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Massimo Troisi: un ricordo e una photogallery

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Vent'anni fa moriva uno dei comici e autori più amati in Italia

Massimo Troisi: un ricordo e una photogallery

Ricordo distintamente come seppi della morte di Massimo Troisi, il 4 giugno del 1994. Probabilmente l'interessato l'avrebbe trovato ironico, perché uscii a comprare delle pizze per me e per i miei, verso l'ora di cena. Internet non era ancora nelle nostre vite, non avevamo acceso la televisione nel pomeriggio, quindi non sapevamo nulla. Il pizzaiolo, con l'aria tra l'addolorato e lo stupefatto, parlava con un cameriere del decesso improvviso.

Una prima reazione fu quella di rispetto: solo in quella circostanza i più vennero a sapere dei gravi problemi cardiaci che lo affliggevano. Ammettendo la mia debolezza, non so se sarei in grado di dedicare la mia esistenza all'arte, sapendo di avere un problema di questa portata. Quindi rispetto, e ammirazione.

Poi ripensai alla pizza. Inevitabilmente. Nel sottovalutato e geniale No grazie, il caffè mi rende nervoso (1982) di Lodovico Gasparini, basato su un soggetto dello stesso Troisi per l'amico Lello Arena, un serial killer chiamato Funiculì Funiculà assassinava gli artisti colpevoli secondo lui di "cagnà" Napoli, di aggiornare la tradizione dell'intrattenimento partenopeo. Faceva fuori pure lui, Troisi, "con la pizza in bocca". Simbolicamente, e questo nonostante Massimo avesse cercato di blandirlo inzerbinandosi con un impagabile "signor maniaco".

Perché Troisi sapeva di essere stato importante nell'aggiornare la napoletanità alla consapevolezza del post-Sessantotto: qualcuno scrisse che il suo debutto Ricomincio da tre (1981) presentò uno dei primi rapporti uomo-donna in cui l'equilibrio era spostato in effetti sulla donna, e le insicurezze risiedavano in un uomo passionale ma timido.
Ma lo ricordiamo anche per la sintesi comica di serissimi dubbi umani.

In Scusate il ritardo (1983), la mamma, vedendolo depresso, lo invitava ad accompagnarla a vedere "la Madonna che piangeva". "Se rideva, venivo."
Nello storico Non ci resta che piangere, firmato e interpretato a quattro mani con Roberto Benigni: "Ricordati che devi morire!" "Mo' me lo segno".
In Le vie del Signore sono finite (1987): "Da quando c'è lui [Mussolini] i treni arrivano sempre in orario!" "Allora bastava farlo capostazione."

A questi film seguì un rapporto proficuo con Ettore Scola, per il quale interpretò Splendor, Che ora è e Il viaggio di Capitan Fracassa, nei primi due dividendo lo schermo con un altro grande gentile, Marcello Mastroianni, senza sfigurare affatto.
Prima del Postino di Michael Radford, suo testamento poetico (in tutti i sensi), firmò un'ultima commedia nel 1992, Pensavo fosse amore e invece era un calesse, dove emise un altro dei suoi ironici e disperati appelli, subito tesaurizzato da chi si sentisse sulla lungezza d'onda della sua autoironia.

"Perché siete tutti così sinceri con me? Che cosa vi ho fatto di male? Chi vi ha chiesto niente? Queste sono cose che vanno dette alle spalle dell'interessato."



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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