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Motherless Brooklyn: un progetto inseguito con passione per anni da Edward Norton

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Anni di lavoro per una storia che trasuda amore per New York e la sua storia.

Motherless Brooklyn: un progetto inseguito con passione per anni da Edward Norton

Non è mai stato un attore delle scelte comuni, Edward Norton. La sua personalità lo ha spesso portato a inseguire ruoli per passione e impegno e a rifiutarne altri perché una carriera al puro inseguimento del successo non è mai stata nelle sue corde. È un attore pensante, un uomo colto che spesso ha visto scambiare la sua serietà con un brutto carattere, a giudicare da un’etichetta che si porta appresso e alcune discussioni e screzi con registi e colleghi sul set. Un americano orientato verso la cultura asiatica, figlio di un procuratore dell’amministrazione Carter, oltre che avvocato ambientalista proprio in Asia. 

Appassionato di teatro fin da piccolo, dopo il liceo si è laureato a Yale in Storia e cultura orientale, un curriculum di studi certo non comune per un attore. Fluente in giapponese, ha vissuto per alcuni anni a Osaka. Solo dopo, ormai adulto, si trasferisce a New York per seguire la sua vocazione. A 27 anni arriva il primo ruolo al cinema, in Schegge di paura, certo non passato sotto silenzio, visto che ottenne un Golden Globe e una nomination all’Oscar, poi bissata da Birdman, sempre come non protagonista, e da American History X, come protagonista. Popolarità improvvisa, uno status di culto, ma da adulto consapevole e riflessivo nelle sue scelte.

Come regista, poi, è ancora più choosy, come dicono delle sue parti; selettivo. La sua opera prima è stata Tentazioni d’amore, una commedia romantica del 2000 con Ben Stiller e Jenna Elfman al suo fianco. Un progetto che gli venne proposto, in cui interpretava un prete, Ben Sitller un rabbino, in una storia molto newyorkese, che è rimasta un caso unico fino a quest’anno, arrivato ai 50 anni e quasi vent’anni dopo, con Motherless Brooklyn, in uscita nelle sale italiane. Norton parla del film con entusiasmo quasi irrefrenabile, specie se paragonato alle statiche chiacchiere concesse talvolta, in passato, per i suoi ruoli di attore.

“Quando la gente di Los Angeles viene a New York per fare un film qui”, ha dichiarato, “fanno qualcosa di molto diverso rispetto a a chi vive in questa città da trent’anni. È il motivo per cui i film di Woody Allen girati a New York hanno una magia più volte imitata, ma mai replicata. È la ragione per cui alcuni dei primi e migliori film di Scorsese hanno chiaro la consapevolezza del dove e come”. Chi meglio di lui, sembra suggerire, ormai di casa da tempo nella Grande Mela, per raccontare Brooklyn al cinema, in un noir che omaggia l’atmosfera degli anni ’50. Un progetto a cui lavora da molti anni, basta considerare che non ha un ruolo importante sul grande schermo dal 2016 con Collateral Beauty, al fianco di Will Smith. Per un impegno da protagonista addirittura bisogna andare indietro a inizio decennio, con Stone (2010).

La scelta dei progetti è molto dura da sistematizzare”, ha aggiunto in una recente intervista, “è sfuggente e in continuo cambiamento. La sola cosa che è davvero cambiata per me è che, a un certo punto, la novità di una semplice esperienza di genere ha iniziato a non interessarmi più come prima.” Più che il noir, quindi, è stata la possibilità di esplorare la profondità della storia di New York, la sua bellezza e complessità a far diventare Motherless Brooklyn un “passion project” che ha richiesto un percorso di vent’anni per arrivare finalmente sullo schermo.

In realtà Norton è un nativo della cittadina di Columbia, Maryland, fondata dal nonno materno James Rouse. Ma è stato nel momento in cui si trasferì nella grande città, all’inizio degli anni ’90, che “girai ovunque, da tutta Brooklyn al Queens, fino al Bronx e a Harlem, parlando con la gente della loro situazione, prima di trovare un affitto abbordabile. È cresciuta la mia consapevolezza di quello che successe nella metà degli anni ’50.” Fu poco dopo aver girato Fight Club e in conclusione della campagna Oscar per American History X, nel 1999, che gli capitò fra le mani una copia in anteprima di Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem. Per molto tempo cercò di capire come adottarlo, spesso cedendo all’idea che fosse impossibile rendere un protagonista detective vittima della sindrome di Tourette. Fino all’idea di cambiare l’ambientazione dagli anni ’90 al 1957, che propose a Lethem, ottenendo la sua benedizione. Solo l’inizio di un lungo percorso di alti e bassi che l’ha portato ora, in un secolo nuovo, a portare al cinema Motherless Brooklyn, in una versione molto personale, ormai newyorkese da trent’anni, amante della storia di questa città unica.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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