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La voce umana secondo Pedro Almodóvar e Tilda Swinton al Festival di Venezia 2020

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Dopo Anna Magnani, Ingrid Bergman e Sophia Loren, è Tilda Swinton, Leone d'Oro alla Carriera del 2020, a portare in scena il testo di Cocteau. E lo stile è puramente almodovariano.

La voce umana secondo Pedro Almodóvar e Tilda Swinton al Festival di Venezia 2020

Prima ci sono state Anna Magnani, Ingrid Bergman, Sophia Loren. E, ora, Tilda Swinton.
La grande attrice scozzese, cui la Mostra del Cinema di Venezia ha giustamente tributato quest'anno il Leone d'oro alla carriera, è la protagonista di La voce umana, nuova versione del leggendario testo teatrale di Jean Cocteau che racconta di una donna alle prese con la fine di un amore, sola col suo dolore, e con una voce maschile che non sentiamo mai che le parla, oramai distante in tutti i sensi, al telefono.
Questa volta a mettere in scena La voce umana, adattando liberamente il testo ai giorni nostri e alla sua sensibilità, è Pedro Almodóvar, che appena terminato il confinamento in Spagna si è affrettato a girare un cortometraggio di trenta minuti che, al Festival di Venezia 2020, è stato presentato fuori concorso.
Ma, come ha spiegato lo stesso regista, non era la prima volta che Almodóvar si confrontava con quel testo: "L'opera di Cocteau mi aveva già ispirato in La legge del desiderio," ha spiegato, riferendosi a quella scena in cui Carmen Maura, nel film un'attrice, era impegnata in una messa in scena di quel testo, "e ho fin dall'inizio pensato al successivo Donne sull'orlo di una crisi di nervi come a una versione espansa di quel testo, con più personaggi e senza la telefonata. Questa vicenda di una donna abbandonata, sola, sull'orlo della follia, con un cane, è una situazione drammatica che mi ha sempre stimolato," ha aggiunto il regista, "anche se penso però a questo punto non andrò più a disturbare il testo di Cocteau."

Pur rispettando lo spirito del testo originale, La voce umana di Almodóvar è moderno e originale, tanto nello stile - puramente almodovariano - della messa in scena (con un appartamento che verrà svelato nella sua finzione scenica di set cinematografico all'interno di uno studio di posa), quanto nelle parole affidate a Tilda Swinton.
"Dovevo appropriarmi del testo, non avevo altra scelta," ha commentato il regista. "Un testo che è vivo e può trasformarsi. Volevo che la protagonista fosse una donna moderna, e volevo che mettesse in scena un atto di vendetta. La maggior parte delle parole di Cocteau sono sparite per essere sostituite da nuove," ha continuato, "proprio perché il doveva essere mio, e mie le parole per raccontare la disperazione e il duello di questa donna in attesa. Questo corto per me è un capriccio, un'esperimento di libertà, un'esperienza nuova; esteticamente era molto ambizioso, teatrale e cinematografico assieme, per mostrare il mondo artificiale in cui la protagonista è calata."
E la protagonista è appunto una Tilda Swinton magnifica, vestita Balenciaga, che ha parlato del cinema dello spagnolo come "per me vicino a quello di Wyler, Cuckor, Wilder. Donne sull'orlo di una crisi di nervi è stato il primo suo film che ho visto, e ne ho immediatamente riconosciuto la voce. Ho un amico in Scozia che è un monaco benedettino," ha poi raccontato l'attrice. "Lui dice sempre di pregare per me, e una volta mi ha detto di aver pregato perché lavorassi con Pedro. E poi è successa questa cosa, che è una preghiera che si è avverata, un sogno diventato realtà."
"Lavorare con Tilda è stato magnifico, e mi piacerebbe che questo idillio con lei potesse continuare," ha commentato Almodóvar. "Per ora non c'è nulla di concreto in ballo, ma ci proverò: quando incontri l'alchimia perfetta con un attore è una cosa incredibile e meravigliosa, e mi impegnerò per lavorare di nuovo con lei."

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A chi gli chiedeva se con il recente Dolor y Gloria sia cominciata una nuova fase della sua carriera, Almodóvar ha risposto che la nuova fase "era iniziata già con Julieta. Sto andando incontro a una forma di narrazione più contenuta, con contenuti mélo che voglio trattare più profondamente possibile, con sobrietà e misura. Anche se questo corto non è esattamente contenuto, ma è barocco nei colori e nelle parole."
Il regista ha poi spiegato perché si sia affrettato a rimettersi al lavoro non appena finito il confinamento. "Il confinamento che ci ha costretto in casa ha dimostrato varie cose: per esempio quanto la gente dipende dalla finzione, dai racconti e dal mondo della cultura in generale. La cultura è necessaria, e in questi mesi le piattaforme di streaming sono state utilissime," ha detto. "È inquietante però continuare a vedere la casa come un luogo di reclusione, dalla quale possiamo fare tutto: lavorare, comprare ciò che ci serve, ordinare cibo, perfino incontrare l'amore. Allora voglio contrapporre a questa reclusione che continua nel tempo il cinema, che è il suo opposto. Il cinema è l'inizio di un'avventura: per andarci devi uscire, devi vestirti, stare in uno luogo buio con degli sconosciuti. Ma è una catarsi che fai assieme agli altri, un'esperienza umana essenziale, e per me come regista è importantissimo. Un film lo puoi vedere in qualsiasi modo, ma essere in sala e sentire il respiro dello spettatore mi dà un feedback che non avrei altrimenti. Appena finito il lockdown, quindi, mi sono messo a fare questo film e a preparare il prossimo. Torniamo al cinema: queste emozioni fondamentali le possiamo provare solo davanti a uno schermo grande, in compagnia di sconosciuti e al buio."
"Il cinema ci racconta che noi esseri umani non riusciamo a capirci, ma ci aiuta a provare a farlo, a comprendere il prossimo, a metterci nei suoi panni," ha aggiunto Tilda Swinton. "La mia grande illusione è quella della comunicazione."
"La mia prima grande illusione è quella di essere vivo," ha detto Almodóvar. "La seconda quella di essere vivo, e di vivere facendo cinema. La terza, quella di essere qui con voi ora a parlare di questo film."

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