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Marco Bellocchio: "mi sento liberato ma non assolto". Marx può aspettare protagonista a Cannes 2021

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In attesa della serata di chiusura, durante la quale riceverà la Palma d'Oro d'onore, quella di oggi, al Festival di Cannes 2021, è una giornata dedicata a Marco Bellocchio, con la presentazione del suo documentario molto personale, Marx può aspettare. Il film è da oggi nei cinema italiani, distribuito da 01 Distribution.

Marco Bellocchio: "mi sento liberato ma non assolto". Marx può aspettare protagonista a Cannes 2021

Gli ultimi giorni del Festival di Cannes 2021 saranno all’insegna di Marco Bellocchio. L’autore piacentino incontrerà oggi il pubblico in una masterclass, per poi presentare il suo splendido documentario, profondamente personale, dal titolo Marx può aspettare, uscito proprio oggi anche nelle sale italiane. Il tutto prima di ricevere un onore riserbvato a pochi: la Palma d’onore alla carriera, nel corso della serata di premiazione. 

Incontrando la stampa italiana ha dimostrato un buon umore e una serenità invidiabile, nonostante il tema del documentario sia tanto doloroso quanto personale. Iniziato nel 2016, finito poi dopo la parentesi del Traditore, Marx può aspettare rimanda a una frase con cui il gemello di Bellocchio, Camillo, rispose una volta, con un sorriso sornione appena accennato, al fratello che lo spronava all’impegno politico. Era il 1968, anno fatidico e rivoluzionario, ma Camillo covava un dolore che lo portaò a dire che la politica poteva aspettare, aveva altri problemi da risolvere; purtroppo non riuscendoci. Camillo Bellocchio, infatti, si suicidò a 29 anni.

“È stato un film molto logico”, ha dichiarato Marco Bellocchio. “mi sono reso conto che era l'ultima occasione per fare i conti con qualcosa che era stato nascosto. Abbiamo organizzato un pranzo al Circolo dell’Unione di Piacenza, di cui mio padre è stato uno dei fondatori. Ho capito subito che non mi interessava fosse un ritratto nostalgico, tenero o generico su ciò che restava della mia famiglia, ma ho individuato subito il soggetto, il protagonista assente: il mio gemello Camillo. Una serie di avvicinamenti hanno anticipato questa storia, nella mia carriera; in particolare con Gli occhi, la bocca. Non sono mai stato contento di quel film. L'ho fatto quando era viva mia madre, con una combinazione ideologica fra l’impegno politico e l'inizio degli esperimenti di analisi collettiva fagioliana. Quelle presenze mi limitavano, mi condizionavano, mi impedivano di dire tutta la verità. Qui mi sono sentito sereno e libero. È un film non pesante, anche spiritoso, soprattutto per la presenza di mia sorella Letizia, sordomuta, che non aveva mai parlato negli altri film a Bobbio, in cui era rimasta testimone silenziosa. Improvvisamente ha parlato, con intelligenza, sensibilità e uno spirito un po’ bellocchiano, fatemelo dire. Osservazioni che, pur non mettendo in discussione la sua fede, sollevano il problema di ritrovare nell'aldilà i genitori, sua missione principale, fra miliardi di persone.”

Un film che pone al centro lo scorrere del tempo, “del mio tempo”, come aggiunge Bellocchio. “Nel passato ci sono stati screzi anche forti con alcuni miei fratelli, riguardo all’inserimento di elementi familiari nei miei film. I pugni in tasca è la storia tragica della mia famiglia, anche se capirono in ritardo che parlavo di loro e di me stesso. Qui ho proceduto in maniera estremamente serena, con interviste realizzate in libertà e acchiappando all’ultimo alcuni personaggi centrali come la moglie del mio fratello morto Tonino, testimone del suicidio, che racconta con grande precisione, e la sorella della fidanzata di Camillo. Abbiamo pensato di ricostruire alcune scene, alla fine la scelta è stata di rinunciare a qualsiasi artificio. È un paradosso come nel realizzare questo film, il mio più privato, mi sono sentito molto libero: liberato ma non assolto. Non debbo andare in prigione, non sono crimini o delitti, ma qualcosa di molto comune. Di fronte a certe tragedie spesso la risposta delle persone vicine è ‘io non so, non avevo capito, mi sembrava persona normale’. Noi non avevamo intuito la tragedia che stava sotto la vicenda normale di nostro fratello. Questo aspetto è uno degli elementi centrali del film.”

Il film è stato molto apprezzato dal direttore di Cannes, Thierry Fremaux, che ha inviato una lettera a Bellocchio in cui gli diceva come il fratello che voleva fare cinema, almeno era il suo auspicio in una lettera appello al gemello regista, rimasta inascoltata, ora con questo film sia entrato nella storia del cinema. “La lettera è un punto fondamentale di questa conversazione con mio fratello, che me ne parla”, aggiunge il regista, “una lettera di fatto trascurata, per assenza, che è più grave della distrazione. Non avevamo sentito l’altro, anche se era un fratello gemello o un figlio. È un tema fondamentale, senza aprire un tribunale, ma di fatto è così. Per questo ha tanta fortuna la psichiatria, che dovrebbe capire cosa c’è dietro il silenzio e l’assenza.”

Riguardo a questa tre giorni a Cannes, ecco il suo commento. “Non palpito tanto per la premiazione”, ha commentato la trasferta a Cannes Bellocchio, “quella sarà una fatica, non è nelle mie corde. Quella che mi dà emozione è la proiezione con il pubblico, quella esperienza mi porterà a sentirmi anche più giovane. Per me era del tutto inimmaginabile portare a Cannes un film così piccolo, nato per noi. Poi Rai Cinema ha voluto distribuirlo ed esce nelle sale in un certo numero di copie. Ricevendo la Palma ricorderò sicuramente il grandissimo Michel Piccoli e Anouk Aimé, che vinsero come migliori attori nel 1980 per Salto nel vuoto. Un riconoscimento che fu sostenuto fortemente da un critico che consideravamo molto di destra, se non fascista, come Gian Luigi Rondi.”

Se la morte è una “sottile angoscia sempre presente, inutile nascondersi come molti amici coetanei non ci siano più”, Bellocchio sottolinea come il lavoro aiuti a non pensarci. “Adesso devo portare a temine una faticosissima serie televisiva, non l’avessi mai fatto. Poi farò un film. Se sei dentro alla vita e al tuo lavoro, per fortuna, ti dimentichi che esiste anche questa possibilità, quella della morte. Marx può aspettare ha una leggerezza evidente, nonostante il tema tragico. Il montaggio è stato cruciale, la memoria mi ha fatto collocare i frammenti dei film che affrontavano in qualche modo questa tragedia. Mi sono reso conto come ci siano molti suicidi, nei miei film, e le musiche di Ezio Bosso che abbiamo scelto credo siano una traccia emotiva molto pertinente. La leggerezza era da sempre un presupposto, legato allo stile, al carattere, al voler fare cinema in un certo modo”.

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