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Martin Scorsese racconta il suo cinema italiano del cuore alla Festa del Cinema di Roma

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In un Incontro Ravvicinato con il pubblico, e prima di ricevere il Premio alla Carriera, il regista parla dei nove film che gli hanno cambiato la vita.

Martin Scorsese racconta il suo cinema italiano del cuore alla Festa del Cinema di Roma

Martin Scorsese è all'Auditorium Parco della Musica già dal 18 ottobre, prima giornata della Festa del Cinema di Roma. Lui non lo sa, ma sta fra Jasmine Trinca e Naomi Watts nel foyer della Sala Sinopoli. Ha il capo leggermente inclinato in avanti, tiene una Yashica 24 Mat fra le mani e guarda in macchina. Se ne sta su quel muro perché il suo è uno dei ritratti della mostra "Three Minutes" del fotografo di celebrities Riccardo Ghilardi, che nel corso dei più importanti festival del cinema ha catturato sguardi e anime, padroneggiando e giocando con la luce e creando un feeling in sessanta, centoventi, massimo centottanta secondi. Non perdetela: si va da Carrie Fisher a Willem Dafoe, da David Lynch a Ian McKellen, da Helen Mirren al terzetto Marinelli-Mastandrea-Borghi.

Appeso alla parete di mattoni, Scorsese conserva una sua sacralità, e le decine di ragazzi con gli accrediti culturali in fila da almeno un'ora ogni tanto lo osservano, e il loro cuore batte di sicuro. Anche il nostro batte, al ritmo di "New York, New York", quando vediamo l'ex ragazzo del Queens salire sul palco senza gli inconfondibili occhiali dalla montatura nera ma elegante nel suo smoking. Mentre si siede, ci scorrono davanti agli occhi Travis Bickle che parla allo specchio, la Contessa Olenska che guarda il mare al tramonto, Jake LaMotta che sferra pugni, Howard Hughes che si lava ossessivamente le mani, il broker di Matthew McConaughey che si batte il petto cantando.
La formula degli Incontri Ravvicinati la conosciamo: il talent commenta scene di film da lui stesso scelte. Martin, però, ha selezionato opere di altri, nove mirabili esempi di quel cinema italiano che gli ha cambiato la vita e che da tempo si impegna a restaurare. Ecco i capolavori di cui ha parlato, prima  di ricevere il Premio alla Carriera dalle mani di Paolo Taviani.

Accattone (di Pier Paolo Pasolini)
L'ho visto al New York Film Festival nel 1963 o 1964 ed è stata un'esperienza molto intensa. Sono cresciuto in un quartiere duro del centro di New York. Il primo film che ho visto di cui riconoscevo i personaggi è stato Fronte del porto di Elia Kazan, ma era un film diverso, realizzato dagli Studios. Accattone è stato il primo film in cui sono riuscito davvero a identificarmi, mi ha sorpreso la sua santità, che poi è la santità dell'animo umano. Per Pasolini le persone più infime, di strada, attraverso la loro sofferenza, sono più vicine a Cristo di quanto non lo siano quelle che stanno più in alto.

La presa del potere da parte di Luigi XIV (di Roberto Rossellini)
Faccio una premessa sul neorealismo. Quando avevo cinque anni, a casa avevamo una tv, era il '48 e '49, e vedevamo i film del neorealismo: Roma città aperta, Paisà, Ladri di biciclette, Sciuscià. Non mi sembravano film, forse perché li vedevo con la mia famiglia, comunque mi apparivano come vita vera. La presa del potere da parte Luigi XIV l'ho visto al New York Film Festival e Rossellini era là, il film non era stato preso bene. Rossellini era capace come pochi di ridurre tutto all'essenziale, e ha reinventato il cinema, innanzitutto con Vittorio De sica e Zavattini. Poi, a un certo punto, ha avuto la sensazione che l'arte fosse troppo ripiegata su se stessa. Così ha cominciato a fare film didattici per la tv, su argomenti storici, e questo è il primo della serie. La composizione dell'immagine qui è magnifica: c'è Velasquez, c'è Caravaggio, si nota poi un lavoro straordinario sul dettaglio, attraverso il dettaglio Rossellini insegnava la storia.

Umberto D. (di Vittorio De Sica)
Penso che questo film sia l'apice del neorealismo, dopo Umberto D. il neorealismo è cambiato. Trovavo straordinario il fatto che De Sica avesse realizzato un film su un anziano, mostrandolo non come una persona rispettata da tutti, ma come un uomo abbandonato. Ho visto Umberto D. nel '60 e non l'ho trovato affatto sentimentale, nonostante il crescendo musicale, perché in fondo raccontava la storia di un uomo che ha bisogno di mangiare e utilizza il suo cane per farlo, e quando vediamo il cane con il cappello in bocca che chiede l'elemosina, non ci commuoviamo, perché Umberto D. sa che così otterrà ciò che vorrà.

Il posto (di Ermanno Olmi)
Il distributore del film, che possedeva le migliori sale di New York, amava talmente tanto questo film che il primo giorno decise di programmarlo senza far pagare il biglietto agli spettatori. Il posto, come I fidanzati, aveva uno stile interessante, uno stile scarno, sottomesso, quasi documentaristico, alla John Cassavetes, che mi affascinava e che sentivo vicino a me. Amo la purezza di Olmi e, ne Il posto, il suo modo di entrare in un mondo dove la disperazione post guerra era svanita e di interrogarsi su cosa sarebbe successo dopo.

L'eclisse (e si parla anche de L'avventura, entrambi di Michelangelo Antonioni)
Il primo film di Antonioni che ho visto è stato L'avventura, ho dovuto imparare come leggere questo regista. Sono cresciuto con i classici del cinema americano e straniero e ciò mi ha dato la capacità di osservare l'inquadratura anche per un lungo periodo. A quell'epoca, era uscito La dolce vita, c'era grande conflitto fra i fan de La dolce vita e quelli de L'avventura. Io preferivo L'avventura, vedendolo e rivedendolo, ho imparato a guardare il cinema con occhio diverso, studiando il ritmo e l'utilizzo dello spazio che faceva Antonioni. Per me era come l'arte moderna. Ne L'eclisse c'è una narrazione che viene portata avanti con la luce, con l'oscurità, sembra un film analitico, ma ha uno finali più belli in assoluto.

Divorzio all'italiana (di Pietro Germi)
Divorzio all'italiana mi ha molto influenzato da un punto di vista stilistico, mi hanno influenzato anche l'umorismo, l'arguzia, i movimenti di macchina. Ogni volta che vedo Divorzio all'italiana resto profondamente colpito dal bianco e nero e dall'intento satirico, la satira viene espressa anche attraverso la macchina da presa, che non abbandona quasi mai la faccia di Mastroianni. Però, accanto alla satira, c'è anche l’elemento della verità.

Salvatore Giuliano (di Francesco Rosi)
Rosi ti fa vedere i fatti, eppure in qualche modo i fatti non sono la verità e le radici della corruzione vanno sempre più in profondità. Si avverte la tragedia del sud, i molti anni di dolore e sofferenza. Sono cose che conosco: i miei nonni si trasferirono dalla Sicilia a New York nel 1910. Quello che si erano lasciati alle spalle nel Sud è stato un peso eccessivo per loro e ciò che vediamo nella scena con la madre che piange è qualcosa con cui io sono cresciuto. Non avevo mai visto nulla di simile sullo schermo, perché noi americani non ci comportiamo così, ci è sempre stato detto: non mostrare le tue emozioni.

Il Gattopardo (di Luchino Visconti)
Il Gattopardo ha avuto una grande influenza su L'età dell'innocenza, mi interessava l'antropologia di quella vita, come veniva preso un bicchiere, i dettagli, insomma, e il modo in cui dal dettaglio si arrivava al macrocosmo. L'opera di Visconti combina l'impegno politico con l'opera, con un melodramma senza briglie. Del Gattopardo mi piace il ritmo deliberatamente meditativo e molto fermo però le inquadrature non sono scarne come quelle di Antonioni, sono lussureggianti, ricche. De Il Gattopardo, mi ha colpito anche il passaggio del tempo, il modo in cui il Principe capisce che i vecchi valori lasceranno la strada a qualcosa di nuovo che poi è sostanzialmente uguale a ciò che c'era prima.

Le notti di Cabiria (di Federico Fellini)
Il primo film di Fellini che ho visto al cinema è stato La strada, ma il finale de Le notti di Cabiria è sublime, è una rinascita spirituale. Cosa si può dire di un film così? La prima volta che ci siamo incontrati con Federico, è stato all'inizio degli anni '70, poi negli anni '90 siamo quasi arrivati a realizzare un documentario insieme per la Universal, però poi lui ci ha lasciato.

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