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Muccino contro Pasolini, la Rete contro Muccino

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Sono giustificate le parole del regista contro le qualità registiche dell'intellettuale? E le reazioni di Internet?

Muccino contro Pasolini, la Rete contro Muccino

Le cose sono andate così.
Nella tarda serata di lunedì, mentre per tutto il giorno – sui siti, sui social e sui giornali – si è ricordato Pier Paolo Pasolini (l'intellettuale, lo scrittore, il regista, il mito, l'icona), e c'è stata una vera e propria gara alla pubblicazione dell'intervento migliore, una gara intellettualmente interessante e molto stimolante (io, da per me, segnalo Wu Ming 1 su Internazionale, Francesco Longo su Rivista Studio, Walter Siti su Le parole e le cose, Rocco Ronchi su Doppiozero e Matteo Bianchi su La Balena Bianca), Gabriele Muccino ha postato uno status sulla sua pagina Facebook (ora chiusa in seguito alle polemiche e agli insulti) che andava evidentemente e candidamente fuori dal coro.
Il regista, dalla sua casa di Malibù affacciata sull'Oceano Pacifico (ed è stato attaccato anche per questo, nemmeno fosse una lidiaravera qualunque, impegnata a produrre reddito dalla sua terrazza a Stromboli), ha voluto parlar (male) del Pasolini regista.
Un "non" regista che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto "cinematico" e cinematografico in tutto il mondo,” lo ha definito, accusandolo poi di aver dissolto l'eleganza dei grandi Maestri del nostro cinema e di aver sostanzialmente aperto le porte a orde di dilettanti allo sbaraglio che hanno distrutto quella che da noi era un'industria e un'arte popolare.  

Apriti cielo.
Sepolto da commenti, insulti, dileggi della più svariata natura, Muccino però non si è mica spaventato, e ha anzi rincarato la dose poco dopo, al suo risveglio: spiegando un paio di cose sulla citata Malibù, attaccando le abitudini forcaiole della Rete (“Leggo un incredibile elenco di condivisioni per cercare di allargare il gruppo dei forcaioli e dei fanatici che come in qualunque comportamento tribale devono riunirsi, condivere il nemico e dargli giù bastonate e (se per caso passa qualcuno con una torcia), perché no, dargli anche fuoco.”) e ribadendo che per lui Pasolini “ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell'epoca (altissimo sia in Italia che nel resto del mondo), per rendere (involontariamente) il mestiere del cineasta accessibile a chi di cinema sapeva molto poco o niente (come quasi tutti quelli che ora si divertono a deridermi o attaccarmi).”

Ora.
Gabriele Muccino ha detto una cazzata, anche abbastanza grossa, per non usare eufemismi e non generare malintesi.
L'ha detta perché, con buona pace di chi s'illude del contrario, chi fa il cinema non necessariamente sa di cinema in termini estetici e critici. L'ha detta perché, non da oggi, non dall'affaire Pasolini, appare un uomo (uomo, non regista) un po' smarrito, ma al tempo stesso animato da grande passione e da una innegabile sincerità d'animo. L'ha detta, va sottolineato, perché era comunque suo sacrosanto diritto.

Stupisce allora, e non poco, la portata delle reazioni alle sue esternazioni comunque private: ricordiamoci che non è che Muccino abbia telefonato alla Repubblica o al Corriere chiedendo di essere intervistato su Pasolini e usando i giornali come spalto. E a naso, avrebbe potuto. A naso, mi pare che qualcuno di cose simili ne abbia fatte, prima di lui.
Nel dibattito di lunedì su Pasolini, ne abbiamo lette tante, di sciocchezze. Sui social, ogni giorno, ne leggiamo a vagonate di cazzate, provenienti anche da persone che dovrebbero occuparsi “di mestiere” (qualsiasi cosa significhi oggi questa espressione) degli argomenti su cui vanno farneticando.

Fatto sta che, ancora una volta, Gabriele Muccino è il bersaglio più facile.
Sì, certo, perché ha detto una cazzata. Ma anche perché è famoso (“dagli al vip! Kasta!”), perché è sui social (“Insultiamolo, chioccioliamogli il nostro sdegno e il nostro scontento!”), perché la sua ingenuità e il suo mancante status di intellettuale lo rendono debole.
Mi piacerebbe vedere, un giorno, lo stesso sdegno e la stessa vibrante protesta contro i tanti intellettuali o presunti tali che quasi quotidianamente elargiscono al popolo ignorante le loro perle di saggezza, con abulica arroganza, e che non si contestano o attaccano perché scrivono su quella rivista, o perché sono amici, o perché amici di amici: e quindi, potenzialmente, amici che ci regaleranno legittimazione culturale.
E forse un lavoro.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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