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My Joy, il film di Sergei Loznitsa in concorso al Festival di Cannes 2010

Che un camionista venga fermato a un posto di blocco stradale, è normale. Che se ne vada indisturbato perché i due agenti vengono distratti da una bionda vistosa che vogliono interrogare approfonditamente e che si ritrovi sul camion un vecchio vagabondo che gli racconta una storia della II Guerra Mondiale, meno

My Joy, il film di Sergei Loznitsa in concorso al Festival di Cannes 2010

My Joy, il film di Sergei Loznitsa in concorso al Festival di Cannes 2010


Che un camionista venga fermato a un posto di blocco stradale, è normale. Che se ne vada indisturbato perché i due agenti vengono distratti da una bionda vistosa che vogliono interrogare approfonditamente e che si ritrovi sul camion un vecchio vagabondo che gli racconta una storia della II Guerra Mondiale, meno. Ancor meno che questo sia solo l'inizio di un'odissea attraverso lo spazio e il tempo della Russia di ieri e di oggi, attraverso un mondo dove vige la regola della violenza, del sopruso, della corruzione.

Sergei Loznitsa evidentemente delle cose da dire le ha. Ed è altrettanto evidente che siano cose segnate da un profondissimo pessimismo: quello russo un mondo che cattura e trasforma, inevitabilmente. Che violenta e annichilisce, non lascia scampo, costringe a reazioni inconsulte e imprevedibili. Un passato da documentarista alle spalle, il regista bielorusso (ma cresciuto in Ucraina) utilizza un approccio naturalista per raccontare una storia dai risvolti onirici e irrazionali, seguendo la trasmigrazioni e le mutazioni del suo muto protagonista osservando silente le sue traversie. Scavando nell’anima nera di luoghi e persone, le perverse dinamiche di contagio.

C’è però un’evidente ostentazione, nello stile di My Joy, un compiaciuto ermetismo, una voglia palese di mettere alla prova la pazienza dello spettatore che non è francamente giustificata dagli assunti narrativi e dalle istanze tematiche messe in campo. Loznitsa è gratuitamente punitivo, la ciclicità degli errori e degli orrori che racconta portata all’eccesso.
Ecco allora che il gioco disperato di My Joy non vale la candela della nostra pazienza e che il finale "ad effetto" appare non tanto pretestuoso ma tardivo. E che le ambizioni d’ironia che Loznitsa ha riposto nel suo titolo appaiono quasi uno sberleffo ai nostri danni.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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