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Lolita: il film di Stanley Kubrick fra commedia nera e cronaca di un'ossessione

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A 20 anni dalla morte del regista, ricordiamo con affetto la sua sesta opera, adattamento del romanzo scandalo di Vladimir Nabokov.

Lolita: il film di Stanley Kubrick fra commedia nera e cronaca di un'ossessione

Di Lolita di Stanley Kubrick, che abbiamo visto a più riprese, cominciando nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del regista nel '99, ci ha sempre stregato la sequenza d'apertura, che arriva dopo gli iconici titoli di testa con il piedino ben tornito di Sue Lyon in primo piano e un paesaggio con nebbia che fa tanto Val Padana in inverno. Il mediocre e malinconico Humbert Humbert, ormai consumato dalla sua ossessione amorosa e quasi patetico nella sua definitiva sconfitta, entra nella casa-museo (o mausoleo) di Quilty per vendicarsi dell'uomo che gli ha portato via la sua Dolores Haze e per riaffermare con un gesto disperato un'identità che l'istrionico commediografo ha progressivamente annullato attraverso un'ingannevole moltiplicazione di personalità. Di questa mirabile sequenza ci ha sempre colpito l'atmosfera quasi mortifera e decadente, insieme agli arredi baroccheggianti e sontuosi che tanto ci ricordano Viale del tramonto, per non parlare della partita a roman ping pong su un tavolo ingombro di bicchieri di svariate fogge e un Peter Sellers con un lenzuolo a mo’ di tunica alla Giulio Cesare che, affidandosi alla nobile arte dell'improvvisazione, straparla ubriaco mentre l'amante tradito sente crescere dentro di sé la rabbia che lo porterà alla deflagrazione. Tutto è a fuoco nelle stanze in cui il tragico epilogo si svolge, in una Xanadu più piccola e più caotica dove sono di scena non l'umana grandeur e una qualche forma di eroismo, ma meschinità e grettezza. E’ una piccola tragedia ridicola la vendetta che si consuma sulla scalinata in legno della maison del luciferino Clare, e senza questo incipit il sesto lungometraggio del regista di Orizzonti di gloria e 2001: Odissea nello spazio non avrebbe lo stesso significato e la stessa luce sinistra, non sarebbe la black comedy che è né avrebbe mai conquistato tanto David Lynch, che a tutt'oggi considera Lolita uno dei suoi film preferiti. L'apertura della prima trasposizione del romanzo di Vladimir Nabokov è il grottesco che si fa strada in mezzo al realismo, è l'esplosione di un delirio personale represso e la contemplazione, forse a distanza, delle aberrazioni dell'animo umano, un animo borghese, senza dubbio, a cui guardare (almeno qui) con la stessa ironia che attraversa l'opera dello scrittore russo.

L'altra scena di Lolita che amiamo follemente è quella in cui Humbert Humbert legge la lettera d'amore che gli ha scritto Charlotte, la madre di Lolita. L'anonimo professore dai piedi piccoli infilati in mocassini bianchi assai poco virili (a volte perfino in ciabatte!) ride di gusto mentre va avanti con la missiva, svelando per la prima volta la cattiveria che alberga nel suo animo e facendo trasparire nuovamente la ferocia quasi comica che attraversa il libro di Nabokov. Lasciateci dire che nel resto del film un po’ sentiamo la mancanza dell'arguzia ammiccante del buon Vladimir, che da esperto enigmista riempì l’opera pubblicata nel 1955 da una casa editrice francese specializzata in libri osè di giochi di parole, trucchi linguistici, anagrammi, doppi sensi, passando dal racconto al diario e smorzando la tensione rivolgendosi al lettore come fosse un amico, o meglio un sodale. E ci dispiace che il film sia così casto, ma nel '62 non ci si poteva spingere molto lontano, anche se Kubrick non ebbe un produttore-padrone che lo pungolava. In realtà lo stesso Stanley si rammaricò dei limiti imposti dalla censura e dalla morale, tanto da dichiarare, in un'intervista rilasciata a Renaud Walter: "Se Lolita è un fallimento, è imputabile solo alla mancanza di erotismo". Che poi non è vero che l'erotismo manca del tutto, perché ogni movimento di Sue Lyon è sensuale e fatale, e laddove non è presente il sesso, le patatine o una bibita gassata bevuta con la cannuccia o un uovo al tegamino tenuto in mano davanti alla bocca di Humbert assumono una forte connotazione metaforica, diventando, appunto, erotici. Proprio come la prima apparizione della "bimba killer", punto di svolta della sceneggiatura.

A proposito della sceneggiatura di Lolita, le cose andarono così. Kubrick e il produttore James B. Harris contattarono Vladimir Nabokov e gli chiesero di scrivere il copione di un film ispirato al suo romanzo, che oltre ad essere una storia d'amore era un tentativo di fermare il tempo, di celebrare un'eterna giovinezza ritrovata dal nostro nei democratici Stati Uniti. Sulle prime Nabokov rifiutò, ma poi si mise all'opera, scrivendo di getto un copione di 400 pagine che Kubrick accolse con scetticismo, dicendo che sarebbe stato buono per un film di 7 ore. La sceneggiatura fu rimaneggiata e, quando Nabokov vide il film alla première d'ordinanza, per poco non cadde dalla poltrona nonostante la fascinazione per il lusso e le star che lo circondavano. Poi ci ripensò. Proprio come noi, e il resto del mondo, rimase stregato dalla sequenza a casa Quilty, trovando invece ridicola la scena in cui Humbert tenta inutilmente di aprire una brandina in una camera d'albergo. Quanto a James Mason, il film gli piacque, anche se a fine visione l'attore si sorprese a provare non poca invidia per Sellers ("Mi ha rubato la scena, a saperlo Clare Quilty l'avrei interpretato io"). C'è da dire che Mason ne aveva ben donde, visto che regista aveva lasciato piena libertà al suo futuro dottor Stranamore, lo aveva ripreso con 3 macchine da presa e aveva dato grande dignità al suo personaggio, lasciando vorticare il mesto Humbert vicino alla luce del desiderio non appagato come una falena impazzita e restituendogli dignità solo nella disperazione che precede la resa dei conti e che racconta un mondo spietato e violento in cui l'uomo è carnefice di se stesso. James Mason era stato fortemente voluto per via del suo accento inglese, perché "bello ma vulnerabile", per "la sua aria tremendamente romantica e sentimentale" e perché antitetico a Sellers che era "come il prodotto di un brutto sogno". Fu lui la prima scelta del regista e del produttore, ma esitò prima di accettare. Vennero così interpellati, fra gli altri, Cary Grant, che rifiutò sdegnato, e Laurence Olivier, persuaso dal proprio agente a declinare l'offerta. Dopotutto era quasi di pedofilia che si parlava, e per questo si scelse di cambiare l'età di Lolita dai 12 ai 14 anni.

James Mason e Peter Sellers a parte, ci sembra giusto spendere qualche parola sulle straordinarie donne di Lolita, la madre e la figlia, le bionde Charlotte e Dolores, così ben interpretate da Shelley Winters e Sue Lyon. La seconda Kubrick la ingaggiò perché la trovava tremendamente magnetica ed enigmatica ("tutto quello che faceva, lo faceva in modo attraente"). Come scrivono alcuni, la scelse anche per la grandezza del seno, oltre che per il talento recitativo e la capacità di essere innocente e sfrontata allo stesso tempo. La ragazza, però, che era stata Miss Sorriso nel 1961, pronunciava le sue battute troppo in fretta, così fu chiesto anche a lei di improvvisare. Il lavoro con Shelley Winters, all'epoca famosissima e già vincitrice del suo primo Oscar, fu ancora meno facile. Sembra che il regista avesse fatto in modo di lasciarla isolata durante la lavorazione, per fale provare la tristezza che doveva accompagnare il suo personaggio. Sul set, inoltre, i rapporti furono tesi. A guardare il film non si direbbe. Per noi la Winters è stata straordinaria, forse perché ha reso tollerabile una donna ottusa, ingombrante, petulante. E poi non è facile interpretare una persona a metà fra la stupidità e la scaltrezza, l'insicurezza e una capricciosa affermazione del sé. Nabokov non amò la sua camicia da notte da neo-moglie, che per noi, insieme a un abito leopardato, è il simbolo della sua ruspante allegria, stato d'animo che, ahinoi, dura poco, visto che l’incidente che la toglie di mezzo dà improvvisamente a Lolita, fino a quel momento quasi scanzonato, una connotazione nerissima, segnando la transizione dalla commedia alla cronaca di una caduta, la caduta di un uomo che si è macchiato della peggior colpa in assoluto secondo Charlotte: non credere in Dio.

Costato circa due milioni di dollari (ne incassò 4 e mezzo) e accompagnato dalle musiche di Nelson Riddle, Lolita era, secondo Stanley Kubrick, la prima grande storia d'amore del Ventesimo Secolo, una di quelle passioni che isolano ed elevano gli amanti distaccandoli dal resto del mondo, che li contempla incuriositi. Certo, qui l'amore lo prova solamente un componente della coppia, ma identificarsi nell'uomo di mezza età invaghito della sua ninfetta viene naturale, almeno per chi scrive. Humbert Humbert, in fondo, siamo noi: siamo noi quando assecondiamo i nostri istinti più inconfessati e insani, quando ci lasciamo andare all'estatica contemplazione del bello, quando abbracciamo le assurdità della vita e ci illudiamo di replicare le emozioni e gli struggimenti dell'adolescenza, coprendo con un telo nero quello specchio in cui invece, secondo la morale corrente, dovremmo guardarci. Lolita non festeggia nessun compleanno, ma il 7 marzo è  stato il giorno del ventennale dalla morte del caro Stanley. Potevamo ricordarlo parlando di Arancia Meccanica o Shining, ma li conoscete a memoria e li avete visti tante volte. Lolita magari no, e con queste nostre riflessioni sparse speriamo di avervi invogliato a recuperarlo o a riguardarlo: nelle sue tante facce, nei suoi significati più nascosti, nel suo prodigioso bianco e nero.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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