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New York Film Festival: First Cow di Kelly Reichardt è stata la sorpresa della manifestazione

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Il western gentile della regista di Certain Women ha come protagonista John Magaro.

New York Film Festival: First Cow di Kelly Reichardt è stata la sorpresa della manifestazione

Si è conclusa oggi la 57° edizione del New York Film Festival. Come ogni anno la kermesse cinematografica che si tiene al Lincoln center ha proposto al pubblico della Grande Mela alcune delle opere internazionali che hanno riscosso maggiore consenso ad altri festival. Ecco una carrellata veloce dei migliori lungometraggi che la seconda parte del NYFF ha messo in cartellone:

Con First Cow Kelly Reichardt ha scelto di intraprendere un percorso inverso eppure speculare rispetto al suo precedente Certain Women, ottenendo un risultato ugualmente prezioso. Dove nell’opera con Laura DernKristen Stewart e Michelle Williams aveva raccontato un universo quasi interamente femminile, questa volta nel nuovo “western” esplora un mondo tutto al maschile. Ambientato nel 1820 circa e (molto) liberamente ispirato al romanzo The Half-Life del suo collaboratore abituale Jonathan Raymond, First Cow racconta dell’amicizia tra un timido pasticcere e un immigrato cinese. Il loro rapporto si costruisce giorno dopo giorno, basato un terreno comune fatto di rispetto, gentilezza, dignità. La Reichardt adopera il suo stile di messa in scena sempre asciutto per costruire una commedia soavemente impregnata di poesia del quotidiano, in cui le azioni di tutti i giorni definiscono con precisione sia il carattere umanissimo dei due protagonisti che il loro rapporto. First Cow conferma la capacità della regista di narrare la profondità dell’animo umano soprattutto attraverso ciò che non viene comunicato a parole. Questo può essere considerato a pieno diritto uno dei lavori migliori, la testimonianza che la cineasta sta padroneggiando con sempre maggiore lucidità le componenti estetiche e narrative del suo cinema.

Grazie a Dylda (Beanpole) il regista russo Kantermir Balagov ha realizzato un dramma a tinte molto forti, in alcune sequenze addirittura livido. Al centro della storia due amiche legate da un legame profondo, quasi morboso, che nella Leningrado appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale si confrontano con una situazione sociale dove povertà e malattia scandiscono le giornate. Lavorando in un ospedale che accoglie soprattutto soldati feriti al fronte, la giovane e sprovveduta Iya osserva l’orrore di cui ella stessa è vittima più o meno consapevole. Il ritorno a casa della sua amata Sasha, di cui custodisce il giovanissimo figlio, scatenerà una serie di giochi al massacro fisici e psicologici in cui nessun personaggio è veramente innocente. In più di un’occasione Balagov non riesce a evitare una certa retorica del dolore, ma quando lo fa Beanpole si dimostra un film capace di colpire al cuore. Più che la trama a rimanere impresse sono le due figure femminili e la loro relazione complessa: due caratteri magnificamente esplicitati dalle interpretazioni della magnetica Viktoria Miroschnichenko e della vibrante Vasilisa Perelygina È soprattutto grazie a loro se il film riesce a rimanere impresso nella memoria emotiva del pubblico.

Una nuova versione rimontata di Wasp Network è stata presentata al New York Film Festival 2019. Il racconto di Olivier Assayas dell’intrigo spionistico avvenuto tra Miami e Cuba negli anni ’90 possiede un cast stellare, composto da Edgar Ramirez – già collaboratore del regista francese nella miniserie Carlos – Penélope CruzAna de ArmasGael García Bernal e Wagner Moura. Come sempre lo stile di Assays verte verso una decostruzione del genere, asciugando la messa in scena fino a renderla distaccata spesso anche riguardo la materia trattata. Nel caso di Wasp Network il discorso estetico così organizzato non permette al film di sviluppare la necessaria tensione perché il genere funzioni. Wasp Network poi gioca continuamente con l doppiezza dei personaggi  messi in scena, contribuendo a confondere lo spettatore riguardo ciò che viene narrato e soprattutto perché viene narrato. Il film si segue a fatica, e se non fosse per la presenza scenica di Rodriguez e Moura, sarebbe quasi interamente da bocciare.

A trentacinque anni dalla sua uscita, The Cotton Club Encore rappresenta una nuova versione di uno dei film più discussi e affascinanti diretti da Francis Ford Coppola. Lo stesso regista ha speso più di mezzo milione di dollari per rimontarlo nella maniera secondo lui più consona, e il risultato è  indubbiamente notevole. I trentacinque minuti aggiunto donano all’opera una diversa fluidità, rendendola in qualche modo più vicina all’idea di racconto che Coppola ha sviluppato nei suoi capolavori più grandi come Apocalypse Now o La conversazione. The Cotton Club Encore diventa così se possibile ancora più personale, magnetico, complesso di quanto non fosse l’originale, probabilmente non a caso rifiutato dal pubblico. La visione in sala su uno schermo appropriato ha permesso di gustare ad esempio con ancor maggiore densità la fotografia di Stephen Goldblatt, candidato all’Oscar per Il principe delle maree e Batman Forever. The Cotton Club Encore risulta un omaggio ancora più malinconico e sentito a un’era tra le più luccicanti e controverse di New York. Ricordiamo che il cast del cult-movie era composto da Richard GereDiane LaneGregory HinesNicolas Cage e Bob Hoskins.

Vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo festival di Berlino, Synonymes (Synonyms) dell’israeliano Navad Lapid mette in scena con coraggio e un notevole senso dell’assurdo lo spaesamento esistenziale del giovane Yoav (Tom Mercier), venuto a Parigi spinto dal desiderio di mettere una qualche distanza dal suo Paese d’origine. Ma la spinta verso la ricerca di un’identità propria e il senso di appartenenza a una cultura lavorano dentro la psicologia del giovane fino a rendergli impossibile una connivenza con l’ambiente che lo circonda. Ricco di spunti comici anche grotteschi, forte di un’energia cinematografica a tratti spiazzante, Synonyms risulta un film alterno nel racconto ma potente nel creare un’atmosfera di malessere spesso soffocante. La forza motrice del film è senza dubbio il protagonista Tom Mercier, che vedremo insieme a Dakota Johnson e Jack Dylan Glazer nella serie TV We Are Who We Are diretta da Luca Guadagnino.

Tornato dietro la macchina da presa a ventidue anni di distanza da Tentazioni d’amoreEdward Norton con Motherless Brooklyn ha portato sul grande schermo il magnifico romanzo di Jonatham Lethem cambiandone quasi completamente la storia principale. A rimanere intatto è il protagonista Lionel Essrog (Norton), che nella sceneggiatura per scoprile la verità sull’assassinio del suo mentore Frank Minna (Bruce Willis) si trova invischiato in un noir a sfondo politico la cui trama ricorda i classici del genere negli anni ’40, così come un altro capolavoro come Chinatown di Roman Polanski. Motherless Brooklyn in alcuni momenti soffre evidentemente del budget contenuto con cui è stato realizzato, mozzando il fiato a una messa in scena non sempre supporta con pienezza una storia la quale si dipana con tempi lunghi, forse anche troppo. Il risultato è affascinante quanto alterno, e un cast composto anche da Willem DafoeAlec BaldwinBobby Cannavale e Gugu Mbatha-Raw risolleva soltanto in parte le sorti di un progetto forse troppo sentito dal suo autore per essere realizzato con la necessaria misura. Il risultato finale è tanto alterno quando comunque affascinante. 



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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