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New York Film Festival: luci e ombre della 53° edizione

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Tra le anteprime presentate alla kermesse convincono senza dubbio Il ponte delle spie e Steve Jobs

New York Film Festival: luci e ombre della 53° edizione

L’edizione 2015 del New York Film Festival è stata tra le recenti senza dubbio la più ricca di anteprime e titoli di rilievo, questi ultimi purtroppo non tutti all’altezza delle aspettative. Il filo conduttore che ha legato molti dei film presentati nei cinema della Society of Lincoln Center è stato la ricerca di un discorso critico e imparziale sul nostro recente passato, analizzato sia attraverso gli eventi che più nello specifico di alcuni personaggi in grado di scandire in qualche modo il nostro tempo.

Robert Zemeckis ha provato ad esempio a resuscitare la spinta idealistica e l’afflato libertario dei primi anni ’70 in The Walk, storia vera dell’equilibrista francese Philippe Petit che nel 1974 attraversò la distanza che separava le Twin Towers di New York passeggiando su una corda sospesa a più di quattrocento metri d’altezza. Un’esibizione artistica eclatante, sfrontata, illegale, già raccontata nel documentario premio Oscar Man on Wire di James Marsh. Il risultato, nonostante un efficacissimo Joseph Gordon-Levitt nei panni del protagonista, è stranamente asettico. Zemeckis non riesce a trasmettere la forza drammatica dell’impulso primario che spinge Petit a una simile, rischiosissima impresa, innanzi tutto perché sceglie di raccontare la storia con i toni leggeri di una “favola” edificante. Il lato oscuro del gesto, l’ossessione per la performance, il pericolo come parte integrante dell’happening avrebbero senza dubbio offerto materiale sufficiente per una rappresentazione psicologica molto più sfaccettata e complessa di ciò che arriva al pubblico attraverso The Walk. Considerato che Zemeckis rimane uno dei più grandi narratori del cinema americano contemporaneo, questo suo ultimo film può essere veramente definito come passo falso.

A sorprendere in positivo è stato invece Steve Jobs, soprattutto in considerazione del fatto che i suoi due creatori principali, il regista Danny Boyle e lo sceneggiatore Aaron Sorkin, posseggono uno stile che di certo non si evidenzia per sottigliezza e semplicità. E invece in questo lungometraggio messa in scena e scrittura trovano un notevole equilibrio dinamico, che si esplicita in un’opera fluida, ritmata, mai eccessivamente sopra le righe anche quando deve ammiccare al pubblico con le armi dell’emozione e della retorica. Non siamo ai livelli di un capolavoro, ma Steve Jobs è un film lungimirante, preciso, molto piacevole da guardare anche perché Michael Fassbender ci regala una delle sue migliori performance da anni a questa parte, coadiuvato da un cast di supporto di valore indiscutibile.

Parlando sempre di cinema americano, l’opera più compiuta vista al New York Film Festival è di sicuro Il ponte delle spie di Steven Spielberg, che è tornato all’epoca del Muro di Berlino e della Guerra Fredda pe raccontare una storia di spionaggio, solidarietà, valori e ideali. Lo Spielberg di un tempo insomma, quello che possedeva l’occhio (fintamente) innocente di un’America ancora non contaminata. L’armonia del racconto – sceneggiatura perfetta dei fratelli Coen – e la forza di una messa in scena tanto semplice quanto potente fanno del lungometraggio una parabola senza tempo, riflessione non scontata su temi come il senso del dovere e quello di appartenenza a un credo ideologico. Affascinante e denso come un romanzo di John Le Carré, Bridge of Spies si inserisce sulla scia estetica che Spielberg ha mirabilmente aperto con il suo precedente, altrettanto magnifico Lincoln. Due film in qualche modo “gemelli” che sono grande cinema.

Il miglior film visto al New York Film Festival 2015 non è però americano, bensì ungherese. Si tratta di Il Figlio di Saul di László Nemes. L’idea di base del lungometraggio, interamente o quasi ambientato dentro un lager nazista, è tanto semplice quanto efficace: stare incollato al suo protagonista, un kapò che cerca disperatamente di seppellire il corpo di un ragazzo. Attraverso una machina da presa che mostra e insieme cela con enorme dignità l’orrore del campo di concentramento, lo spettatore viene immerso in un tour de force che restituisce il dolore di quell’inferno senza esibirlo, tutt’altro. Un’idea di regia poderosa e insieme pudica.  Davvero uno dei migliori film sul tema mai realizzati.

Molto divertente e originale la prima parte di The Lobster di Yorgos Lanthimos: la metafora dell’albergo dove i cuori solitari si recano come ultima meta prima di arrendersi alla propria solitudine funziona a dovere, e alcune trovate narrative sono decisamente spassose. La seconda parte del film, ambientata in una foresta dove si nascondo i “ribelli” dell’amore forzato, purtroppo però non riesce a bissare il brio e la freschezza della prima. Un film spaccato a metà, interpretato da un Colin Farrell finalmente convincente.

Totalmente deludente si è invece rivelato Brooklyn di John Crowley, con Saoirse Ronan e Domhnall Gleeson. La storia della giovane irlandese emigrata negli Stati Uniti a inizio ani ’50 si dipana come un melodramma senza alcuna originalità, scandito da una progressione narrativa che non possiede nerbo. Anche i conflitti interiori della protagonista sono in realtà pretestuosi, utili soltanto per tratteggiare un ritratto retorico di brava ragazza con solide radici cattoliche.

Convince invece il film di chiusura Miles Ahead, biopic “parziale” del grande musicista Miles Davis che l’attore/regista Don Cheadle si è letteralmente cucito addosso. Il pregio del film è che lo ha fatto con senso di leggerezza, ironia, prendendosi non troppo sul serio ma puntato soprattutto sullo charme e sul fascino del personaggio che interpreta. Il risultato è alla fine accattivante, anche perché Cheadle è davvero carismatico come protagonista.

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