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New York Film Festival 2016, chiude un’altra edizione di spessore

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Tra le anteprime mondiali della rassegna Billy Lynn's Long Halftime Walk di Ang Lee e The Lost City of Z di James Gray

New York Film Festival 2016, chiude un’altra edizione di spessore

Qual è la misura per definire la riuscita o meno di un festival di cinema? Il numero e l'importanza delle opere presentate in anteprima o la qualità dei film selezionati, a prescindere dal fatto che siano passati o meno in altre rassegne? Dal momento che una rassegna di cinema dovrebbe essere principalmente rivolta ad accontentare il pubblico con cinema di qualità, noi propendiamo per la seconda ipotesi. Ed ecco perciò che anche l'edizione 2016 del New York Film Festival può sicuramente essere considerata un successo. Anche perché, seppur non “altisonanti” come alcuni titoli in cartellone degli anni precedenti, anche le anteprime di quest'anno si sono rivelate ottimo cinema.

Partiamo dunque dai lungometraggi presentati per la prima volta al New York Film Festival 2016. Del documentario The 13th di Ava DuVernay, già disponibile su Netflix, abbiamo già scritto in un articolo a esso espressamente dedicato, poiché il tema trattato meritava a nostro avviso di essere evidenziato ben oltre il solo discorso artistico. Il secondo dei titoli presentati in anteprima è stato 20th Century Women, nuovo lungometraggio di quel Mike Mills che qualche anno fa aveva commosso il pubblico internazionale con Beginners. Annette Bening, Elle Fanning, Greta Gerwig, Billy Crudup e il giovane Lucas Jade Zumann interpretano i cinque personaggi che (più o meno) convivono in una vecchia casa nella Santa Barbara del 1979. La storia principale vede Dorothea Fields (Bening), donna non più giovane alle prese con un mondo in continuo cambiamento ma soprattutto con il figlio Jamie (Zumann), impegnato nel difficile universo dell'adolescenza. Perché non chiedere aiuto alle due altre donne che ha a disposizione, e cioè la fotografa Abbie (Gerwig) e la giovane Julie (Fanning)? Costruito più sulle atmosfere e sulla definizione dei personaggi che su una progressione drammatica classica, 20th Century Women è un film pieno di ironia ed emozioni soffuse, raccontate con delicatezza. In un gruppo di attori in cui la Gerwig si rivela sorprendentemente più trattenuta ed efficace del solito a svettare è però la bravura cristallina di Annette Bening, oltretutto ammirevole nell'esporre al servizio del personaggio i suoi cinquantotto anni. È lei la gemma che impreziosisce il film e ne eleva senza dubbio il livello. Mills si conferma un regista molto sensibile, capace di cogliere il non detto dei suoi personaggi e renderlo palpabile, emotivamente efficace. La volontà di non rinchiudere queste figure mirabilmente sfumate in una trama con un percorso predefinito le rende forse anche più vere, anche se poi alla fine si ha la sensazione che al film manchi qualcosa. Come però spesso succede alla vita stessa, no?

Dopo Life of Pi Ang Lee ha accettato un'altra sfida tecnologica adattando per il grande schermo a 120 fotogrammi al secondo il romanzo di Ben Fountain Billy Lynn's Long Halftime Walk. Come per altri film del grande regista importanza della storia e innovazione nella messa in scena cercando di compenetrarsi, di trovare il giusto equilibrio. Questa volta la formula scricchiola maggiormente rispetto alle opere passate poiché retorica e alcune ingenuità di fondo fanno capolino nello  sviluppo narrativo della storia. Il film rimane però molto coinvolgente, pieno di scene capaci dia arrivare al cuore dello spettatore. L'esordiente Joe Alwyn è impressionante nel dar vita a questo ragazzo che di straordinario non ha assolutamente nulla, che si ritrova a essere un eroe di guerra quando vorrebbe soltanto capire qual è il suo posto nella vita. Billy Lynn's Long Halftime Walk regala poi a Vin Diesel, Steve Martin e soprattutto Garrett Hedlund ruoli di contorno davvero capaci di lasciare il segno. Se anche l'ultimo film di Ang Lee non è il suo migliore quanto a compattezza e lucidità del racconto, rimane comunque un prodotto di forte impatto, che come altri film americani negli ultimi anni (pensiamo a Redacted, Nella valle di Elah, The Hurt Locker tanto per citare i titoli più famosi) mostra come l'industria della guerra negli Stati Uniti continui a mietere vittime/soldati sempre e soprattutto nelle classi sociali più povere del tessuto sociale.

Come lungometraggio di chiusura la 54a edizione del New York Film Festival ha selezionato in anteprima mondiale The Lost City of Z, nuova fatica dei James Gray che rievoca le gesta dell'esploratore britannico Percy Fawcett, scomparso negli anni '20 del secolo scorso in Bolivia mentre cercava di scoprire i resti di un'antica civiltà vissuta della foresta amazzonica. Charlie Hunnam nei panni del protagonista ci regala la prova migliore della sua carriera cinematografica. Accanto a lui troviamo in discreta forma anche Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland. Soprattutto nella prima parte il film di Gray si rivela totalmente riuscito, asciutto nella narrazione eppure emotivamente efficace nella rappresentazione dei personaggi. L'accuratezza della messa in scena viene rappresentata al meglio dalle immagini sempre corpose ed eleganti di un grande direttore della fotografia come Darius Khondij. Alcune lunghezze di troppo si fanno sentire nella seconda metà del film, ma non inficiano più di tanto il risultato finale, facendo sì che The Lost City of Z sia alla fine uno dei migliori film statunitensi presentati alla rassegna newyorkese.

Alcune opere selezionate precedentemente in altre manifestazioni internazionali hanno poi impreziosito il cartellone del New York Film Festival 2016. Dopo un film eccentrico e sopra le righe come il riuscitissimo Only Lovers Left Alive Jim Jarmusch ha fatto di nuovo centro - e che centro! - con la poesia del quotidiano di Paterson, che vede protagonista un calibratissimo Adam Driver. La storia è quella minimalista e poetica di un autista di bus diviso tra il suo amore per la poesia e quello per una fidanzata piena di energia a vitalità. Un'opera densa nella sua semplicità, rigorosa quando libera nell'esplorazione della psicologia umana. Gran cinema, capace di confermare la versatilità ritrovata del proprio autore. Jarmusch ha presentato al NYFF anche il suo documentario Gimme Danger, dedicato al suo amico Iggy Pop e alla sua storica band The Stooges. A parte qualche intermezzo di puro divertimento vagamente malinconico, l'operazione si rivela un omaggio all'arte dissacrante del musicista, ma non arriva mai veramente in profondità.

 

Come per ogni edizione del New York Film Festival anche la selezione di opere provenienti da tutto il mondo si è rivelata nutrita ed artisticamente valevole. Pedro Almodóvar ha presentato Violeta, Olivier Assayas il suo ultimo Personal Shopper (vituperato a Cannes eppure a nostro avviso ricco di spunti interessanti, anche se non del tutto calibrati), Pablo Larraín ha portato un film notevole quale Neruda. A convincere più degli altri sono stati però il tedesco Toni Erdmann di Maren Ade e il fluviale rumeno Sieranevada di Cristi Puiu. Due film che seppur attraverso toni e tipologie narrative diverse riflettono sulla disconnessione dei rapporti familiari, sulla difficoltà di comunicazione tra generazioni vicine per età ma distanziate da una società che negli ultimi decenni ha corso molto più veloce della scansione temporale. 



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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