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Nanni Moretti, il diario, lo spettacolo e la maschera che non c'è: l'incontro col pubblico alla Festa del Cinema di Roma

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Consapevolezza, sincerità, ironia e pianificazione: ecco cosa fa del regista romano una delle stelle più luminose del nostro cinema.

Nanni Moretti, il diario, lo spettacolo e la maschera che non c'è: l'incontro col pubblico alla Festa del Cinema di Roma

Quando, dopo qualche minuto di bloopers tratti da Mia madre, Nanni Moretti sale sul palco della Sala Petrassi dell'Auditorium di Roma, viene accolto da una vera e propria ovazione.
In un cinema italiano che fatica a produrre un vero star system, è lui una delle stelle più grandi e brillanti: lui, che  divo ci è diventato con i suoi film e i suoi personaggi, e con quel modo di fare schivo, burbero, imprevedibile, col il abituale sottrarsi alle cerimonie mediatiche più stantie e consolidate.
Ora, invece, eccolo qui.

È diventato buono, Nanni Moretti? Si è imborghesito?
No, non proprio, non direi: a giudicare da come riesce a tenere all'angolo un Antonio Monda che fa fatica a rimanere nell'ombra, pur avendo annunciato - mentre ancora il pubblico applaude Nanni - che la serata verrà gestita direttamente dal suo ospite; a giudicare dalle cose che dice e da come le dice.
Nanni Moretti, semplicemente, si rifiuta di rimanere l'immagine di sé che è di dominio pubblico e che lui stesso ha contribuito a creare, si rifiuta di rifiutare il cambiamento, gli anni che passano, gli inevitabili piccoli e grandi slittamenti del suo carattere. Nanni Moretti sa benissimo chi è, e quale sé stesso vuole presentare al pubblico, e lo fa senza timori, con quel pizzico di narcisismo che non fa mai male e con una sincerità quasi spiazzante.

Per raccontare allora cosa sia successo ieri sera, bisogna partire dalla fine, dalle immagini di un corto cui il regista sta ancora lavorando, Autobiografia dell'uomo mascherato, nel quale racconta a modo suo - come fatto in Caro Diario - di un nuovo tumore che ha combattuto e sconfitto: "Perché sono convinto che si possa filmare quasi tutto," dice Moretti, "e allora ho deciso di filmare la mia radioterapia."
Se Moretti ha accettato di essere protagonista di uno degli incontri della Festa del Cinema di Roma, allora, non è stato solo per vanità: e difatti il Nanni che si è raccontato sul palco è lo spettatore, il produttore, l'attore, l'esercente e il giurato, più che il regista.
Quella scaletta così chiaramente e attentamente pianificata, questo momento di esposizione pubblica e mediatica è allora nata, viene da pensare, principalmente in funzione di questo disvelamento, di questa rivelazione, per anticipare eventuali voci e dicerie. E quando, dopo le immagini del corto, Nanni si piazza al centro del palco per prendere gli applausi flettendo ironicamente i bicipiti come un forzuto di un sandalone dei bei tempi andati, capisci subito quanto quel gesto sia stato liberatorio.

Ma Moretti sincero, magari in maniera un po' più furba e calcolata, lo è stato fin dall'inizio, da quando ha iniziato a parlare del Nanni spettatore, diventato "uno spettatore forte un po' tardi, solo verso i quindici anni, quando dopo la scuola andavo al cinema e poi la sera mi allenavo in piscina."
Quando ha raccontato di aver confessato, arrossendo sempre di più, all'amico Pietro Veronese, che non si sarebbe iscritto all'università dopo la maturità, che avrebbe voluto tentare di fare il cinema, e che avrebbe voluto farlo sia da attore che da regista: che poi, uno non se lo figura proprio, Nanni Moretti che arrossisce.
E ancora il suo schierarsi giovanile col partito di Fellini e non con quello di Antonioni, e l'amore per tutto quel cinema d'autore degli anni Sessanta fatto da registi di tutto il mondo che "rifiutavano il cinema ricevuto in eredità così come rifiutavano la società che avevano ricevuto in eredità, e cercavano coi loro film di prefigurare il cinema e la società a venire, lavorando sulla forma come sul contenuto."

È stato sincero, Nanni Moretti, raccontando come da attore cerchi di immedesimarsi "nell'idea che ha il regista del personaggio e non col personaggio in sé, di capire cosa vuole raccontare", perché anche come spettatore "non mi piacciono quelle performance in cui ci si immedesima così tanto con il personaggio da sparire come persona."
Spiegando di aver rifiutato la parte che Kieslowski gli voleva dare in La doppia vita di Veronica perché "allora non stavo bene, pensavo di avere una brutta depressione, e invece avevo un tumore."
Sincero ma anche caustico quando ha parlato del suo lavoro di produttore ("non lo faccio mica per fare il sadico con registi meno potenti di me, come fece Coppola con Wim Wenders ai tempi di Hammett - Indagine a Chinatown, o per produrre sottogeneri della mia filmografia, o per dimostrare che non c'è un ricambio: ho iniziato a fare il produttore per avere il piacere di lavorare con persone con cui stavo bene, e per restituire qualcosa di quello che avevo ricevuto io"), o di esercente quando ha ricordato le responsabilità degli spettatori "che non sono sempre innocenti, a volte ci sono film che valgono e che il pubblico rifiuta per pigrizia", o ha ricordato con passione di quando, al Nuovo Sacher, programmò tutto Heimat 2, il film di Edgar Reitz composto di 13 lungometraggi, o ha rievocato scelte controcorrente perché "per creare un'identità c'è bsogno di certi film, che tu magari sai già non andranno bene ma in cui tu ti riconosci."

I toni poi si fatti più leggeri e scanzonati - ma non meno sinceri, affatto - quando Moretti ha raccontato la sua vita da giurato, commentando con effetti esilaranti, in diretta, dei frammenti video delle esperienze fatte a Torino, Locarno, Venezia e Cannes, parlando di Paul Auster come dell'"uomo che adorava sé stesso", quando ha rivendicato la Palma d'oro fatta ottenere a Abbas Kiarostami per Il sapore della ciliegia grazie alla sua ostinazione, battagliando con il presidente Mike Leigh e riuscendo a portare metà della giura della sua parte partendo da una situazione in cui lui era l'unico sostenitore del film.
E quando ha raccontato che, prima della cerimonia di premiazione che lo avrebbe visto ricevere lui stesso la Palma d'oro per La stanza del figlio, ha incontrato da solo David Lynch nel foyer del Gran Theatre Lumière e il regista americano, consapevole di come sarebbero andate le cose, gli ha detto "Nanni, prima o poi io ti ammazzerò.". Perché, ha detto Moretti, "se una cosa così te la dicono i fratelli Coen, tu la prendi a ridere, se te la dice uno come Lynch, un po' ti preoccupi."
Di sé come regista, invece, Moretti ha voluto dire solo una cosa, dopo aver mostrato un difficile ciak fatto recitare a Margherita Buy, con lui che la incalzava incessante: "Ecco, io con uno così matto non ci voglio più lavorare. È per questo che mi sono dimesso da protagonista dei miei film quindici anni fa."

È così, Nanni Moretti, da sempre. Un uomo che sa cosa sia lo spettacolo, sa come utilizzarlo ai suoi scopi, eppure di rimanere sé stesso anche quando fa lo show-man. Uno che è capace di essere schivo e riservato, ma anche di raccontare le sue battaglie più dure, come in Caro Diario, e come in Autobiografia dell'uomo mascherato.
L'uomo mascherato: un supereroe. E Nanni lo è, con o senza maschera. Un supereroe, umanissimo, del nostro cinema. Che si racconta decidendo lui cosa e come, flette i bicipiti, prende gli applausi, si inchina e se ne va.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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