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Les Herbes Folles - recensione del film di Alain Resnais

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Dopo il difficilmente digeribile Cuori, visto qualche edizione del festival di Venezia fa, Alain Resnais presenta in concorso a Cannes Les Herbes folles, storia surreale e stralunata che va a raccontare con toni da commedia l’irrazionalità, la profondità e la volatilità del sentimento amoroso.


Les Herbes Folles - recensione del film di Alain Resnais

Dopo il difficilmente digeribile Cuori, visto qualche edizione del festival di Venezia fa, Alain Resnais presenta in concorso a Cannes Les Herbes folles, storia surreale e stralunata che va a raccontare con toni da commedia l’irrazionalità, la profondità e la volatilità del sentimento amoroso.


È una voce off onnipresente oltre i limiti dell’invadenza (in originale quella di Edouard Baer), ad accoglierci in Les Herbes folles e a introdurci i suoi protagonisti, che Resnais inquadra subito in maniera insolita e obliqua. Dall’equilibrio tra parole e immagini diviene subito chiaro che Marguerite e Georges sono due personaggi singolari, che con la realtà (e la fantasia) hanno un rapporto tutto loro e trasversale. E sarà una realtà altrettanto bizzarra a portarli a contatto l’una con l’altro: perché Georges, trovato il portafogli rubato a Marguerite e abbandonato privo dei contanti dallo scippatore, osservando i documenti della donna decide in maniera (in)cosciente di essersi innamorato di lei, scatenando dentro e fuori di lui una reazione a catena di eventi imprevedibili che porterà vicini e li farà davvero innamorare.

Francesissimo (ma assai meno snob del prevedibile, nonostante i consueti vezzi dell’86enne regista), cinefilo, stralunato, spiazzante e surreale, il nuovo film di Alain Resnais gioca a spiazzare lo spettatore con situazioni e ragionamenti ai limiti del paradossale, eppure coerentissime con la base e gli intenti del suo racconto. Perché Les Herbes folles racconta con toni da commedia (a volte molto riusciti, altre un po’ compiaciuti e logorroici) di quanto possa essere improvviso e imprevedibile, irrazionale eppure ragionato, profondo proprio perché così incerto e apparentemente volatile il sentimento amoroso.

Marguerite e Georges costruiscono un rapporto e un amore (quasi interamente platonico) sulla base di spinte impulsive, di brusche retromarce, di arroccamenti e di improvvise concessioni; tutto, o quasi, sotto gli occhi della moglie di lui, che osserva serena e sicura come se fosse la cosa più normale del mondo. E dopo un po’, nemmeno dall’altro lato dello schermo ci si sorprende più delle sincopate e discontinue dinamiche dei protagonisti, né delle enigmatiche bizzarrie del finale. Forse perché, parafrasando una battuta del film “al cinema, niente ti stupisce” e perché non è un caso che la prima volta che Resnais faccia apparire la scritta “Fine” e al momento del primo e unico bacio tra Marguerite e Georges.

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