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Matt Reeves azzecca un difficile remake

È Halloween. Il cielo è grigio. Piove. Il mini jet-lag del ritorno all’ora solare si fa sentire. Quale modo migliore d’iniziare la giornata con il film evento di questa domenica festivaliera?


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Matt Reeves azzecca un difficile remake, ma i concorsi di Roma non decollano


È Halloween. Il cielo è grigio. Piove. Il mini jet-lag del ritorno all'ora solare si fa sentire. Quale modo migliore d'iniziare la giornata con il film evento di questa domenica festivaliera?

Parliamo ovviamente di Let Me In, il remake statunitense di uno dei più bei film visti nelle scorse stagioni: il non-horror svedese Lasciami entrare di Tomas Alfredson, che a Roma arriva fuori concorso in attesa di una distribuzione in sala prevista per il 2011.
A farsi carico della non facile impresa di adattamento, sia per quanto riguarda la sceneggiatura che la regia, è stato Matt Reeves, vecchio amico e collaboratore di JJ Abrams e regista del sottovalutatissimo Cloverfield. E se proprio Cloverfield rappresentava l'unica via possibile e sensata al cinema catastrofico nel mondo post 11 settembre, questo Let Me In abbraccia quella che probabilmente era l'unica via sensata e possibile al remake di fronte ad un originale tanto pesante.
Le scelte di Reeves sono andate infatti nella direzione di una fedeltà all'originale che significa rispetto ma non eccessiva deferenza, rifacendosi più al romanzo che in origine raccontava la storia che al primo film che è stato tratto: il tutto nella costante consapevolezza che, prima che operazione artistica, questo rifacimento nasceva da necessità e finalità prettamente industriali.
Sostanzialmente identico a livello di trama e di tematiche a quello di Anderson (specie per quanto riguarda i tumulti di un età di passaggio), il film di Reeves è leggermente più esplicito in termini di parole e di sangue, di pochi gradi più inclinato verso l'horror "puro": questo, ovviamente, per andare incontro alle esigenze del suo pubblico di riferimento. Ma pur con queste concessioni, la sensibilità del regista è tale da mantenere quasi del tutto immutato quel cuore emotivo, struggente e romantico, che faceva la grandezza di Lasciami entrare: e questo è un risultato non facile e non banale da ottenere.
Alcune conseguenze però, questa parziale rinuncia ad alcune sfumature ed alcune ambiguità le ha, seppur non necessariamente negative. Attraverso alcune sottolineature appena accennate, Reeves fa di Let Me In un film nel quale non solo l'amore tra i due giovani protagonisti è più evidente, ma lo è anche il tema - intimo e politico al tempo stesso - dell'accettazione della presenza nel male nel mondo da un lato e nella sua natura relativa dall'altro. Conseguenza, questa, anche del trasferimento della storia dalla natia Svezia ad un contesto tradizionalmente più schierato e manicheo come quello statunitense.
Che Let Me In non fosse un film indispensabile e che rimane inferiore all'originale, è piuttosto pacifico: ma non per questo non si può apprezzare in tutti i suoi tanti pregi.

Peccato che sul fronte del Concorso, che si tratti della Selezione Ufficiale o dei documentari di Extra non si possano spendere parole altrettanto elogiative. Sul primo fronte, ad esempio, c'è il messicano Las buenas hierbas, scritto e diretto da Maria Novaro.
Siamo in un non meglio precisato contesto urbano, Dhalia è una giovane madre single, che vive e frequenta un mondo di post-hippie: divide le sue giornate tra il lavoro in una radio "alternativa”, quella che definisce la sua collezione di parole, le attenzioni per il figlio e quelle per la mamma Lala, erborista di grande esperienza. La vita di Dahlia all’insegna di una rarefatta leggerezza cambia quando Lala inizia a comportarsi in modo strano e quando si scoprirà che la causa di questa stranezza è il morbo di Alzheimer.
Se la vicenda dolorosa di una malattia straziante diviene con lentezza e decisione il cuore di La Buenas Hierbas, appare evidente che la Novaro abbia avuto l’intenzione di fare del suo film un qualcosa di più aperto e sfaccettato, come dimostrano diverse sottotrame lasciate progressivamente cadere, come quella legata al rapporto di Dahlia con suo figlio e con il padre del bambino, quella di un giovane amante scelto per caso, di una vecchia amica ossessionata dalla morte violenta della nipote uccisa la sera della festa del suo 15esimo compleanno. Sospeso tra realismo magico e panteismo pre-colombiano, tra dramma familiare e riflessione sulla persistente fugacità della vita, il film della Novaro si appoggia su una fotografia spesso legatissima ai dettagli della natura e all’interpretazione di Ursula Pruneda, che interpreta Lala.
Ma Las Buenas Hierbas appare nel complesso sfocato e volatile, a tratti affascinante ma anche trasparente e fugace, dissolvendosi nell’emotività dello spettatore come la foschia che al mattino abbandona rapidamente lo splendido giardino di Lala. O, a voler essere cattivi, come un ricordo cancellato dalla malattia.

Canal Street Madame, invece, è l’opera prima di Cameron Yates che viene presentata in competizione in Extra. Soggetto di questo documentario è Jeanette Maier, personaggio divenuto celebre negli Stati Uniti dopo che la polizia ha fatto irruzione nel bordello che gestiva a New Orleans assieme alla madre e alla figlia, e alla conseguente attenzione mediatica che ha avuto.
Personaggio combattivo e dalla storia personale controversa, la Meier non esita a definirsi “una puttana”, rivendica con sincerità il diritto di adulti consenzienti di fare quel che vogliono - a pagamento o meno - dietro la porta chiusa di una casa privata e si scaglia contro chi condanna lei mentre mette in salvo la sua celebre e potente clientela.
Ma, anche se a questo aggiungiamo il suo essere un tipico prodotto white trash (con tanto di corollario di infanzia violata, rapporti burrascosi, figli tossicodipendenti, in galera o dediti alla prostituzione come lei) o la furbizia sensazionalista con la quale ha gestito il suo scandalo, un personaggio del genere non risulta in fondo tanto interessante. Specie in un paese come il nostro e di questi tempi. Forse anche perché Yates ha fatto ben poco, in termini di qualità tecnico-cinematografica e di costruzione narrativa, per rendere la sua storia più interessante e capace di sostenere l’ora e mezza di durata. E Canal Street Madam non riesce a farsi valido spaccato sociologico o mediatico, né a sollevare serie questioni morali, fermandosi al livello di un report di cronaca già superato e archiviato.



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