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My Brother's Name Is Robert and He Is an Idiot, la recensione del film in concorso al Festival di Berlino 2018

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Torna Gröning, regista di Il grande silenzio e La moglie del poliziotto, ma questa volta il film è troppo ambizioso e irritante

My Brother's Name Is Robert and He Is an Idiot, la recensione del film in concorso al Festival di Berlino 2018

Non è del tutto assurdo o paradossale che un film tutto incentrato filosoficamente sul concetto di tempo - il passato, il futuro, il tempo che non possiamo conoscere, quel presente che è impossibile da afferrare e cristallizzare - duri la bellezza di 174 minuti.
Non è quindi la durata, il problema di My Brother's Name Is Robert and He Is an Idiot nuova opera di Philip Gröning, quello di Il grande silenzio e La moglie del poliziotto. È che questa volta le ambizioni del tedesco sono risultate in un film supponente e irritante per la spocchia compiaciuta del racconto e della messa in scena.

Difficile non farsi venire in mente Terrence Malick, fin dai primi minuti di un film tutto girato nei campi e delle foreste della Germania meridionale, al confine con Svizzera e Francia, lì dove i gemelli Robert ed Elena trascorrono quello che potrebbe essere - almeno simbolicamente - il loro ultimo weekend insieme. Un weekend che segna la fine di una fase importante e simbiotica della loro vita.
Straiata nell’erba, al caldo dell’estate, Elena deve studiare per l’esame finale di filosofia che le permetterà di andare all’Università lasciando così Robert e la campagna.
Robert, che non è interessato allo studio in senso borghese, ma alla filosofia sì, l’aiuta in cambio di un rifornimento costante di birre, l’aiuta e la stuzzica.
Alle sue provocazioni costanti e infantili, e alla gelosia che prova per un’amica con cui forse il fratello è stato a letto, Elena risponde con una scommessa: la sua Golf nuova se non riuscirà a perdere la verginità in quello stesso weekend.

Malick, sì, con la natura, i primissimi piani, gli animali (qui un grillo, unica creatura sopportabile del panorama): ma un Malick calvinista, e sentimentalmente e sessualmente immaturo, rigido e romantico e spietato come solo nella cultura tedesca si può essere.
E poi Malick non l’avrebbe mai messa lì in quel modo, la stazione di servizio nel nulla attorno alla quale Philip e Elena gravitano come falene attorno a un lampione, e alla quale finiranno col girare attorno in maniera sempre più stretta. O perlomeno non così, non con quel carico simbolico voluto da Gröning, pur con quella violenza che ospita: poiché è ovvio che Gröning guardi a La rabbia giovane.

Violenza, sì, ma tenerezza nel rapporto tra questi due gemelli legati quasi (?) incestuosamente, morbosamente, passionalmente. La violenza del pensiero, rigoroso e intransigente, dell’ineluttabilità delle cose; la tenerezza del sentimento, passionale e caotico, e inconcepibile. E va bene.
Meno bene che Robert non faccia altro che parlare di tempo, per spiegare, citando Sant'Agostino, Brentano e Heidegger per poi andare a stuzzicare come un bambino la sorella, che pure lo provoca a sua volta, come provoca avventori e gestori della stazione di servizio, capricciosa e spregiudicata, solo per continuare a tenere e tenersi vicino al fratello, in un gioco di potere e sottomissione che non finisce e che sfinisce.
Meno bene l’ovvietà supponente con cui, a un certo punto, il film inizia a giocare con gli sdoppiamenti impossibili dei suoi due protagonisti, a mettere in scena metaforiche separazioni, indizi costanti del destino incombente che separerà i due. Eleganti nella forma, magari, ma grevi nel contenuto.

Perché alla fine tutto è molto più semplice di così: il tempo lo puoi spiegare, ci puoi fare filosofia sopra, ma non lo potrai mai controllare. Il presente non rimane mai tale per sempre. E se pensare è agire, e agire è ricercare la felicità, esistono cose contro cui c’è poco da fare e pensare. La felicità rimane irraggiungibile, il manifestarsi delle cose e della verità del tempo e della vita è inevitabile.
Come inevitabile è anche l’affondare del film sotto il peso sfacciato delle sue ambizioni, e il fastidio per l’insistere testardo, capriccioso, irritante del regista e dei suoi giovani protagonisti.



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