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Map of the sounds of Tokyo - recensione del film di Isabelle Coixet

Si chiude tutt’altro che in bellezza, il concorso della 62esima edizione del Festival di Cannes. Perché Map of the Sounds of Tokyo è un fastidioso e superfluo esempio di come il cinema di Isabelle Coixet sia costruito su ruffianerie e pro grammaticità che si ammantano di un’aura di autorialità per nascondere il vuoto del loro significato.


Map of the sounds of Tokyo - recensione del film di Isabelle Coixet

Si chiude tutt’altro che in bellezza, il concorso della 62esima edizione del Festival di Cannes. Perché Map of the Sounds of Tokyo è un fastidioso e superfluo esempio di come il cinema di Isabelle Coixet sia costruito su ruffianerie e pro grammaticità che si ammantano di un’aura di autorialità per nascondere il vuoto del loro significato.

Solitudini che s’incontrano e si sorreggono a vicenda, amori che nascono (e muoiono) sul dolore, i silenzi come unica possibile via sostitutiva alla comunicazione tradizionale. Con tutta la buona volontà del mondo, non si può proprio dire che Isabelle Coixet si cimenti con tematiche nuove e originali, sia in senso generale che per lo specifico del suo cinema. È forse per ovviare a questo aspetto che questa volta la regista catalana ha deciso di ambientare il suo film in una delle capitali più cool e affascinanti del mondo, Tokyo, e che abbia cercato di giocarsi la carta dell’effetto modaiolo nel modo più smaccato possibile. Lo stesso vale per la professione del protagonista interpretato da Sergi Lopez, esperto di vini che ha aperto un’enoteca nella città nipponica, e per il tocco folkloristico di far lavorare il personaggio di Rinko Kikuchi al celeberrimo mercato del pesce locale, o per l’artificio narrativo di affidare la narrazione all’ingegnere del suono che osserva silenzioso la loro storia d’amore.

Nulla di male in questi elementi, se presi singolarmente o se trattati nella giusta maniera e con le opportune misura e sensibilità. Ma se invece vengono così smaccatamente e banalmente utilizzati come in Map of the Sounds of Tokyo, diventano solo esempi di come il cinema della Coixet sia ancora una volta costruito programmaticamente a tavolino e si aggrappi ad ogni ruffianeria per cercare di nobilitare emotivamente ed artisticamente contenuti banali e vacui.

Inizialmente più contenuto e sobrio nei toni di quanto ci si sarebbe potuto attendere, il film degrada e si corrompe progressivamente, abusando di luoghi comuni, riempiendo gli spazi di sesso fintamente provocatorio, giocandosi i colpi più bassi e facilmente ricattatori per la descrizione di un (non) amore impossibile e di dolori che non si colmeranno mai. Forse non è un caso che, in questo contesto, Sergi Lopez reciti male come raramente ha fatto in carriera.

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