Nicolas Cage ingrugnito e altre visioni dal Torino Film Festival 2018

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Nicolas Cage ingrugnito e altre visioni dal Torino Film Festival 2018

Il sole splende su Torino nel fine settimana, notazione non secondaria per i tanti appassionati che in questi giorni di proiezioni spesso tutte esaurite si muovono con destrezza o goffaggine di sala in sala. Per qualche ora si sono sovrapposti ai dibattiti su James Franco o Nicolas Cage quelli sul gran goal di Cristiano Ronaldo, che ha creato anche il panico apparendo in centro quest’oggi su una jeep aziendale d’ordinanza. Ma la cinefilia non teme i confronti col pallone, in questi giorni. Allora, fa piacere notare che i buoni film non mancano, così come quelli deludenti, addirittura che fanno infuriare; in fondo le passioni sono coinvolgenti quando estreme.

Fra questi ultimi concedetemi di inserire il tanto chiacchierato horror Mandy, di Panos Cosmatos, con Nicolas Cage che dà di matto e fa tutte le facce e i grugniti che tanto gli vengono rinfacciati in video ironici che sommergono la rete. Autoironia, grugno nel grugno, tanto folle da essere geniale. Ecco, chi scrive si sente di dover avvertire che per arrivare ai cagismi da ricovero bisogna prima passare un tre quarti d’ora di cerebralissimi deliri cromatici ed esistenziali, e che il racconto di una vendetta sanguinosa, che tinge di rosso tutto il fotogramma praticamente per tutta la durata del film, nel nord-ovest pacifico degli anni ’80, è tutt’altro che declinata in leggerezza e ironia. Ambizioso ritratto di una sadica setta dal culto bizzarro, Mandy gronda pesantezza che neanche il buon Nicolas Cage riesce e far evaporare. Il catalogo del festival lo definisce con ardore ‘uno dei film dell’anno’; il sottoscritto, con altrettanto ardore, si permette di dissentire. Ma del resto, siamo al Torino Film Festival e le discussioni partono in sala, si trasferiscono sotto i portici con bicerin e gianduiotto in scioglievolezza, per tacer di un bel marocchino e, appena l’orario lo consente, ecco il sughero in aria di una bella bottiglia della quadruplice immortale dei rossi di Piemonte.

Mandy era uno dei piatti forti del menù della consueta notte horror, che ha intrattenuto i soliti appassionati nella notte di sabato, mentre la più sobria Festa Mobile ha ospitato il nuovo film da regista di Ethan Hawke, del resto l’attore che dirige è uno dei refrain di questa edizione. Blaze è la conferma del talento registico di un appassionato di musica e del suo natio Texas come Hawke, colto e indipendente fino all’estremo. Qui racconta la vicenda di un cantante delle sue parti, uno di quelli che non ha mai sfondato o superato i confini del Texas, ma negli è diventato un personaggio di culto: per il suo talento, la sua sfrontatezza, il rifiuto di cedere a compromessi e l’approccio totalizzante nei confronti della vita e dell’amore. Blaze Foley è il suo nome, esponente della outlaw country texana, la cui storia d’amore con Sybil Rosen, che ha contribuito ad adattare il suo libro di memorie da cui il film è tratto, è al centro di una storia che viene raccontata mescolando diversi piani temporali.

Sono tre momenti e movimenti, fra passato presente e futuro, che mostrano lo spessore dell’artista e dell’uomo maudit, soprattutto attraverso l’influenza che ebbe sulle persone che incontrò nel corso della sua breve vita. Hawke dimostra uno sguardo maturo, sempre preciso e attento, giovandosi di una colonna sonora piena di fascino e di interpretazioni di gran livello, su tutte quello del musicista e attore esordiente Ben Dickey, dalle molte cose in comune con Foley.

Salutato a Toronto come una delle sorprese comiche dell’anno, Papi Chulo dell’irlandese John Butler, per la prima volta sul set negli Stati Uniti, per la precisione a Los Angeles, è stato presentato nella sezione Festa mobile. Improbabile amicizia fra Matt Bomer, un conduttore delle previsioni del tempo gay di una televisione angelena e un messicano, a cui affida la risistemazione del suo balcone di casa, è giocata sugli equivoci linguistici di due uomini che parlano ognuno la sua lingua e non si capiscono, ma che soprattutto vengono da due mondi sociali lontani eoni. Due culture opposte che imparano a conoscersi, fra qualche risata per le incomprensioni fra i due e la consapevolezza che in realtà il messicano serve più che altro come spalla ideale su cui l’ex belloccio di successo sfoga le sue frustrazioni, dopo essere stato mollato dal compagno e aver avuto un vero crollo in diretta che lo ha allontanato dall’amata televisione.

Ci aspettavamo qualcosa di più da un tale sontuoso passa parola, ma il film rimane una piacevole commedia che, al di là delle risate in superficie, regala momenti non banali sulla solitudine, l’omofobia e le differenze sociali e di classe della Los Angeles contemporanea, in quella California ben più vicina alla cultura messicana di quanto Trump possa tollerare. 

Due parole anche sul film che ha aperto il concorso Torino 36, il polacco 53 Wars, che presentava premesse interessanti. La storia è quella di una coppia di giornalisti; lei interrompe la sua carriera per permettere serenamente al marito di continuare la professione di inviato di guerra. Presa dalla preoccupazione che diventa cronica angoscia per i pericoli corsi dal compagno, è lei a essere diagnosticata di una sindrome di stress post traumatica, pur rimanendo (apparentemente) serena a casa. Altro esordio di un’attrice, Ewa Bukowaska, 53 Wars rimanda al filone psicanalitico e paranoico di Malgorzata Szumowska, oltre a essere chiaramente debitore verso i primi film dell’autorevole connazionale Roman Polanski. Purtroppo lo svolgimento è ridondante e frenetico, innamorato di tic estetici piuttosto sterili.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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