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Leaving Neverland: botta e risposta fra la famiglia di Michael Jackson e il regista sul doc che lo accusa di abusi sessuali

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Grande sconcerto ha suscitato il documentario presentato al Sundance

Leaving Neverland: botta e risposta fra la famiglia di Michael Jackson e il regista sul doc che lo accusa di abusi sessuali

In questi giorni si parla molto negli Stati Uniti di un documentario, presentato al Sundance Film Festival, in cui si torna sulle accuse, più volte evocate, di abusi sessuali su minori perpetrate da Michael Jackson. Leaving Neverland di Dan Reed, titolo che rievoca il nome del noto ranch del cantante a Santa Barbara, California, è stato acquistato da HBO che lo trasmetterà prossimamente in due parti. Si tratta di una lunga e durissima testimonianza di abuso su minori da parte di Wade Robson e James Safechuck, oggi ultra trentenni, che raccontano come Jackson li avvicinò come amico, quando avevano 7 e 11 anni, abusandoli sessualmente per anni. Il tutto suggerendo come non siano stati di certo gli unici a subire una tale sorte.

La proiezione ha suscitato, come prevedibile, reazioni forti, proteste e addirittura minacce dai fan più appassionati del cantante. Arriva ora anche la riposta ufficiale della Jackson Family, che ha condannato “il linciaggio pubblico", definendo il documentario pieno di bugie dette da Robson e Safechuck.

“Michael ha sempre porto l’altra guancia, come del resto noi, quando alcune persone si sono accanite con i membri della nostra famiglia; è la maniera dei Jackson. Ma non possiamo tacere mentre è in corso un pubblico linciaggio, con affermazioni di ogni tipo da persone che non hanno mai incontrato Michael e ora gli danno contro. Non è qui per difendersi in prima persona, altrimenti queste insinuazioni non sarebbero state fatte. I creatori di questo film non erano interessati nella verità. Non hanno mai intervistato una singola anima che avesse conosciuto Michael, eccetto i due spergiuri e le loro famiglie. Questo non è giornalismo, e non è giusto, ma i media stanno alimentando questa storie”.

Pronta contro risposta è arrivata da Dan Reed, con un’intervista a The Hollywood Reporter. “Hanno un asset prezioso da proteggere”, ha detto, “ogni volta che una canzone si ascolta il registratore di cassa si mette in movimento. Non mi sorprende che si siano mossi, lottando in difesa della loro risorsa”. La fondazione che gestisce l’eredità del cantante ha definito il film “un assassinio da tabloid”, definendo i due testimoni intervistati “degli opportunisti”.
“Un lavoro di quattro ore può essere ritenuto un tabloid?”, ha risposto Reed. “Non commento, non è un film su Michael Jackson, ma è una storia su due famiglie e lui è solo un elemento della storia. È il resoconto di un abuso sessuale e delle sue conseguenze che emergono più tardi nella vita”.

Il film è stato accolto da una standing ovation da parte di un pubblico chiaramente scosso, le reazioni critiche sono finora positive, mentre la messa in onda americana, su HBO, è prevista per la prossima primavera



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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