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La prière: recensione del dramma di rinascita spirituale di Cédric Kahn in concorso alla Berlinale 2018

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Un ragazzo tossicodipendente si avvicina alla religione.

La prière: recensione del dramma di rinascita spirituale di Cédric Kahn in concorso alla Berlinale 2018

Quella di Cédric Kahn è una figura eccentrica. Nato regista e sceneggiatore, si diletta negli ultimi anni con qualche incursione molto riuscita nella recitazione, come nello splendido Dopo l’amore, al fianco di Bérénice Bejo. Anima ribelle, sincerità diretta che non va per il sottile, prosegue un percorso di fuga dalla contemporaneità, intesa come sistema di relazioni precostituite e spesso soffocanti, iniziato con risultati alterni con Vie sauvage, in cui un padre di famiglia si nascondeva per dieci anni, fuggendo dal mondo - e dall'ex moglie - con i due figli. Questo volta la fuga dalla società è quella (auto)imposta a Thomas, un ragazzo tossicodipendente che per disintossicarsi entra in una comunità fondata da una suora, rigorosamente solo maschile: con il reparto femminile non sono ammessi contatti. Una realtà sospesa fra i monti, isolata da tutto e che pretende dai nuovi adepti di abbandonare legami e vita precedente, tanto che Kahn di Thomas non ci racconta niente, prima dell’arrivo in questo luogo in cui si superano le dipendenze con la preghiera e un duro lavoro, quasi morboso.

La prière è un film che osserva un mondo particolare scorrere, giorno dopo giorno e mese dopo mese, senza prendere posizione, osservando le contraddizioni di chi propone di superare una dipendenza con un’altra, quella da Dio, ma soprattutto dal gruppo di compagni d’avventura, con i loro rapporti sinergici che evitano la solitudine, ma anche ogni forma di privacy. Un controllo reciproco che all’inizio innervosisce l’irrequieto Thomas, portato poi a trasformare la rabbia in applicazione, nel tentativo di scoprire la fede, e attraverso questa l’amore, anche quello carnale.

Droga e fede, in un giardino dell’Eden difficile da abbandonare, in preda alle tentazioni della Gomorra che inizia appena a valle. In un’epoca in cui le dipendenze aumentano sempre, e invadono la quotidianità, l’antidoto è antico e porta alla verticalità, verso il cielo, fino a un’escursione in alta montagna in cui il superamento di ferite diventate per Thomas stimmate porta a un nuovo battesimo. Particolarmente convincente la performance del giovane protagonista, muscolare e intenso, cui presta il volto Anthony Bajon, già notato in Les ogres di Léa Fehner.

Sono i legami fra questa strana comunità, composta da tante storie e provenienze diverse, a risultare l’aspetto più interessante di questo lucido film di Cédric Kahn, che diventa un sofferto racconto di una nuova libertà da conquistare, superando la paura di uscire dalla Chiesa intesa come comunità, costituita spesso da persone molto lontane dalla religione, ma che utilizza il lavoro e la recita di salmi e canzoni sacre come un mantra, una ripetizione che isoli la spinta verso la mela proibita. La sincerità dell’improvviso slancio di fede di Thomas è messa in dubbio, in una delle più convincenti sequenze del film, dalla suora fondatrice della struttura, di poche parole ma dalla mano svelta, interpretata da Hanna Schygulla.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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