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Men in Black International: parlano Walter Parkes e Laurie Mac Donald, "papà" e "mamma" della saga

In occasione dell'uscita al cinema del nuovo capitolo dell'Universo MIB, abbiamo incontrato i creatori del franchise.

Men in Black International: parlano Walter Parkes e Laurie Mac Donald, "papà" e "mamma" della saga

A 22 anni dal primo Men in Black, grossissimo successo di pubblico anche grazie alla coppia Will Smith-Tommy Lee Jones, torna in sala Men in Black International, spin off della fortunata saga, con un cast e una storia tutta nuova. Dirige F. Gary Gray, e a produrlo, gli storici produttori di tutta la saga M.I.B, Walter Parkes e Laurie Mac Donald che in coppia, sia nel lavoro che nella vita hanno prodotto alcuni tra i film più belli e indimenticabili della storia del cinema. Abbiamo avuto il piacere di incontrarli e di fare con loro una lunga chiacchierata sulla loro carriera e su quello che significa per loro Men In Black.

M.I.B. è la vostra creatura...
Walter F. Parkes : Lo è

Quali sono i vostri sentimenti al riguardo, durante tutti questi anni, e qual è stato l'impatto della saga, dal film originale ad oggi?
Laurie MacDonald: Domanda interessante
WFP: Dovrebbe rispondere qualcun altro, ma stranamente ho un paio di cose da dire: il primo M.I.B. è nato quando non esisteva ancora il cosiddetto Universo Cinematografico Marvel, e nemmeno quello della DC.
Certamente tirare fuori fumetti interessanti per raccontare storie rilevanti, non era un’operazione frequente all’epoca. Per cui mi sento particolarmente fiero di aver adattato un fumetto minore che ha poi avuto quel successo incredibile. Inoltre, guardandoci indietro, siamo davvero fieri del fatto che il primo M.I.B. fosse probabilmente il primo film hollywoodiano ad alto budget ed effetti speciali, ad avere come coprotagonista un attore afroamericano di talento come Will Smith.
Una cosa che non era successa prima d’ora. E che abbiamo fatto noi. Ed è altresì fantastico che Hollywood sia ora quel posto che produce Wonder Woman, Captain Marvel, e Black Panther, e che tutti, davvero tutti, possono essere protagonisti di un grosso film hollywoodiano. E io sono davvero felice che all’epoca abbiamo avuto almeno il buon senso di riconoscere il talento di Will.

L’ultimo M.I.B. è uscito nel 2012, è passato parecchio tempo, perché un altro film ora, e cosa è successo in questi anni?
LMD: La cosa interessante è che quando abbiamo finito il terzo, abbiamo preso tutti insieme, noi, Tom, Will e Barry Sonnenfeld, la decisione di smetterla, come se quella storia fosse finita, specialmente per gli altri impegni di Will, per cui, davvero, per un paio di anni abbondanti, non ci abbiamo mai più pensato.
Ogni tanto lo Studio ci faceva qualche domanda, ogni volta che hai un franchising la domanda su un possibile altro film esce sempre fuori, e la nostra risposta era sempre un “forse”, ma avevamo chiaro in mente fin dall’inizio che se avessimo ripreso la storia, l’avremmo ampliata.
Avremmo ampliato l’universo di quella storia e l’avremmo resa internazionale. E sinceramente, quando ci è venuta questa idea, appena accennata in realtà all’inizio, l’idea di Molly, di questa ragazzina che vede per la prima volta l’alieno, e i genitori che vengono sparaflashati, questa è stata l’idea chiave che ci ha fatto pensare che forse un altro film era possibile, che si poteva costruire qualcosa partendo da lì. Perché a meno che non sei la Marvel, un franchising davvero enorme da cui partire, e da cui espandere, noi avevamo davvero bisogno di una buona idea di partenza. Che poi abbiamo sviluppato in realtà in tutt’altro inizialmente, con una sceneggiatura molto diversa, c’era Molly in un ambiente completamente diverso, diversi personaggi, anche il personaggio di Chris Hemsworth era completamente diverso, ma non funzionava.
L’abbiamo messo da parte, e abbiamo avuto un incontro con lo sceneggiatore Matt Holloway che poi l’ha scritto e che ha avuto l’idea di questo approccio. A quel punto lo studio ha detto “facciamolo”, e da lì è accaduto tutto abbastanza velocemente infatti. Forse troppo velocemente.
WFP: Sì, davvero, non si sceglie di fare un film, scegli di svilupparlo, di sviluppare la sceneggiatura, ed è la sceneggiatura a dirti quando è tempo di fare il film.

C’è il nuovo elemento delle Women In Black, l’inclusione delle donne, molto recente anche a Hollywood, è stata una scelta voluta?
LMD: Certamente sì

Ma avete avuto qualche pressione?
LMD: No affatto, nessuna pressione, perché fin dall’inizio la storia nasce con un personaggio femminile che è così rilevante per tutto lo sviluppo, poi c’era già Emma Thompson, dal film precedente, che rappresentava un personaggio femminile forte e con potere. Era impossibile non dare spazio a Tessa Thompson, una donna che anche nella vita reale porta avanti dei valori femministi, per cui in un certo senso dovevamo portarli anche sullo schermo.
Tra l’altro è anche molto divertente perché ci sono delle scene improvvisate da Emma, qualche battuta che le è venuta spontanea.

Anche la vostra storia personale è molto interessante, siete sposati e avete sempre lavorato insieme, qualcosa di insolito a Hollywood, anzi, si dice, mai lavorare con la tua dolce metà. Come fate a farlo funzionare?
LMD: Per noi è stato davvero straordinario, e siamo stati davvero molto fortunati sì, è tanto tempo.
Lavoriamo insieme da vent’anni, ventiquattro anzi, Walter era uno scrittore io una produttrice esecutiva, e in effetti è nato quasi tutto per caso, stavo per avere il mio primo figlio, e il nostro lavoro ci avrebbe sempre portati in due location diverse, abbiamo fatto un primo film insieme, all’inizio, e ci siamo resi conto che ci piaceva il processo. Abbiamo sempre parlato molto di tutto, oltre al processo creativo per un film, per cui ci abbiamo provato ancora, ma senza mai pensare che saremmo finiti ad avere questa carriera davvero lunga. È stato davvero straordinario per noi.
WFP: Mi piace sottolineare che siamo sposati da 36 anni, e abbiamo lavorato insieme per altri 26 anni, in più, aggiungendo tutto il tempo trascorso insieme, posso dire che è come se fossimo sposati da 93 anni.
LMD: Sì va bene, siamo sposati da 93 anni. Insieme, e funziona!

Ma è favoloso. Quanto conta avere anche una stessa visione della vita?
LMD: Io sono quella pratica, anche se spesso pensiamo le stesse cose e discutiamo moltissimo su tutto, e a volte non ci troviamo d’accordo sulle sceneggiature, e anche nell’approccio alle cose. Abbiamo molti disaccordi, a volte anche accesi, ma abbiamo in comune un gran senso di pragmatismo e quello aiuta moltissimo. E stranamente la gente pensa che non stacchiamo mai e ci portiamo a casa il lavoro, ma in realtà, appena chiudiamo la porta, parliamo raramente del nostro lavoro. A meno che siamo nel bel mezzo di un grosso film, e a quel punto ne parliamo 24/24, ma è raro. Anche all’inizio, alla DreamWorks per esempio, sapevamo quello che era successo quel giorno, per cui non dovevamo nemmeno dirci, “Come è andata oggi al lavoro?” Sapevamo già se era stato un disastro o un successo. Per cui… sì, riusciamo a staccare molto facilmente. Ma credo che avere figli aiuti anche.

Ci sono film recenti che avreste voluto produrre? LMD: Moltissimi, davvero tanti, sto pensando a qualche titolo

WFP: Black Panther, l’ho trovato meraviglioso
LMD: Per esempio, The Big Sick, il film di Michael Showalter. Ecco, quello è un film che quando l’ho visto ho detto, “Oddio avrei voluto davvero produrlo io”, un piccolo film con una vastissima quantità e qualità di emozioni. Ci sono anche altri che ho ammirato profondamente di recente, e quando capita, ho proprio una sensazione fisica di dolore per non averlo fatto.
WFP: Get Out. Per me è un altro film meraviglioso. Entrambi devo dire amiamo molto quando un film prende un genere e lo espande.

Pensate che questo vostro legame con la saga di MIB sia difficile da tagliare prima o poi?
LMD: Abbiamo fatto altri franchising, film che ci sono piaciuti, ma questo è certamente quello che amiamo di più, anche perché è il primo film che abbiamo fatto insieme, il primo M.I.B., e per noi è davvero importante, ha un significato particolare.



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