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Marpiccolo, la recensione del film di Alessandro Di Robilant

Pur partendo in maniera fresca e coinvolgente, soprattutto grazie alla vitalità del giovane protagonista Giulio Beranek, il film di Alessandro Di Robilant si affossa in una seconda parte eccessivamente carica di stereotipi e di retorica. L’ennesima occasione persa per fare cinema di denuncia veritiero.

Marpiccolo, la recensione del film di Alessandro Di Robilant

Marpiccolo, la recensione del film di Alessandro Di Robilant

In una Taranto desolante, devastata dalla povertà e dall’inquinamento causato dalla diossina dell’Ilva (azienda che da sola produce l’8,8% del totale europeo) si consuma la vicenda di Tiziano, giovane che si barcamena tra la scuola e la micro-criminalità delle periferie, fino a finire in un gioco che pian piano si rivela molto più grande e pericoloso delle sue capacità di gestirlo.
Marpiccolo parte come il più classico dei film di denuncia sociale riguardanti le aree più disastrate del nostro paese: aiutato dalla bella colonna sonora dei Mokadelic e da un’idea di messa in scena asciutto, preciso, Alessandro Di Robilant costruisce con la giusta lucidità le sfaccettature umane del protagonista, personaggio dotato della necessaria vitalità per entrare in empatia col pubblico. L’alternarsi di spaccati di vita difficile del ragazzo e della sua famiglia divisa con scene invece più leggere contribuiscono al senso di verità che il film comunica in più di un’occasione: vitale, energico ed istintivamente simpatico, Giulio Beranek regala fisicità ed allegria alla figura del protagonista, inserendola in un contesto narrativo che lo sfrutta per rendere più frizzante una storia per altro non originalissima. Se tale meccanismo funziona infatti nella prima parte di Marpiccolo, lo stesso non si può dire nella seconda, dove la retorica di alcuni personaggi come quelli interpretati da Valentina Carnelutti e Giorgio Colangeli mina alla base la veridicità con cui era stato realizzato l’incipit. Le situazioni diventano smaccatamente ripetitive, gli snodi narrativi abusati, la qualità della scrittura cinematografica scende ai livelli dell’opera di denuncia che non va oltre la rappresentazione superficiale del problema socioeconomico che vuole rappresentare. Marpiccolo perde di conseguenza tutta la freschezza con ci era partito, e non riesce più ad incidere quanto aveva lasciato sperare. Di questo lungometraggio rimane quindi apprezzabile il tentativo di dare ancora un volta una visione asciutta della condizione a dir poco precaria in cui versano alcune città italiane abbandonate al più bieco sfruttamento industriale. Per arrivare ad essere un film veramente coinvolgente questo di Robilant avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura più originale, capace di evitare tutti i cliché in cui invece cade quando deve chiudere le storie che ha impostato.
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