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Nanni Moretti al Bif&st: "Penso quasi sempre di essere un regista modesto"

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Prima della master class il regista ha letto brani del diario scritto durante la lavorazione di Caro diario.

Nanni Moretti al Bif&st: "Penso quasi sempre di essere un regista modesto"

"Non sarebbe così difficile per me fare un film, se la mattina mi alzassi sapendo cosa fare".
"Oggi il truccatore mi ha detto: ' Nanni, questa mattina ti ho sentito cantare. Mi sembri più vivibile del solito'".
"Oggi c’è stata la prima proiezione in technicolor di Caro diario. In un’inquadratura in cui ero di profilo avevo il ciuffo alla Little Tony. Siete in 25 dietro la macchina da presa: aiutatemi!"
"A chi può interessare una vespa che se ne va in giro per Roma?"
"Ho detto al barista del Nuovo Sacher che deve assolutamente alzare il prezzo delle bomboniere. 2500 lire è troppo poco. 3000 andrebbe meglio, consideriamo che le nostre sono scatole da 20 pezzi".
"Penso quasi sempre di essere un regista modesto, scolastico. Quando sono sul set e mi vengono in mente idee di regia, mi stupisco".

Questi pensieri, annotati prima e durante la lavorazione di Caro diario, Nanni Moretti li ha letti al pubblico del Teatro Petruzzelli prima della sua lezione di cinema.
Solo sul palcoscenico, illuminato da un faro e di tanto in tanto accompagnato dalle note delle musiche dei suoi film, il regista ha creato un’atmosfera di grande intimità e commozione, dividendo con gli spettatoti i propri dubbi, le proprie fragilità e le proprie ossessioni. Poi, intervistato da Jean Gili, ha tenuto la sua master-class. Ecco gli argomenti trattati:

Dicembre 1976
Nel dicembre del 1976 usciva al Filmstudio Io sono un autarchico. La programmazione doveva limitarsi a due giorni, invece restammo in cartellone per due mesi. Non me l’aspettavo proprio.

Caro diario
Caro diario è stato un caso. Tutto è nato dal mio girovagare per Roma in vespa nelle domeniche d’estate. Mi accompagnavo a una troupe di quattro persone e l’idea era quella di girare un cortometraggio, o forse di non girare nulla, di godersi semplicemente quei momenti. All’epoca era a Roma Jennifer Beals. Da suo grande ammiratore le chiesi di apparire brevemente nel corto. Fu allora che il progetto acquistò concretezza. Rammento che giravamo con leggerezza, con spensieratezza, proprio come succedeva quando facevo i miei filmini in Super 8. Caro diario è stato il primo film fatto senza un piano ben preciso. A supportarmi non c’era una sceneggiatura scritta nel dettaglio. Così, quando sono arrivato sul set il primo giorno, non sapevo esattamente cosa avrei fatto. Sapevo di avere dei buchi narrativi che speravo di riempire in corso d’opera.

Il quarto capitolo di Caro diario
In origine Caro diario aveva 4 capitoli anziché 3. Il quarto capitolo aveva come protagonista Silvio Orlando, che doveva interpretare un regista cinematografico che, pur avendo tentato tutti i generi, non era riuscito a combinare mai nulla di buono. Nonostante questo, aveva convinto a stare dalla sua parte tutti i critici tranne uno. Questo critico era l’altro personaggio del capitolo e ossessionava con i suoi giudizi il povero regista.

Il capitolo sulla malattia
Avevo molti dubbi sul capitolo della malattia. Ho deciso di farlo nel momento in cui ho capito che tono avrei dovuto usare. Dovevo raccontare la malattia con semplicità e ironia. Mentre lo scrivevo, mi venne in mente un mio allenatore di pallanuoto che mi diceva sempre: "Nun te inventa' niente". Ecco, non dovevo inventarmi niente. Così ho aperto la cartellina in cui tenevo le analisi e le prescrizioni mediche. Le ricette che vedete nel film sono le mie. Per me era fondamentale raccontare quella vicenda senza autocompiacimento e senza sadismo nei confronti dello spettatore.

Il finale alternativo
Per l’episodio delle isole avevo girato anche un altro finale: il personaggio di Gerardo, ormai pazzo di televisione, andava a Vulcano, dove incontrava Mike Bongiorno, diventato il suo idolo numero uno.

Palombella rossa
Palombella rossa è nato dal mio desiderio di parlare in modo più libero al pubblico. Spesso il mio lavoro di spettatore ha influenzato il mio lavoro di regista. Nel caso di Palombella rossa,  a spingermi a fare qualcosa di diverso è stato il mio scarso gradimento per il modo in cui all’epoca venivano scritti i film. Dovete sapere che, alla fine degli anni Ottanta, dopo un periodo in cui nessuno dava più grande importanza alla sceneggiatura, c’è stato un ritorno alla cura per la scrittura, però si è trattato di un ritorno "accademico": era come se gli sceneggiatori dovessero fare un bel compitino, seguendo regole e regolette. Io quegli schemi, per altro vecchiotti, non li sopportavo. Nel film, che racconta la crisi ideologica di un dirigente del PCI, avrei potuto seguire una pista già tracciata, mostrando anche la crisi esistenziale del personaggio, facendolo vedere a convegni e comizi o intento a dialogare con compagni ottusi. Ho scelto invece il "contenitore" di un’infinita partita di pallanuoto. In quella partita c’era tutto lo smarrimento della sinistra italiana.

Scrivere in tre
Da La stanza del figlio in poi, ho sempre scritto le mie sceneggiature con altre due persone. E’ bello scrivere in 3, è più divertente, è una vera e propria traversata, ci sono momenti dispersivi di chiacchiere e di noia, poi, di colpo, arriva un’idea. Per me la fase della scrittura è la più difficile, non la più angosciante. La più angosciante è quella delle riprese. Poi, con il montaggio, arriva il sollievo, perché devi avere a che fare solamente con un individuo, non hai davanti decine persone che aspettano che ti venga un’idea e tu non ce l’hai.

Non solo regista
In passato e nel presente, ho alternato al lavoro di regista altri mestieri del cinema. Sono stato produttore, distributore, esercente. Non l’ho fatto per dovere, come fosse una missione, ma per piacere, il piacere di lavorare con persone che stimo. Per me è stato ed è ancora un modo per ricaricarmi. Non sono uno di quei registi che fanno un film dopo l’altro. Per me un film è un grosso investimento emotivo, mi scarica, devo riposarmi, poi pian piano si fa strada dentro di me un sentimento, quel sentimento a un certo punto diventa un soggetto e poi una sceneggiatura.

Su Fellini che su Le Monde lo definiva "un Savonarola"
Accolgo con gioia questo complimento, ma sono sicuro che Fellini non abbia visto nessuno dei miei film. Lui non vedeva i film degli altri, verso i quali mostrava un totale disinteresse. Sono fiero di non averlo mai invitato alla presentazione di un mio film. Siccome la sua dimensione di spettatore cinematografico era inesistente, credo che parlasse di me come figura, come personaggio.


Il trailer di Mia madre, il nuovo film di Nanni Morretti in uscita il 16 aprile:




  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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