Lucio Dalla e il cinema

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Appartengo, ahimé, a una generazione che ha assistito alla nascita artistica di Lucio Dalla, e che è in grado di ricordare con gli occhi di una bambina quello strano omino barbuto che, quando ancora guardavo il festival di Sanremo, cantava una strana canzone intitolata "Paff-Bum". Ricordo di averlo visto quando ero un po' più grande in tv, trasformato in presentatore del mitico programma "Gli eroi di cartone", di cui cantava l'altrettanto famosa sigla. Neanche sapevo cos'era il jazz e già mi piaceva il suo modo di cantare sincopato, i suoni strani ed onomatopeici che riusciva ad emettere e che lasciavano sconcertati i grandi. Come molti di noi ho nel cuore tante canzoni di Lucio Dalla che hanno fatto da colonna sonora a momenti della mia adolescenza e gioventù, anche se da tempo l'avevo “abbandonato”.

Ma lo ricordo anche come attore. La sua ultima apparizione sul grande schermo è stata nei panni di Sancho Panza, ruolo che ha interpretato nel 2006 accanto a Peppe Servillo nel Quijote di Mimmo Paladino. La notizia della sua morte improvvisa, a soli 3 giorni dal suo 69esimo compleanno, ha dunque sconvolto me come milioni di italiani, e mi è venuta voglia di ricordare il contributo di questo straordinario artista al cinema.
Lucio
conosceva praticamente da sempre il concittadino Pupi Avati, che alla loro amicizia aveva dedicato anche il film Ma quando arrivano le ragazze?. Con la consueta sincerità il regista emiliano ha dichiarato di averlo a lungo odiato e di aver avuto una volta la tentazione di buttarlo giù dal tetto della Sagrada Familia, a Barcellona. Erano entrambi suonatori di clarinetto, ma mentre Avati si sforzava e studiava, senza riuscire a elevarsi dal rango di capace dilettante, Lucio, baciato dal genio della musica, riusciva senza sforzo alcuno a esprimere il proprio immenso talento. Ma se la musica li aveva divisi, il cinema li riunì, tanto che nel 1975 gli aveva affidato un ruolo in La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone.

Ma i primi autori a utilizzarne sul serio la straordinaria fisicità erano stati i fratelli Taviani, che addirittura nel 1967 ne avevano fatto uno dei protagonisti de I sovversivi. Il suo era il ruolo di Ermanno, un laureato in filosofia che all'indomani dei funerali di Togliatti rompe col suo passato. Il film raccontava un'Italia molto diversa da quella attuale, di cui il volto di Lucio esprimeva alla perfezione gli umori, la voglia di cambiamento e ribellione. Certo, anche lui aveva dovuto pagare la tassa del cinema popolare con gli immancabili musicarelli, in cui era sempre figura incongrua e simpatica. Era dunque apparso in film come Altissima pressione, dove era protagonista il suo grande amico Gianni Morandi, Per un pugno di canzoni e Rita nel West con Rita Pavone. Nel 1968 era stato anche il cantante e narratore di Franco, Ciccio e le vedove allegre di Marino Girolami, e nello stesso anno aveva fatto parte del cast del film generazionale I ragazzi di Bandiera Gialla.

Col cinema aveva poi chiuso, ed è un peccato, per dedicarsi alla sua passione prevalente, la musica. Pochi anni fa un amico regista, Egidio Eronico, mi raccontò di un suo progetto, uno dei troppi che in questo paese non si concretizzano, dicendomi di desiderare come protagonista proprio Lucio Dalla, che si era mostrato molto interessato alla storia. E' un peccato non averlo potuto rivedere sul grande schermo in un vero ruolo da attore.
Al cinema di questo artista a 360 gradi, restano oggi, oltre alle apparizioni citate, il grande omaggio di Eleonora Giorgi e Carlo Verdone in Borotalco, e le sue indimenticabili canzoni, una delle quali, "Futura", è apparsa addirittura in un film americano, Ti amerò... fino ad ammazzarti di Lawrence Kasdan.
E a noi resta la colonna sonora dei migliori anni della nostra vita. Grazie davvero, Lucio.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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