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My One and Only - recensione del film di Richard Loncraine, in concorso al Festival di Berlino 2009

Con scelta bizzarramente eterogenea rispetto alla tipologia di film solitamente ospitata, in concorso a Berlino sbarca anche My One and Only, standardizzata commedia hollywoodiana basata sulle memorie giovanili dell’attore George Hamilton.

My One and Only - recensione del film di Richard Loncraine, in concorso al Festival di Berlino 2009

My One and Only - recensione del film di Richard Loncraine, in concorso al Festival di Berlino 2009

My One and Only si basa su eventi realmente avvenuti all’allora adolescente George Hamilton nel corso dell’estate del 1952. Quando sua madre, una donna viziata e un po’ svampita, scoprì il marito a letto con un’altra e prese armi, figli e bagagli e lasciò New York: fu l’inizio di una piccola Odissea che portò George, sua madre e suo fratello attraverso gli States, fino ad approdare in quella Los Angeles dove, quasi per caso, Hamilton diede il via alla sua carriera cinematografica.

Al cinema questa storia, adeguatamente romanzata, diviene una storiellina familiare, incentrata sul rapporto non facile tra il giovane George (Logan Lerman) e la madre Ann (Renée Zellweger), e sulla crescita e maturazione di entrambi i personaggi. Sì, ancora una volta.

Richard Loncraine non è mai stato un fulmine di guerra: passi per il suo Riccardo III con Ian McKellen, ma – tanto per dare un’idea – i suoi credits più recenti sono quelli di film come Wimbledon e Firewall – Accesso negato. Non sorprende quindi più di tanto che questo My One and Only sia un film standardizzato e piuttosto piatto, privo di particolari picchi, positivi o negativi che siano.
Il cast funziona ma nessuno brilla in particolare. Non mancano alcune battute e situazione abbastanza efficaci, nella sceneggiatura di Charlie Peters, ma sono sporadiche, perse in un canovaccio complessivo che si sfilaccia, eccede in ripetizioni e lungaggini, e si appoggia a formule scontate e un po’ abusate.

Il più grande limite del film di Loncraine, di conseguenza, è probabilmente l’incapacità di far provare un vero interesse per i suoi protagonisti e le loro vicende personali: vada per il personaggio standard della Zellweger, per il quale provare una gran simpatia potrebbe essere segno di qualche squilibrio momentaneo, ma è un peccato anche il protagonista George non brilli in questo senso. E sulla caratterizzazione del fratello gay di George, è meglio sorvolare.

D’altronde, se è vero che probabilmente My One and Only è un film senza eccessive ambizioni, lo è altrettanto che non si sarebbe potuto permettere di averne.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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