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New York Film Festival 2013: Bruce, Robert e la solitudine dell'uomo contemporaneo

In una giornata evidentemente architettata per rendere omaggio al periodo d'oro della "Nuova Hollywood" il New York Film Festival 2013 ha presentato All Is Lost di J.C.Chandor e Nebraska di Alexander Payne


In una giornata evidentemente architettata per rendere omaggio al periodo d'oro della "Nuova Hollywood" il New York Film Festival 2013 ha presentato All Is Lost di J.C.Chandor e Nebraska di Alexander Payne.

Nel primo Robert Redford è un uomo di mare che, dopo un incidente fortuito avuto con la sua barca in mezzo all'Oceano Indiano, si ritrova solo e in balia della natura.
Nel secondo invece Bruce Dern, scorbutico vecchietto che vive in uno sperduto paesino del Montana, decide di mettersi in cammino verso il Nebraska per ritirare una fantomatica vincita da un milione di dollari.

Già presentati all'ultimo Festival di Cannes, i due film non hanno in comune la sola presenza di due mostri sacri del cinema americano moderno.
Venuti alla ribalta in un periodo di grandi cambiamenti come la seconda metà degli anni '60, Redford e Dern condividono nei loro due film un destino di solitudine piuttosto emblematico. Il confronto tra uomo e natura è sempre stato al centro della filmografia più importante di Robert Redford: dal lontano 1972 di Corvo Rosso non avrai il mio scalpo l'attore si è spessissimo confrontato con questa dicotomia, esplorandola nei suoi risvolti anche esistenziali. Il desiderio di domare gli elementi attraverso l'ingegno e la volontà umane, nel pieno rispetto di forze comunque più grandi del singolo individuo, aveva guidato personaggi come quello di Jeremiah Johnson nel film sopra citato, oppure il romantico Denys Finch-Hatton de La mia Africa, entrambi diretti dal grande Sidney Pollack.
Sotto questo punto di vista All Is Lost può metaforicamente (e non solo) essere visto come una sorta di testamento spirituale: preciso nella scrittura e nel realismo della messa in scena, il film torna su queste tematiche con un'asciuttezza invidiabile, che permette all'attore di lavorare in sottrazione senza perdere una briciola di quella presenza scenica che ancora oggi, a ben settantasei anni suonati, rimane intatta e inarrivabile. Non basta l'aura della leggenda per sfornare una prova come quella di Redford in All Is Lost. Serve anche qualcosa di insostituibile come il carisma.



Anche Nebraska si inserisce con sorprendente coerenza nel discorso filmico di Bruce Dern. Grazie a ruoli indimenticabili ne Il re dei giardini di Marvin di Bob Rafelson o Tornando a casa di Hal Ashby l’attore ha descritto figure molto contrastate, impossibilitate a vivere una condizione familiare in grado di attutirne le pulsioni autodistruttive, tutt’altro. Sotto questo punto di vista il vecchio, rancoroso Woody Grant interpretato nel film di Payne – che ha regalato all’attore settantasettenne il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes– rappresenta anch’egli un perfetto corollario a quanto espresso con le sue migliori prove del passato.
Più leggero rispetto al precedente Paradiso amaro, Nebraska possiede comunque il tocco umanissimo e ironico del miglior Alexander Payne, e si aggiunge come tassello altrettanto prezioso al mosaico di ritratti veri della sua filmografia.



Dopo aver trionfato all'ultimo festival di Toronto, dove ha ottenuto il premio del pubblico, 12 Years a Slave è approdato anche al New York Film Festival accompagnato dal suo regista Steve McQueen. Già decretato dai buzz del settore uno dei maggiori favoriti ai prossimi Oscar, il film interpretato da Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Brad Pitt e svariati altri caratteristi di lusso ha però lasciato la sensazione di essere un'opera destinata ad essere sopravvalutata.
È proprio la confezione ineccepibile a lasciare interdetti, in quanto non sempre capace di creare contatto emotivo tra lo spettatore e la storia narrata. Non che per mettere in scena la crudezza e la violenza di determinati argomenti o contesti storici si debba per forza adoperare uno stile di regia votato al realismo.
McQueen però in più di un'occasione sembra specchiarsi nel suo indubbio gusto visivo, rallentando inutilmente una narrazione complessa nei suoi sviluppi. Quando una sceneggiatura prevede un protagonista passivo, agito, nella maggior parte dei casi inerme spettatore di eventi drammatici, l'attenzione al ritmo della vicenda dovrebbe essere calibrato con la massima attenzione.
12 Years a Slave invece, più che scivolare in evidenti lungaggini sembra essere montato con alcune inquadrature non necessarie, che testimoniano però l'occhio cinematografico indubitabilmente raffinato di Steve McQueen. Una sbavatura magari anche veniale ma evidente in un lungometraggio riuscito ma non esente da imperfezioni.

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