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La scuola di Guggenheim e la Maria di Chiesa

Superato il weekend festivo fitto di eventi e titoli importanti, il Festival di Roma si avvia verso la sua conclusione con una programmazione tutta in discesa


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Ultimi fuochi a Roma: la scuola di Guggenheim, la Maria di Chiesa, l'anarchia di Barco


Superato il weekend festivo fitto di eventi e titoli importanti, il Festival di Roma si avvia verso la sua conclusione con una programmazione tutta in discesa che per la giornata odierna ha previsto i suoi ultimi, piccoli fuochi.

Il titolo di maggior rilievo in programma in questa settima giornata è stato probabilmente Waiting for Superman, il nuovo documentario di Davis Guggenheim, il regista che con Una scomoda verità, incentrato sulle istanze del cambiamento climatico e sull’attività ambientalista dell'ex vice presidente degli Stati Uniti Al Gore, si era portato a casa un premio Oscar. Questa volta l'impegno di Guggenheim tocca un tema altrettanto importante dal punto di vista sociale e collettivo, quello dello stato del sistema scolastico: concentrandosi sullo specifico del suo paese ma riuscendo ad ottenere una valenza indubbiamente globale.
Il Superman del titolo del film, chiaramente ironico, è quel qualcosa che dovrebbe giungere a salvare un sistema che, per via di un complesso insieme di fattori, pare collassare sempre di più. Quella riforma che, apportando modifiche alle strutture, alla didattica e, soprattutto, battendo il corporativismo assistenzialista di uno dei sindacati più potenti d'America, spinga ad un incremento qualitativo degli insegnanti. Perché così come avveniva in Una scomoda verità, anche in Waiting for Superman Guggenheim non si limita alla documentazione di quanto è disfunzionale nel tema che ha scelto, ma racconta e presenta delle realtà funzionali e funzionanti e le indica a modello per uno sviluppo sostenibile e auspicabili. Nel caso specifico, in alcuni soggetti e in alcune realtà che hanno dimostrato coi fatti la possibilità di risollevare il sistema grazie all'impegno e alla dedizione. E alla lotta alle assurdità della burocrazia.
Concentrato sugli anni più cruciali dell'educazione, quelli che in Italia sarebbero delle elementari e delle medie, raccontati attraverso le vicende di cinque bambini, il documentario di Guggenheim è una testimonianza importante, che dovrebbe essere attentamente considerata nelle sue tesi di base anche al di fuori degli Stati Uniti; non ultimo in un paese come il nostro, nel quale quello dell'istruzione appare un problema sempre più sottovalutato.

E parlando d'Italia, per quanto riguarda il programma del Concorso, il Festival di Roma proponeva oggi in calendario il quarto ed ultimo film battente bandiera tricolore: Io sono con te, diretto da Guido Chiesa.
Quello di Chiesa è l’ultimo di una lunga serie di titoli che negli anni hanno voluto raccontare la storia di Gesù Cristo mettendo l'accento sull'umanità del soggetto e degli accadimenti e lasciando le questioni più prettamente spirituali e teologiche in secondo piano. Ma in Io sono con te, per parlare di Gesù, si parla di Maria, dipinta come una giovane donna silenziosamente ma caparbiamente rivoluzionaria, che con la sua opposizione pacifica allo status quo sociale e religioso del suo tempo, prima e dopo la nascita del figlio, ha contribuito in maniera fondamentale a far sì che egli sia diventato colui che tutti conosciamo. Io sono con te si appoggia tanto ai Vangeli tradizionali quanto a quelli apocrifi, abbracciando soprattutto alcuni studi e teorie recenti sulla figura di Maria, diventando un racconto dove, senza negare aprioristicamente le questioni del divino, la laicità di comportamenti tutti umani ricopre un ruolo fondamentale. Un racconto pedagogico, dove sono le scelte liberali e singolari di una madre a fare la grandezza (a venire) di un figlio; o, comunque, a darne senso e impulso. Stona forse in questo progetto il fatto che il film si apra con la presa d'atto di Giuseppe dell'Immacolata Concezione, scelta che appare fatta apposta per placare possibili polemiche, mentre progressivamente il racconto di quella parte di vita di Maria e Gesù che arriva fino ai dodici anni di quest'ultimo e alla sua fuga al tempio di Gerusalemme sembra abbracciare dinamiche un po' semplicistiche sui modi della straordinaria bontà e sensibilità di quel bambino.
Chiesa trova una chiave efficace al naturalismo nella scelta di girare in Tunisia, in dialetto locale e con un cast composto per la maggior parte di non professionisti; lo esaspera polarizzandolo tra esaltazione e distruzione con l'inserimento superfluo di alcune scene recitate in greco antico da attori professionisti italiani e internazionali. Il risultato è insolito, coraggioso, scentrato: e trova in questo, più che nel soggetto vero e proprio, l'aspetto di personalità più definito.

La personalità, il coraggio e la scentratezza non fanno di certo difetto ad un altro film presentato oggi in concorso: parliamo del belga Kill Me Please, diretto da Olias Barco e da lui stesso co-sceneggiato. Si tratta di una commedia nera e grottesca politicamente scorrettissima, ambientata all'interno di una clinica svizzera, ispirata ad una struttura realmente esistente, il cui primario dottor Kruger (che vi sia dell'ironia nel nome?) cerca di coronare il sogno di restituire dignità al suicidio e a chi lo commette, ospitando pazienti che sognano la morte, cercando senza troppe insistenze di farli desistere dal loro intento ma pronto ad accompagnarli dove necessario, se inevitabile, con tanto di ultimo desiderio garantito. Già scherzare, con acida cattiveria, su un tema delicato come questo non è da poco: se a questo si aggiunge la caratterizzazione estrema dei bizzarri ospiti della struttura e il fatto che, progressivamente, nel quadro di un ambiente inizialmente descritto come asettico e ordinato, la follia e la morte si scateneranno anarchiche e imprevedibili per riaffermare la loro supremazia su ogni possibile forma di razionalizzazione, si può avere un'idea di quanto Kill Me Please sia fuori da ogni canone tradizionale.
Non sempre in grado di tenere il giusto ritmo e il giusto (dis)equilibrio, ma ostinato a cercare la provocazione e la risata anche nelle scene più innegabilmente disturbanti, Barco pare ammiccare chiaramente a Benoît Delépine e Gustave de Kervern registi di quel Louise Michel presentato proprio a Roma due anni fa e del Mammuth attualmente nelle sale, cercando di ammantare ancora più di nero e di (non) senso un racconto cinematografico sregolato e imprevedibile. Mira molto in altro, specie sul fronte delle riflessioni, serie, che vorrebbe suscitare, rischiando di eccedere in presunzione: ma è lo stesso capace di colpire, tanto in basso quanto in alto, e di azzeccare delle scene francamente esilaranti.



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