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Le giornate del Florence Korea Film Fest

Annunciandovi l’inizio della kermesse di cinema sud coreano (dal 23 al 31 marzo a Firenze), qualche giorno fa, vi avevamo lasciato con il vivo consiglio di affacciarvi, se vi fosse stato possibile, su questo angolo di cinema



Annunciandovi l’inizio della kermesse di cinema sud coreano (dal 23 al 31 marzo a Firenze), qualche giorno fa, vi avevamo lasciato con il vivo consiglio di affacciarvi, se vi fosse stato possibile, su questo angolo di cinema che si mostra ricco come un tesoro nascosto e sorprendente in queste nove giornate, che si concludono oggi, fatte di film estremi, ultra romantici, coraggiosi e divertenti.

Always
Tutto comincia con Always del regista Song Il-gon , il primo film da noi visto, che ha aperto la rassegna davanti ad una sala gremita, rimasta con le lacrime sospese per oltre due ore. Un melodramma dal ritmo torrenziale come le emozioni che vuole scaturire, semplice, visti gli elementi su cui è costruito, ma niente affatto scontato nella sua portata emotiva.
Parliamo col regista, 40enne con svariati film di successo alle spalle (il suo Flower Island vinse il premio come migliore opera prima alla 58esima Mostra del cinema di Venezia) e cineasta rappresentativo del buon stato di salute della cinematografia coreana, che ci racconta come fosse partito dal semplice desiderio di girare un film in una città immensa come Seoul, forse senza un’idea più precisa, ma certo che l’enormità del luogo e il carico di vita che si consuma nelle sue strade sarebbero state perfette per dare il via a una vicenda forte. Come forte e solido è l’impianto su cui si regge Always,
storia d’amore tra un ex campione di boxe, una vita perduta nel caos di Seoul, e la dolcissima ragazza cieca che ha perso vista e genitori in un incidente d’auto.
Il loro amore tremante, fatto di incertezza, protezione e duro lavoro per conquistare slancio e fiducia reciproca diventa l’assoluto, per cui senza più esitare si è pronti a dare la vita per la felicità dell’altro.
Un film che abbraccia senza timore tutta la retorica che si confà al più classico dei racconti sentimentali – a cui rimproveriamo solo il fatto di avere in sé troppi finali! - in cui tornano temi dall’apparenza naif come sacrificio, redenzione, eternità, riportati a verosimiglianza dall’interpretazione di due attori eccezionali come So Ji-sub e l’incantevole Han Hyo-joo, e dalla brutalità di immagini sporche di violenza cruda e affatto edulcorata. In mezzo brillano quei dettagli iper-realistici (le mutandine che otturano lo scarico della cucina e fanno si che questa si allaghi, il cattivo odore di scarpe troppo vecchie) profondamente spiazzanti perché ironici, ma forse ancor di più teneri, che contraddistinguono il linguaggio cinematografico coreano.
“Dopo Dance of time, il mio documentario, volevo raccontare una storia d’amore in un modo che oggi non usa più, ogni elemento, dalla cecità della ragazza, alla sofferenza fisica del protagonista è stato pensato per aumentarne l’impatto sullo spettatore. Per rendere più efficace il racconto”, ci dice Song Il–gon.
Pretesto narrativo quindi, la cecità della protagonista, che non risulta pero pretestuosa, arriva a catalizzare tutta quella scarica di sensazioni che si provano nella scoperta di un’attrazione, nell’approcciarsi alla conoscenza fisica di un altro essere umano sconosciuto, perché con gli “occhi chiusi” la perlustrazione è certo più intensa.

War of the Arrows
Onore, sacrificio, amore, sfide laceranti e personaggi indomiti sono elementi che tornano anche in un altro film visto al Festival in anteprima europea: War of the Arrows, di Kim Han-min, campione al box office in patria nel 2011 (secondo al botteghino soltanto dopo Transformers), storia di cappa e spada da 8 milioni di biglietti venduti e 50 milioni di dollari di incasso.
E’ un genere vivissimo nella Corea dei nostri giorni questo che riporta, con film imponenti, a uno dei periodi cruciali della storia del paese, quello dell’invasione subita dalla Manciuria e i successivi anni di guerra per ritrovare l’indipendenza.
“Come l’Italia, anche la Corea ha subito l’invasione e l’influenza di numerose culture e popolazioni, e siamo ancora interessati a raccontarne gli effetti sul grande schermo, i momenti in cui la storia si fonde con la leggenda e il mito, i passaggi fondamentali della nascita del nostro paese”, ci dice il regista Kim Han-min, che torna alle ambientazioni del suo film d’esordio Paradise murderer.
In War of the Arrows viene raccontato l’assedio da parte della dinastia cinese Chung a quella coreana Chosun, la deportazione dei 500.000 coreani verso la Mancuria, il massacro di interi villaggi, la resistenza per la libertà.
Ancora una volta la morte è esibita, mostrata fino all’ultimo rantolo, in sequenze colme di sangue e falcidiazioni, a dimostrare quanto, facendo cinema in Corea, senza compiacimenti, non si indietreggi comunque in nessun genere di film, davanti all’orrore realistico di sequenze impensabili in occidente.
A cucire memoria storica e leggenda è la traiettoria delle frecce scagliate (con l’arte di una disciplina nobile e arcaica, ancora poco raccontata, anche in corea) dall’eroe protagonista, Na-mi (interpretato da Park Hae-il), arciere imbattuto, alla disperata di ricerca di fidanzata e sorella, fatte prigioniere dal nemico, dietro di lui i sanguinari militari invasori. Una caccia all’uomo impari ed estenuante che accellera e rallenta in sincronia con il respiro di chi scappa e insegue e con il paesaggio circostante, che costringe a salti nel vuoto, immobilità raggelante e lentezza strategica.
“Il film ha l’alternanza di ritmi, le pause e le accelerazioni dell’esibizione di un’orchestra al completo” ci spiega il regista, che ha pensato il film come il primo capitolo di una trilogia sulla storia dell’indipendenza coreana: “nel secondo capitolo questo effetto sarà ancora più eclatante, perché ci saranno scene di battaglie in mare, e il ritmo del mare è ancora diverso, più variabile, ci sarà ancora più gioco tra velocità e lentezza, silenzio e caos.”
Il secondo film di questa ideale trilogia racconterà altre gesta eroiche, quelle dell’ammiraglio Yi Sun-shin che riuscì, con le sue flotte marine, a respingere l’ invasione giapponese all’inizio del ‘600.

L’omaggio a Song Kang-ho
Questa Nouvelle Vague coreana, come viene definita spesso, ha quindi “il suo Jean-Pierre Leaud”, il suo attore feticcio. E’ Song Kang-ho trasformista dalla carriera relativamente breve ma intensa (22 film, ed un successo per cui è divenuto idolo assoluto in patria) pronto, conclusa la sua visita fiorentina, a volare verso Praga dove lo attende il regista Bong Joon-ho (insieme a Chris Evans, Tilda Swinton e Jamie Bell) sul set del thriller Snow Piercer.
L’attore ha incontrato il pubblico in una bella conferenza stampa, in cui si presentavano anche i 9 film scelti dal Korea Film Fest per la retrospettiva a lui dedicata.
Song
, che nasce come attore teatrale, è riuscito ad incarnare sempre nuovi personaggi dimostrando una straordinaria abilità nel creare uno stile di recitazione che appare ogni volta diverso. L’attore ha così dato corpo e voce ad alcune delle figure più affascinanti degli ultimi anni,come quelle nate dalla fantasia visionaria di regista Park Chan-wook e Bong Joon-ho. I personaggi rappresentati da Song sono sempre uomini comuni alle prese con una quotidianità difficile e contrastante (detective incapaci, pugili scorretti, padri vendicativi, sacerdoti vampiro…).
E’ lui ad assorbire come una spugna e a ri-trasmettere con grande forza i tratti di un’umanità che spesso arranca, fallisce e si umilia, eppure la sfanga, vittoriosa, quando alla fine il premio è aver tirato avanti per un altro giorno!
Questi i nove film proiettati al festival: The Foul King e The good, the bad, the weird di Kim Ji-woon; JSA – Joint Security Area, Sympathy for Mr. Vengeance e Thirst di Park Chan-wook; Memories of Murder di Bong Joon-ho; Secret Sunshine di LeeChang-dong; The show must go on di Han Jae-rim e Hindsight di Lee Hyeon-seung.

Arirang di Kim Ki-duk , si chiude il festival
Serata finale questa sera, venerdi 31 marzo, a chiudere il sipario sul Florence Korea Film Fest, sarà lo struggente grido di solitudine lanciato al mondo dal regista Kim Ki-duk attraverso il suo documentario Arirang (vincitore della sezione Un certain regard allo scorso festival di Cannes). Personalissimo, talmente intimo e introspettivo da necessitare una messa in scena (e risultare finzione), il film è un documentario autobiografico, in cui il regista “Incapace di girare un film, al momento”, riprende sè stesso con una fotocamera Canon. Guarda dritto in camera e parla dell’incidente accorso all’attrice sul set del film Dream, della possibilità che questa perdesse la vita, del fatto che fu lui a salvarla. Parla della sua sconcertante depressione, della soffocante consapevolezza che alla vita, se proprio si riesce a dare un senso, è quello del dolore e della sofferenza gratuita. Kim Ki-duk è qui se stesso, ma è anche vestito dei panni dei suoi personaggi,dei “tough guys” che chiedono vendetta. Poi torna ancora sé stesso piegato dal peso del proprio passato, dalla memoria dei suoi film, che ripercorre in un racconto che magicamente scaturisce fluido.
Impossibile anche stavolta non rimanere impressionati da questa visione, al ritmo di un’antica canzone popolare (arirang appunto) fatta soltanto di una parola dimenticata di cui non si ricorda il senso.

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