Lucca Film Festival chiude in bellezza con Irons, Cronenberg e le musiche di Howard Shore

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Lucca Film Festival chiude in bellezza con Irons, Cronenberg e le musiche di Howard Shore

E' cominciata alla grande (e finita altrettanto bene) l'ultima giornata dell'undicesima edizione del Lucca Film Festival, con lo storico Teatro del Giglio gremito in ogni ordine di posti per la lezione di cinema di Jeremy Irons. E l'attore non ha deluso le attese, raccontando se stesso e la sua arte in un'ora e mezzo ricca di simpatia, generosità, autoronia e sprazzi di autentica poesia, alla fine della quale tutte le donne presenti, dai 15 ai 70 anni, erano letteralmente innamorate di lui (senza speranza, visto che l’attore era accompagnato dalla moglie, l’attrice irlandese Sinéad Cusack e da uno dei due figli). Forse perché il Giglio, costruito nel 1675, a suo dire gli ricorda il di poco successivo Royal Theatre di Bristol, dove ha iniziato la sua carriera, ma sembra sincero quando dice “mi sento a casa”. Parla di tutto, delle scene senza stuntman che ha realizzato per Mission, dei suoi hobby e della tecnica e conclude con una breve ma toccante poesia di Apollinaire (“Come to the edge, he said”) accolta da una standing ovation.

Un one-man-show al termine del quale scopriamo che dirigere (“ho diretto un video per Carly Simon e un cortometraggio”) gli piace più di recitare, così come gli piace scrivere e  vorrebbe sceneggiare un libro per trarne un film. Ma non è capace, dice lui, di stare concentrato e fermo troppo a lungo, si annoia facilmente (il che spiega anche la varietà nella scelta dei suoi ruoli) e fare l’attore è dunque il mestiere ideale per lui. Non dipinge ma suona – male, dice – la chitarra e il violino con gli amici irlandesi e durante le riprese di Mission ha scattato migliaia di bellissime foto. Della sua passione per le moto e per le auto (l’anno scorso ha partecipato alle Millemiglia) già si sapeva e questo conclude l'argomento tempo libero.

E' bello poi sentirlo tornare spontaneamente sull’argomento di come è riuscito a trovare il modo di rappresentare i gemelli identici ma molto diversi Beverly e Elliott nel capolavoro di David Cronenberg Inseparabili. Lì esce fuori il grande attore: si alza in piedi, si avvicina alla platea e spiega che per uno il centro dell’energia interiore su cui faceva leva era situato nella fronte, nel punto in cui gli indiani dipingono il famoso occhio, e per l’altro nella gola, nel punto in cui si strangola una persona ma che al tempo stesso è molto sensuale, specialmente in una donna. Mima i gesti, spegne e accende l’interruttore per far vedere come è riuscito a creare una delle performance più toccanti e straordinarie della sua carriera e in assoluto del cinema mondiale. Ride poi divertito quando si parla della sua bella voce e racconta un paio di aneddoti in proposito:

“Non ci faccio caso, è uno strumento come un altro, perché se pensi a queste cose sei fottuto. Quando avevamo circa 30 anni, io e John Hurt una volta parlavamo dei giovani attori emergenti che avevano una decina d'anni meno di noi, come Daniel Day Lewis. E lui mi disse “sai che faccio quando incontro uno di questi attori giovani che ho paura possa rubarmi i ruoli? Gli dico ‘che voce meravigliosa che hai!’ e da quel momento è fottuto!”. A proposito di voce, aggiunge “quando ho doppiato Il Re Leone nel ruolo di Scar, davanti a me c’erano gli artisti che avrebbero poi disegnato il personaggio e riprendevano le mie espressioni a volte con telecamere, a volte semplicemente con degli schizzi. Quando poi ho visto il film, prima si vede Mufasa, col vocione possente di James Earl Jones (che imita, ndr), bello, maestoso, con una folta criniera e una lunga coda. Poi arriva Scar, mingherlino, con una criniera spelacchiata e una specie di abbozzo di coda. Mi sono chiesto: è così che mi vedono? Ci sono rimasto malissimo!”.

A una domanda del critico Claudio Carabba su La maschera di ferro e se fosse verità o leggenda che il giovane DiCaprio si comportasse male e lui, Malkovich, Byrne e Depardieu si vendicassero, risponde. “Non è vero. Il fatto è che abbiamo girato a Parigi durante la settimana o forse il mese della moda. E tutte le sere Leo andava a gozzovigliare con le modelle. La mattina usciva con calma dal camerino, col mal di testa da sbornia… e noi lo invidiavamo un sacco!”.

Dopo Jeremy Irons, nel pomeriggio sua moglie, Sinéad Cusack, ha presentato La promessa dell’assassino, dove ha il ruolo della madre del personaggio di Naomi Watts, e poi, tra qualche patema d’animo e problemi tecnici, è partita la lezione di cinema via Skype di David Cronenberg da Toronto (a proposito, pare stia meglio e che tra un paio di mesi potrebbe volare a Lucca). Stimolato dalle domande di critici e pubblico, il regista canadese è stato al solito esauriente e originale nelle sue risposte anche a quesiti banali. Ha paragonato la realizzazione di un film ad una scultura che si plasma man mano con l’apporto di tutte le persone coinvolte e il casting a un atto di magia (“se scegli l’attore giusto ti resta ben poco da fare, Ralph Fiennes ha detto di me che sono il regista che in assoluto gli ha dato meno indicazioni e per me questo è un gran complimento”) e ha raccontato dell’allegria che regna sul set dei suoi film, anche i più cupi come Crash, Inseparabili e Maps to the Stars, che ricorda per le risate fatte tra un ciak e l'altro con degli attori perfettamente capaci di entrare e uscire dal ruolo come James Spader, Rosanna Arquette, Jeremy Irons e Julianne Moore. Ribadisce che il cinema per lui, come lo era per Fellini e Bergman, è un affare di famiglia e per questo lavora sempre con gli stessi collaboratori, Carol Spier, Denise Cronenberg, Peter Suschitzsky e Howard Shore, che sono i primi a ricevere una copia della sceneggiatura e a venire coinvolti nel procedimento creativo fin dall’inizio. Li chiama “compagni d’arme”, gente che ti difende e fa quadrato intorno a te quando si profilano problemi all’orizzonte.

E proprio per il premio Oscar Howard Shore ha le parole più belle: “Ha fatto le musiche di tutti i miei film tranne che de La zona morta. Ci conosciamo tramite le nostre famiglie fin da ragazzini, quando nessuno di noi due faceva cinema. Per me è difficile parlare della musica che voglio, perché da un lato è intellettuale e matematica e dall’altro atmosferica ed emotiva. Io e Howard abbiamo una connessione tale, da anni, che non abbiamo bisogno di parlare. Vado sempre da lui perché so che ha tanta esperienza e talento e anche se il film è strano e diverso può capirlo ed è capace di farlo. Gli faccio vedere il primo montaggio, gli parlo degli attori e viene anche sul set per sentire il feeling che c’è e poi mi manda dei file musicali. Prima di internet mi mandava dei nastri e ricordo la prima volta che ho sentito la musica di Inseparabili: guidavo una Lancia Beta e sentivo quella musica, fu un’esperienza incredibile. Era ancora una versione fatta solo col sintetizzatore, senza orchestra, ed era già così incredibilmente emotiva che mi vennero le lacrime agli occhi”.

Le stesse lacrime, siamo certi, che sono venute a noi durante l’esecuzione delle colonne sonore dei suoi film fatte dall’Orchestra dell'Istituto Luigi Boccherini in San Francesco. Anche senza immagini, ascoltare quelle brevi sinfonie è stato come rivivere  le emozioni suscitate dal film del regista, perché il loro è uno di quei connubi creativi che si creano a volte quasi per magia e che rendono il nome di un compositore inscindibile da quello di un maestro del cinema, che in questo caso si chiamano Howard Shore e David Cronenberg.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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