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Morti (viventi) dal ridere: una breve storia delle zombie comedies

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In attesa dell'uscita di Zombieland: Doppio Colpo, in sala dal 14 novembre, abbiamo approfondito quando e come queste icone del cinema horror sono state raccontate con umorismo ed ironia.

Morti (viventi) dal ridere: una breve storia delle zombie comedies

Una delle scene più amate e ricordate del primo Zombieland è senza dubbio l'apparizione di Bill Murray che pur non essendo un vero e proprio zombie, ma solo truccato come tale, era stato vittima di uno scherzo dove Jesse Eisenberg gli aveva sparato senza esitazione.
Curioso che proprio Murray sia stato recentemente protagonista - questa volta in versione vivente al 100% - di I morti non muoiono di Jim Jarmush, uno dei più recenti dei tanti film che, da almeno trentacinque anni a questa parte, hanno intriso di ironia e umorismo il mondo dei morti viventi. In questo modo è cambiata l'immagine di quegli stessi zombie che, grazie a George A. Romero e al suo La notte dei morti viventi, nel 1968 hanno rappresentato lo spartiacque tra l'horror classico e il cosiddetto new horror, del quale sono i mostri per eccellenza.
In attesa che Zombieland: Doppio colpo faccia il suo debutto nei cinema italiani il prossimo 14 novembre, andiamo a fare un rapido riassunto della storia delle zombie comedies.

Le origini
Grazie a Romero, gli zombie sono diventati immediatamente i mostri simbolo della modernità, perfette e inquietanti metafore dei turbamenti sociali e politici dei nostri anni: originariamente nella versione lenta e ossessiva dello stesso Romero, e successivamente in quella veloce e nevrotica dell'horror post-apocalittico con 28 giorni dopo. Quando il regista nel 1985 stava girando il suo terzo film a tema zombie, Il giorno degli zombi, ecco che lo sceneggiatore di Alien, Dan O'Bannon, iniziò la sua carriera dietro la macchina da presa con il film, universalmente riconosciuto come capostipite delle zombie comedies: Il ritorno dei morti viventi, trasformando in commedia il modello romeriano aggiungendovi ampie dosi d'irriverenza punk.
E sempre nel 1985, anche Stuart Gordon, firmando il primo Re-Animator al quale, con la storia del siero in grado di resuscitare i morti, in qualche modo si è ispirato il recente Overlord, ha dato il suo contributo affermando che qualcosa, a metà anni Ottanta, ha cambiato definitivamente l'immaginario.

La versione british
Col passare degli anni, a parte Braindead di Peter Jackson, la voglia di raccontare storie di zombie capaci di far ridere sembra scemare. Nel 2004 invece con l'arrivo del semisconosciuto e talentuoso ragazzo inglese che si chiama Edgar Wright, tornano alla ribalta le commedie zombie con il film L'alba dei morti dementi, dove gli zombie sono davvero tutti da ridere.
Wright continua questo filone cinematografico con altri due titoli di tutto rilievo, in questa nostra breve cronistoria delle commedie zombie: uno è Cockneys vs Zombies, che nel 2012 immaginava uno scontro tra il proletariato londinese e i morti viventi tutto da ridere e con Pride and Prejudice and Zombies, che partendo dal best seller di Seth Grahame-Smith reimmagina il mondo di Jane Austen in chiave parodica e popolato da morti viventi.
Più recente, invece, è Anna and the Apocalypse, film musical-horror, dove si scatena l'apocalisse proprio mentre la protagonista Anna e i suoi compagni sono impegnati nella preparazione di una recita musicale scolastica per festeggiare il Natale (zombie e liceali, comunque, si erano già scontrati qualche anno prima nello statunitense Cooties, di cui era protagonista, e produttore, Elijah Wood, e che contava su un copione firmato da Leigh Whannel, sceneggiatore delle saghe di Saw e Insidious).

Morti sì, ma con un cuore
Nel 2006, in Canada, un giovane regista di nome Andrew Currie scrive e dirige un film che cambia ulteriormente le carte in tavola, e che compie un passo ulteriore nella mutazione genetica di un genere. Il suo Fido, infatti, ambientato nel mondo idilliaco degli anni Cinquanta, racconta che l'apocalisse zombie si è conclusa con la vittoria degli umani, e che i morti viventi sono stati "addomesticati" e utilizzati come personale di fatica, o come domestici a tal punto che uno di loro diventa il migliore amico di un ragazzino schivo e solitario.
Dal parlare di amicizia tra umani e zombie, e parlare di amore, il passo è breve: ecco allora nel 2014 arrivare l'ottimo Life After Beth, diretto da Jeff Baena, che immagina che Aubrey Plaza muoia e torni in vita, e che il suo fidanzato Dane DeHaan debba fare i conti con una fidanzata diventata zombie. E ancora oltre, specie nel romanticismo chiaramente ispirato a Romeo e Giulietta di Shakespeare, si era spinto l'anno prima Jonathan Levine, che in Warm Bodies raccontava della storia d'amore tra un ragazzo che zombie è sempre stato (Nicolas Hoult) e una ragazza viva e vegeta (Teresa Palmer). Un amore ovviamente difficilissimo, ma destinato a vivere nell'ottica di una integrazione progressiva dei morti viventi nella società degli esseri umani.
Da citare, in tema di relazioni sentimentali & zombie, anche il Buriyng the Ex di Joe Dante, di cui era protagonista una Alexandra Daddario alle prese con la ex revenant (Ashley Greene) e della sua nuova fiamma (il compianto Anton Yelchin).

A tutto trash
C'è da dire che, tutto sommato, nessuno dei titoli citati fino a questo momento avevano davvero fatto tesoro della lezione di Dan O'Bannon e del suo film dell'85, nel quale si flirtava senza timore con il trash.
Al trash si rifà invece senza timore Zombie Strippers, il film del 2008 di Jay Lee, che immaginava le conseguenze di un invasione di zombie all'interno di uno strip club, e che nel cast vantava il famoso Robert Englund di Nightmare e la altrettanto celebre pornostar Jenna Jameson.
E qualche anno dopo, nel 2015 è stato il turno di Christopher B. Landon con il suo Scout vs. Zombies a cercare di seguire quella strada immaginando però lo scontro tra i morti viventi e un gruppo agguerritissimo di boy scout (senza dimenticare qualche procace presenza femminile, anche in questo caso in versione stripper).
Più oltre ancora sono poi andati Jonathan King in Nuova Zelanda e Jordan Rubin negli Stati Uniti, proponendo virus più o meno zombeschi che non attecchissero su organismi umani, ma su animali. Il primo ha diretto nel 2006 il leggendario Black Sheep, chiaro omaggio al cinema del primo Peter Jackson che ha cambiato per sempre il nostro idilliaco immaginario sulla Nuova Zelanda e sul suo animale simbolo, la pecora; il secondo, nel 2014, ha firmato il misconosciuto; il secondo, nel 2014, ha firmato il misconosciuto Zombeavers, in cui i morti viventi affamati di carne umana sono invece famelici e inarrestabili castori.

Il resto del mondo
Fino a questo momento abbiamo parlato solo di film provenienti dal mondo anglosassone, ma gli zombie hanno attecchito dappertutto, anche nella loro versione più ironica o parodica. Chiari esempi sono rappresentati da Juan de los Muertos, co-produzione ispano-cubana scritta e diretta da Alejandro Brugués che nel 2010 fece molto parlare di sé; da Død snø e dal suo sequel, entrambi diretti dal norvegese Tommy Wirkola, finito poi a lavorare a Hollywood, che immaginavano il ritorno degli odiati nazisti (che nel corso della II Guerra Mondiale occuparono la Norvegia) sotto forma di zombie; e dal giapponese Zombie contro zombie, straordinario successo di Shuichiro Ueda in grado di sbancare i botteghini nipponici e di arrivare perfino nelle sale italiane, grazie al suo mix tra horror, commedia e metacinema.

Le serie tv
Non potevano mancare, infine, i prodotti nati e pensati per il piccolo schermo, in questo periodo di florido rinascimento, quelli che un tempo erano semplicemente definiti "telefilm". Serie tv in salsa zombie comedy sono iZombie, storia di una studentessa di medicina diventata una morta vivente, che aiuta la polizia a risolvere casi complessi ingurgitando i ricordi delle vittime assieme al loro cervello, e anche Santa Clarita Diet, in cui la protagonista Drew Barrymore diventa un non morto che si ciba unicamente di carne umana.



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