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Le nostre recensioni dal Festival di Locarno 2012

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The Wedding Party - un matrimonio con sorpresa di di Leslye Headland Der Glanz des Tages, lo splendore del giorno di e No di Pablo Larrain con Gael Garcia Bernal sono 3 dei film che sono stati presentati al Festival di Locarno 2012. Li abbiamo visti e recensiti per voi.


The Wedding Party - un matrimonio con sorpresa di di Leslye Headland, Der Glanz des Tages, lo splendore del giorno di Tizza Covi e Rainer Frimmel e No di Pablo Larrain con Gael Garcia Bernal sono 3 dei film che sono stati presentati al Festival di Locarno 2012. Li abbiamo visti e recensiti per voi.

The Wedding Party - un matrimonio con sorpresa (Bachelorette) di Leslye Headland


La distruzione di ogni tabù e dignità femminile delle protagoniste, una Kristen Dunst cattivella e con manie di perfezione, una Isla Fisher simpatica e un po’ tarata, e una ninfo-malinconica che è appunto Lizzy Caplan, arriverà, ancora una volta, attraverso un delirante e distruttivo addio al nubilato.
Un ulteriore addio prematrimoniale, filone con cui ad Hollywood da sempre “vanno a nozze”, che nonostante l’inflazione di genere riesce a divertire, creando addirittura una certa di tensione per le incresciose vicende mostrate dagli esiti imprevedibili. Film come questo giocano a chi la spara più grossa, e la Headland, ottiene un ottimo punteggio a suon di disastri e profanazioni di quello che ancora è il rito più meticoloso della nostra società, il matrimonio appunto.
I titoli di testa, in cui vengono presentate le tre ex-compagne più carine e tremende della scuola, e anche l’obesa futura sposa soprannominata “faccia di maiale”, che ha la pessima idea di volerle anche al pre-cermonia, ci danno un assaggio del ritmo che il film mantiene costante e incalzante per tutta la sua durata.
Frutto di un lavoro di squadra ben assemblato e dell’ interpretazione delle protagoniste, davvero eccellenti e credibili nel diventare “ragazze sull’orlo di una crisi di nervi”, pronte a usare il sesso come passpartout, ma allo stesso tempo schiacciate dalle loro proiezioni di successo, bellezza e amore, e pronte ad affogare ogni amarezza con il divertimento più estremo.


Der Glanz des Tages (lo splendore del giorno) di di Tizza Covi e Rainer Frimmel



Philip in una Amburgo ghiacciata si scatta foto ad una macchinetta automatica vestito da generale, è attore e sul palcoscenico sta lavorando al Woyzeck, e la sua vita è riempita da quelle di tutti gli altri personaggi che interpreta da un mese a un altro nei più importanti teatri di Germania e Austria. Nello stesso freddo arriva dall’Italia Walter, zio di Philip, ex circense dalla vita realmente rocambolesca. Con poco da dirsi e con ancor meno in comune i due uomini si trovano di fronte, verso qualcosa di diverso che entrambi diventeranno. Partono così i registi Tizza Covi e Rainer Frimmel nel loro secondo lungometraggio di finzione, per raccontare queste due vite, e poi qualcuna di più, che intersecandosi, come spesso accade, cambiano il proprio corso. E’ il loro modus operandi, puntare soggetti, in quanto persone portatrici di storie, e costruire il film attorno ad esse.
Come era successo con La pivellina i due autori stupiscono per il loro tocco magico, lieve e allo stesso tempo profondo, con cui affondano minuto dopo minuto nell’intimità di certi rapporti interpersonali. Lasciando i protagonisti con poche indicazioni davanti a sé stessi e alla videocamera (sia Walter che Philip sono esattamente quello che sono nella vita reale), i registi arrivano alla magia. Quella fatta da dialoghi semplici e toccanti, che avvicinano lo spettatore ai personaggi e i personaggi tra di loro. Minuti preziosi quelli a cui assistiamo, perché capaci di restituire la veridicità di un carattere, di una storia o di un pensiero come accade sempre più raramente, anche nel cinema di documentazione.
Con Der Glanz des Tages, lo splendore del giorno, torniamo da un’umanità ricca, di cui intuiamo (soprattutto attraverso Walter) una sofferenza non esibita e lo slancio vitale nel “compromettersi” per gli altri.
Altri che ancora una volta sono bambini, perché l’infanzia è l’altro tema immensamente caro alla Covi e a Frimmel. Sono loro, senza far niente, a portare gli adulti a mettersi in gioco (come farà Walter per due piccoli moldavi), sono loro che ancora riescono a tirare fuori il meglio da certe persone.
Non si tratta di raccontare favole, indorare la pillola di una realtà disumana, nascondere il dolore. Si tratta di avere la capacità di evidenziare un’empatia di cui gli uomini hanno bisogno e che da qualche parte è rimasta, magari regalando quel poco di bello e giusto che siamo ancora capaci di fare. Der Glanz des Tages, con onestà e intelligenza riesce in questo, è capace di trasmetterci una speranza mai sopita.

No di Pablo Larrain



Un film dopo l’altro il 36enne Pablo Larrain si avvicina sempre di più alla completezza di intenti e del proprio discorso filmico, tanto da convincere senza riserve. Con il suo No (vincitore della Quinzaine des realisateurs a Cannes 2012) il regista allarga in modo assoluto il suo obbiettivo cinematografico, dando vita alla complessa e vertiginosa narrazione di uno dei più difficili spaccati socio politici della storia recente.
Il momento cruciale del decorso della dittatura di Pinochet in Cile che coincise, nel 1988, con l’indire di un referendum che abolisse la rinomina automatica del generale a capo dello stato, è osservato e riportato alla luce in un’ottica dall’indiscutibile valenza semiotica.
Scegliendo di raccontarlo (servendosi ancora una volta di una regia scarna e di una fotografia “graffiata” e iper-realistica), attraverso il lavoro di chi per settimane preparò la campagna televisiva di 15 minuti quotidiani a favore del No,e dei loro avversari sostenitori del SI, Larrain moltiplica lo spazio di indagine con cui guardare ai concetti di democrazia, comunicazione di massa e libertà di pensiero. Termini ormai logori per l’abuso che se n’è fatto e si continua a farne, e che riportati in un’era quasi pioneristica (il boom delle agenzie pubblicitarie negli anni ’80, l’inizio della diffusione dell’immagine politica attraverso la costruzione a tavolino di modelli demagogici e il populismo d’assalto come strategia del consenso) ritrovano un’urgenza di senso che ci riguarda più che mai, e in Italia non si sa quanto. Il personaggio che sceglie di coinvolgere in questa mise en abime della comunicazione e del linguaggio visivo (interpretato da uno straniato Gael Garcia Bernal), è quello di un pubblicitario rampante, partner di un’agenzia dalle esplicite aderenze con il regime, che accetta per pura sfida personale la missione quasi impossibile di promuovere il No. Intorno a lui gli esponenti dei partiti di opposizione, letti dal protagonista come dinosauri dalla retorica in via di estinzione, che inizialmente (e comprensibilmente) non riescono a trovare un punto di congiunzione con il decantato nuovo tipo di linguaggio, “moderno” e televisivo da spot pubblcitario, che edulcora ogni orrore con stereotipi esterofili di “felicità”. Ancora intorno a lui una moglie ben più compromessa dalle proprie posizioni politiche con cui reggere un confronto impari: quello tra il comodo qualunquismo che riesce a rendere benestanti e il giudizio di chi, mettendosi in gioco totalmente, perde il rispetto di chi nasconde la testa sotto la sabbia.
Ed è qui che i fili di Larrain si intrecciano con un’armonia ammirabile, perché contrariamente a quanto accadeva con la miseria umana del protagonista di Tony Manero (Alfredo Castro qui, ancora una volta dopo Post Portem, individuo di ambigua e respingente umanità) marcato stretto dalla narrazione che lasciava (ben intendere), ma sullo sfondo, la catastrofe cilena, in No ben a fuoco c’è il fagocitante contesto sociale. La vita privata del protagonista ha il peso specifico perfetto per entrare e non prevaricare su qualcosa di più ampio, tanto da lasciare il tempo ad ogni riflessione o argomentazione che il film propone di svilupparsi completamente. Attraverso gli occhi del giovane pubblicitario, in una soggettiva tremendamente oggettiva, riusciamo a guardare ad un intero sistema, quello della comunicazione, dritto dritto sin dalle sue fondamenta.
Una prova di intelligenza autoriale portentosa, in cui, quasi miracolosamente come la vittoria del NO, si combinano momenti di ironia e salvifica leggerezza.

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