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Lo Squalo di Steven Spielberg ha 40 anni e non ne abbiamo mai abbastanza

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Il secondo film del grande regista non è invecchiato di un giorno

Lo Squalo di Steven Spielberg ha 40 anni e non ne abbiamo mai abbastanza

Il 20 giugno del 2015 saranno trascorsi esattamente 40 anni da quando Lo squalo (Jaws) di Steven Spielberg raggiunse gli schermi americani, in un'uscita a tappeto insolita per l'epoca. Sì, perché erano i B-movie a uscire ovunque da subito; i film seri, quelli ben fatti, partivano con poche sale, per poi allargarsi progressivamente. A inziare dal famoso manifesto, Lo squalo non sembrava un film "serio": al massimo una roba da drive-in girata in fretta e furia. E poi, questo ragazzo cos'aveva mai firmato? In Europa i cinefili lo veneravano per un film TV mai arrivato nelle sale americane, Duel (1972). Al cinema negli States il buon Steven aveva all'attivo solo Sugarland Express (1974), una dramedy con Goldie Hawn dal successo a dir poco tiepido.

Ma Lo squalo non era un B-movie. Il pubblico ignaro non sapeva ancora che, con questo film prima e due anni dopo col Guerre stellari dell'amico George Lucas, stava nascendo il moderno blockbuster, il fenomeno di un cinema che recuperava la narrazione di genere della vecchia Hollywood, con tutta l'ambizione e la cura possibili. Chiedendo a chi quel 1975 l'ha vissuto, a chi anche in Italia fece quelle code per accedere alle sale che proiettavano Lo squalo, il responso è quasi unanime: non si era mai vista prima una cosa del genere. "Solo prima fila". Non c'è da stupirsi se il Festival di Pesaro quest'anno, proprio il 20, lo celebra con una proiezione nella sua serata d'apertura.

Quanto sudore ripagato. Spielberg aveva pregato in ginocchio per poter portare sullo schermo il romanzo omonimo di Peter Benchley, che aveva scritto il copione con Carl Gottlieb. Perfezionista come già si era dimostrato in Duel, quando rifiutò di girare in studio con la retroproiezione, si oppose alle riprese nelle vasche controllate degli studios. Il mare dello Squalo è il mare vero, l'Oceano Atlantico, che se ne fregava delle ore passate a studiare le inquadrature, abbattendole con il cambio di marea; che se ne fregava dei tre squali meccanici approntati, logorandoli con l'acqua salata. Unica strada in discesa fu quella intrapresa da John Williams alle musiche (per le quali vinse l'Oscar): si narra che abbia rivelato il celebre tema a Steven pigiando alternativamente due soli tasti del pianoforte. Lo squalo doveva costare 4 milioni, invece ne richiese 9: quando scommetti così sulla tua carriera in nascere, se vinci sei un dio, se perdi sei patetico. In due settimane il film recuperò tutto il budget speso per produrlo, diventando rapidamente la pellicola più vista di tutti i tempi fino a quel momento. Oltre alla statuetta andata a Williams, il film vinse gli Oscar per il miglior suono e il miglior montaggio, finendo candidato anche per il miglior film.

Ma perché? Solo perché fu accompagnato da un battage pubblicitario senza pari? Anche, ma non fu pubblicità al servizio del nulla. C'è qualcosa che fa funzionare Lo squalo ancora oggi, quando il cinema e i gusti degli spettatori sono tanto cambiati. Dopo l'ennesima irresistibile replica in tv, anni fa mi capitò di pensare che Lo squalo fosse un film sulla hybris, sulla presunzione. Simbolicamente Benchley porta alla vittoria - sul minaccioso enorme squalo che minaccia le acque di Amity Island - proprio il capo della polizia Martin Brody: interpretato da un tesissimo Roy Scheider, a differenza dell'oceanologo Matt Hooper di Richard Dreyfuss e dell'arrogante cacciatore di squali Quint di Robert Shaw, Brody è l'unico che non sa proprio cosa fare. Sale sulla barca della tragica spedizione per principio, ma sa solo di non sapere nulla nè dei pesci nè dell'acqua. Non sa nemmeno nuotare! Brody è l'unico che non si sostituisce a Dio o alla natura (fate voi) ed è quindi l'unico che rimane davvero in contatto col mondo: agisce d'istinto come lo squalo e diventa per paradosso l'unico avversario che non abbassi la guardia e si affidi all'improvvisazione.

Gongolante per aver incanalato le mie impressioni in un percorso interpretativo chiaro, capii sul serio il film però solo la mattina dopo. Giuro. Steso sulla riva, captai il discorso di un altro bagnante (un ragazzo di non più di vent'anni) che decantava in puro dialetto le lodi dello Squalo, per giunta criticando i numerosi sequel. In soldoni e traducendo, "Quello sì che era bello, metteva paura". Nascondendo la faccia sotto il cappello, trattenni a stento un sorriso, immaginando la pernacchia che avrebbe rivolto al mio pippone sulla hybris, e lì sulla riva, al caldo del sole, con la salsedine nelle narici, pensando ai granchi e ai pesci nascosti sotto l'acqua densa, fui illuminato: il miracolo sta nel combinare la visceralità, la concretezza dei sensi di fronte alla natura, con la profondità che solleticava le derive interpretative.
Lo squalo era ed è, "semplicemente", un film che parla a tutti, sempre. Altro che nostalgie.

 



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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