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New York Film Festival 2013: Ben Stiller emoziona, Joaquin Phoenix irrita.

Ci sono film i quali, appena finita la proiezione, vengono percepiti come un momento di svolta per chi li ha realizzati. Già dai titoli di coda la sensazione che I sogni segreti di Walter Mitty ha lasciato al pubblico è quella di un'opera vibrante, sentita, senza dubbio (e di gran lunga) la migliore nella carriera di Ben Stiller.

New York Film Festival 2013: Ben Stiller emoziona, Joaquin Phoenix irrita.

Ci sono film i quali, appena finita la proiezione, vengono percepiti come un momento di svolta per chi li ha realizzati. Già dai titoli di coda la sensazione che I sogni segreti di Walter Mitty ha lasciato al pubblico è quella di un'opera vibrante, sentita, senza dubbio (e di gran lunga) la migliore nella carriera di Ben Stiller.
Dentro i panni poetici di un signor nessuno che sogna una vita di avventure mentre è ancorato ad una realtà monotona e malinconica, l'attore ha fornito una prova d'attore superba, scavato nel volto ed emozionante nello sguardo come i grandi comici sanno fare.
Come regista invece ha saputo dosare con equilibrio perfetto le poche scene fantastiche per dedicarsi alla poesia della vita reale, alla rinascita interiore del protagonista.
Pennellate di grande cinema ottenute grazie a luoghi fotografati nella loro bellezza naturale, una colonna sonora da brividi, la dolcezza di una partner di lusso come Kristen Wiig e il supporto impagabile di maestri della recitazione come Sean Penn e la leggenda vivente Shirley MacLaine. che I sogni segreti di Walter Mitty è tutto questo e anche qualcosa che non può essere semplicemente riportato in una pagina scritta. Alcune immagini, alcune emozioni vengono impoverite quando descritte. Trovatele sul grande schermo a Natale, quando il film uscirà anche in Italia.



Stranamente piatto e incapace di incidere The Immigrant, nuovo melodramma del solitamente nerboruto James Gray. Il film, già passato all’ultimo festival di Cannes, è un omaggio esplicito all’opera di Puccini dove però manca proprio il pathos necessario a fare in modo che la semplice esattezza della rappresentazione si trasformi in sentimento. Joaquin Phoenix, Marion Cotillard e Jeremy Renner sono i protagonisti di un film in costume – l’ambientazione sono gli anni ’80 e il sottobosco degli immigrati stranieri a New York – bello da vedere ma del tutto incapace di arrivare al cuore dello spettatore.
Chi c’è arrivato col solo risultato di provocare irritazione è stato Joaquin Phoenix, il quale si è presentato alla conferenza stampa successiva alla proiezione del film senza però rispondere ad lacuna domanda, concedendosi invece semplici lazzi da istrione. Un atteggiamento che ha messo in difficoltà il regista, anch’egli presente, e ha dimostrato poco rispetto prima di tutto verso il suo lavoro e secondariamente verso la platea. Perché presentarsi se non si ha alcuna intenzione di interagire con stampa e fan?



Ma il New York Film Festival non è soltanto la presentazione dei nomi più altisonanti del panorama cinematografico statunitense. All’interno della rassegna trovano spazio anche lavori più piccoli e sperimentali provenienti da tutto il mondo. Interessante anche nella sua ingenuità di fondo, anzi forse soprattutto per essa, è il documentario The Missing Picture (L’image manquante) del cambogiano Rithy Panh. La ricostruzione delle atrocità commesse dai Khmer Rossi nel periodo che va dal 1975 al 1979 viene ricostruita attraverso pochissimi filmati d’epoca ma soprattutto grazie a piccoli, toccanti pupazzi che prendono il posto simbolico degli esseri umani. Narrato e musicato apposta per coinvolgere lo spettatore a livello emotivo, il lavoro di Panh è un qualcosa di originale e spiazzante nella sua strana vena elegiaca. Una testimonianza bizzarra ma tutto sommato riuscita che si può fare informazione storica anche attraverso piccole ma efficaci idee.



Molto interessante, più nella sostanza che nella forma, l’altro documentario American Promise, diretto da Joe Brewster e Michele Stephenson, due dei quattro genitori che hanno avuto l’idea di documentare appunto il percorso scolastico dei loro primogeniti dai cinque ai diciassette anni. Una testimonianza dunque lunga ben più di un decennio del percorso intrapreso da due giovani esponenti della middle-class afroamericana newyorkese. Molto interessante nelle premesse, non troppo elaborato a livello estetico, American Promise è un discreto spaccato di società americana che evita di essere pietistico anche quando gli eventi narrati si fanno altamente drammatici. Seppure molto alla lontana, questo prodotto ha riportato alla mente un capolavoro come Hoop Dreams (id., 1994), lo straordinario documentario che aveva seguito l’intera carriera liceale di due promesse del basket americano.

Tornando alle opere di fiction presentate in questi giorni al NYFF merita simpatica segnalazione Alan Partridge: Alpha Papa, commedia scanzonata in cui Steve Coogan riprende il personaggio del sempliciotto deejay radiofonico che ha inventato quasi vent'anni fa per la TV britannica. Pur senza brillare in originalità il film è un discreto concentrato di comicità nonsense e corrosivo humour inglese. Ad appoggiare uno scatenato Coogan troviamo anche un caratterista di spessore come Colm Meaney. Una trama che per ammissione dello stesso protagonista strizza l'occhio a un classico come Quel pomeriggio di un giorno da cani per un film che verosimilmente troverà successo soltanto sul suolo britannico, come Coogan ha ammesso in conferenza stampa: "I protagonisti di commedie americani sono comunque dei vincenti, quegli inglese sono invece dei



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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