bellezze della Frittole del 1492, la loro gita termina improvvisamente quando il paese si svuota all’improvviso e le porte e le finestre si chiudono per via dell’Ora di Buio.
Allora, nel Millequattrocento quasi Millecinque a imporre la quarantena - pure limitata, suvvia - era il frate domenicano Girolamo Savonarola, talebano ante litteram, come racconta lo stesso Vitellozzo ai due visitatori dal futuro, lamentando che vestiti troppo sgargianti o troppo interesse nelle donne potevano scatenare reazioni brutali per via dell’intrasigenza e dell’oscurantismo imposti dalla teocrazia del Savonarola.
Oggi, la nostra Ora di Buio si prolunga a causa del Covid-19, e chi la viola impunemente rischia di essere catturato dagli agenti virali proprio come il sanguigno Vitellozzo (che non a casa faceva il macellaio) viene portato via dagli sgherri del Savonarola, dopo aver provato a rifiutarsi di serrare le imposte, e sfidato a gran voce quella crudele imposizione.

L’arresto di Vitellozzo è l’espediente narrativo che porta a una delle scene più famose di Non ci resta che piangere. Probabilmente la più famosa e divertente, uno dei punti più alti della comicità italiana degli ultimi decenni: la lettera a Savonarola che Saverio e Mario, ovvero Roberto Benigni e Massimo Troisi, si mettono a scrivere al Santissimo per implorare a modo loro la liberazione dell’amico, con la loro faccia sotto i suoi piedi (“senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto”).
E che la scena della lettera sia un omaggio a quella scritta da Totò e Peppino in Totò, Peppino e la... malafemmina, lo sappiamo bene tutti, ma questo non sottrae un briciolo della sua efficacia. Rimane esilarante ogni volta, capace di far ridere fino alle lacrime, e anche per chi la vede oggi, per la prima volta, a tanti anni di distanza: ho fatto il test con due giovanissime spettatrici, che si sono divertite tantissimo.

Nell’impossibilità di scrivere una lettera al Covid-19 per dirgli “ Oh! Diamoci una calmata, eh! Oh! E che è?”, rivedere Non ci resta che piangere e ridere di fronte a scena come quella, o a tante altre diventate legittimamente “di culto”, è un sollievo non da poco.
Buona parte della libertà cui siamo costretti a rinunciare sta tutta lì in un film che - allora come oggi - rimane più che un po’ sgangherato nella struttura del suo racconto, che si perde dopo l’uscita di Saverio e Mario da Frittole, che procede episodicamente in maniera quasi anarchica, facendo sentire tutta la voglia che avevano Benigni e Troisi di mettersi alla prova, di studiare reciprocamente sul set gli spazi, i tempi, i toni e i modi delle loro comicità, dei loro tic attoriali.
A rivederlo oggi, a tanti anni di distanza dall’ultima volta, mi ha stupito quanto di frequente, eppure in maniera sottile e spesso impercettibile, i duetti tra i due attori passino da una comicità fisica, quasi slapstick, e non solo verbale come potrebbe sembrare a una prima impressione. E colpisce la naturalezza quasi verista di certe scene, nelle quali appare chiara e palese l’intrusione dell’improvvisazione, tradita spesso da certi lampi di sorriso irrefrenabile negli occhi e agli angoli della bocca degli stessi attori, Benigni in particolare.

Della macrostoria che vede Saverio in ansia per la sorella Gabriellina, abbattuta e depressa per via di pene d’amore causate da un ex fidanzato, desideroso di darla in sposa all’amico Mario, e del conseguente tentativo di fermare Cristoforo Colombo per far sì che l’America non venga mai scoperta, e quell’ex americano che ha fatto del male a Gabriellina non nasca mai, non mi era mai importato granché. Forse proprio perché intelaiatura narrativa quasi inutile in un film che procede per episodi e sketch.
E però la sua dolce malinconia mi è parso oggi avere una sua funzione importante: sarà che invecchio, sarà che nella scena in cui Saverio e Mario sono sulla spiaggia da cui le tre caravelle sono oramai già partite, dall’apertura della camicia quattrocentesca indossata da Troisi si vede distintamente la cicatrice sul suo petto, quella dovuta a un cuore malato che ci porterà via questo genio assoluto troppo presto.

Allo stesso modo mi era sempre importato poco della Amazzone di Iris Peynado (che mi sono accorto assomigliare a Rihanna, e che difatti è caraibica come lei), e in fondo anche delle scene col Leonardo da Vinci di Paolo Bonacelli, sebbene la delusione negli occhi di Benigni quando l'uomo simbolo del Riinascimento non comprende cosa sia questo treno di cui gli si parla, o l’irritazione di Troisi di fronte al suo non afferrare le regole della scopa siano impagabili.
Eppure, sono tutte pennellate di un grande affresco la cui tinta dominante è quella della libertà di sperimentare e raccontare, nel tentativo - riuscito in più di un’occasione: la lettera, certo, ma anche la scena col doganiere che chiede “Un fiorino!” mica scherza - di distillare il momento comico perfetto, e sempre imbevuto di un surrealismo mite e delicato, come i sentimenti che racconta.
Come i sentimenti di Mario che, cantando “Yesterday” alla svagatissima Pia di Amanda Sandrelli, fa “bom bom” con la bocca, o quelli di Saverio per la sua Gabriellina.

Quarantena o non quarantena, 2020, 1984 o Millequattrocento quasi Millecinque, Non ci resta che piangere, a dispetto del suo titolo, rimane una garanzia di divertimento e distrazione, di risate che nascono dalla libertà e dalla semplicità di cui solo il genio è capace.
A noi non resta altro da fare se non ringraziare (“Grazie Mario”) e ridere: alla faccia del Covid-19 e del suo memento mori.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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