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New York Film Festival: The Irishman e gli altri film presentati nei primi giorni

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Il nuovo gangster movie di Martin Scorsese ha aperto in anteprima mondiale la 57° edizione.

New York Film Festival: The Irishman e gli altri film presentati nei primi giorni

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In una 57° edizione del New York Film Festival che come in passato ha scelto per il proprio cartellone molti lungometraggi provenienti da altre kermesse internazionali, il vero “piatto forte” – ma non l’unico - è stato senza dubbio il film d’apertura. Presentato infatti in anteprima mondiale, The Irishman di Martin Scorsese rivisita l’iconografia del crime-movie che lo stesso regista ha contribuito a creare in maniera sostanziale grazie a capolavori quali Quei bravi ragazzi o Casinò. Non a caso protagonisti del nuovo lungometraggio prodotto da Netflix sono gli stessi Robert De Niro e Joe Pesci, affiancati da Al Pacino nel ruolo di Jimmy Hoffa. Rispetto al passato però Scorsese opta per un tono e una velocità di racconto diversi, quasi antitetici rispetto agli altri film. La storia di Frank Sheeran viene messa in scena cercando di esplorare la quotidianità dell’essere un criminale senza sottolinearne il lato “larger than life” attraverso la messa in scena. The Irishman non possiede l’idea di cinema vertiginosa dei precedenti lavori di Scorsese: il cineasta sceglie ad esempio un montaggio meno frammentato per sviluppare una progressione narrativa maggiormente attenta a mostrare l’aspetto morale dell’atto violento o criminoso. Anche la fotografia di Rodrigo Prieto avvolge il film in ambientazioni molto più naturalistiche rispetto a quelle sfavillanti di Casinò. E tutto questo perché Scorsese, De Niro e tutto gli altri sembrano in qualche modo voler fare i conti con il genere, mostrare che dietro il glamour cinematografico a cui esso stesso ci ha abituato si celano comunque esseri umani semplici, che possono scontrarsi per stupidaggini o intestardirsi su principi futili. In un modo tutto suo The Irishman è anche un film sul tempo che passa, non solo per il protagonista ma anche per i suoi stessi realizzatori. È come se regista e attori in questo caso avessero voluto giocare con le loro rispettive icone, realizzando un’opera intrisa di malinconia. A rimanere impressi sono soprattutto un ironico e commovente Al Pacino e la straordinaria sequenza che funge da climax all’intera storia. È proprio essa in particolare a confermare quanto Scorsese sia un autore diverso rispetto a quello di Quei bravi ragazzi: forse meno furente ed energico, ma di certo non meno complesso o degno di ammirazione.

Notevole studio di caratteri e ritratto impietoso della struttura sociale nipponica si è rivelato Yokogao (A Girls Missing) di Kôji Fukada. Al centro della vicenda si trova Ichiko (Mariko Tsutsui) una donna che ha deciso di dedicare la propria vita ad aiutare gli altri. Quando però viene coinvolta suo malgrado in un crimine ecco che scopre quanto siano fragili e transitori i rapporti umani che ha costruito e che credeva capaci di andare oltre le apparenze. Il lavoro di Fukada nella costruzione dell’universo in cui vive e si muove Ichicko è preciso e credibile, così come lo è poi l’improvviso e traumatico ribaltamento. Dietro lo sviluppo sommesso del dramma personale della protagonista e una messa in scena trattenuta si cela al contrario una critica feroce nei confronti di una società che guarda all’apparenza o al sensazionalismo dei media senza valutarne minimamente le conseguenze morali e psicologiche. L’Odissea a cui Ichiko va incontro potrebbe succedere a qualunque persona vittima innocente  di una caccia alle streghe. Il tono del racconto del racconto e lo sviluppo dei rapporti tra i personaggi rendono però A Girl Missing un film profondamente radicato nella sua dimensione sociale e culturale. Uno spaccato del Giappone di oggi tanto impietoso quanto efficace.

Con Zombi Child il regista francese Bertand Bonello ha messo in scena lo studio comparato di due etnie ben precise, quella di Haiti negli anni ‘60 e il microcosmo retto da regole ferree di una scuola privata femminile dei nostri giorni. Una vicenda che parte nel 1962 con un uomo riportato in vita dal voodoo e si conclude cinquantacinque anni dopo, quando sua nipote lascia entrare le proprie compagne di classe in un mondo fatto di magia e antichi rituali, non sempre capaci di garantire risultati benefici. La sceneggiatura scritta dallo stesso Bonello fin dal principio sembra voler connettere i due piani temporali più attraverso suggestioni e atmosfere sospese che grazie a un filo narrativo solido. Questo però non impedisce a Zombi Child di possedere una sua efficacia e la capacità di intrigare, soprattutto quando sceglie di suggerire invece di mostrare. Se in passato Bonello ha peccato di eccessivo didascalismo nella messa in scena dei propri personaggi, questa volta al contrario riesce ad evitare l’errore grazie a un racconto più sommesso, contenuto, che lascia al pubblico lo spazio necessario per la propria interpretazione. Zombi Child si rivela così un lungometraggio volutamente aperto, forse addirittura coscientemente incompiuto, in cui la suggestione e il mondo nascosto nell’ombra contano più di ciò che vediamo, o riusciamo a comprendere.

Un notevole realismo misto al lirismo di alcune scelte estetiche hanno contraddistinto la visione dello spagnolo O Que Arde (Fire Will Come), diretto da Oliver Laxe. Amador è un piromane che dopo aver scontato due anni di carcere torna a casa per aiutare la madre, anziana contadina che vive principalmente di ciò che i campi e i suoi animali le danno. Il ritratto della durezza della vita di campagna non concede nulla al melodramma, al contrario racconta un’area rurale come le Galizia in tutta la sua bellezza austera. Lo sviluppo della storia si fonde in maniera sostanziale con l’ambientazione. Quando poi nella seconda parte Laxe mette in scena l’orrore del fuoco, ecco che il suo film diventa folgorante da vedere, potente in tutta la sua verità. Un’opera davvero efficace nel mostrare la bellezza anche terribile della natura, lasciando che siano le immagini e gli sguardi a definire la vita interiore dei personaggi. Anche se non facile da assimilare, O Que Arde è senza dubbio uno dei migliori lungometraggi visti al New York Film Festival 2019.

Una commistione bizzarra di toni e situazioni si è rivelato l’uruguaiano Así habló el cambista (The Moneychanger) di Federico Veiroj, vicenda criminale di un folle colletto bianco dedito al riciclaggio di denaro sporco nell’America del Sud degli anni ‘60 e ‘70. Difficile valutarla semplicemente come una commedia nera, in quanto spesso il tono della messa in scena scivola esplicitamente nel dramma. Al centro della storia rimane però sempre e comunque Humberto Brause, un “signor nessuno” che in alcuni momenti ricorda il nostro amatissimo, tragico Ugo Fantozzi, seppur in una versione più dark e ipocrita. Il protagonista Daniel Hendler risulta perfetto nell’impersonare Brause in tutta la sua meschina passività, regalandoci una figura in chiaroscuro impossibile da amare o anche soltanto rispettare. Lo spaccato sociale e politico del film risulta una sferzata al vetriolo nei confronti di un periodo storico in cui il Sudamerica ha purtroppo vissuto una delle sue pagine più buie e sanguinose. The Moneychanger è un lungometraggio complesso da definire ma ugualmente stuzzicante, forse proprio per la sua voluta ambiguità.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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