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La pandemia, una linea di confine della storia: incontro con Roan Johnson su State a casa, il suo film in quarantena

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In uscita nelle sale il 1 luglio, State a casa è un film in quarantena che racconta con gli strumenti della commedia, ma anche del genere, la storia di quattro trentenni chiusi in casa e di un presente che sconvolge le loro vite.

La pandemia, una linea di confine della storia: incontro con Roan Johnson su State a casa, il suo film in quarantena

“Scrivo per esorcizzare le mie paure”. E non scrive poco, Roan Johnson, che ha scritto due romanzi e molte sceneggiature, dopo aver frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia. Prima la televisione, poi il cinema, con l’esordio, I primi della lista, seguito da Fino a qui tutto bene e Piuma. Proprio l’appartamento affollato di studenti fuorisede e fuoricorso nella sua Pisa somiglia a quello al centro del suo nuovo film, State a casa, che fa i conti con la quarantena e la pandemia, dopo il successo di sette stagione de I delitti del BarLume, dalla seconda all’ultima, l’ottava.

In arrivo nei cinema dal 1 luglio per Vision Distribution, State a casa è prodotto da Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, una produzione Palomar e Vision Distribution. È stato presentato oggi alla stampa. Nel cast Dario Aita, Giordana Faggiano, Lorenzo Frediani, Martina Sammarco e Tommaso Ragno

“Per natura mi sono scoperto più regista”, ha così commentato la sua variegata esperienza di scrittura il regista, Roan Johnson. “Magari in futuro la cosa cambierà, ma sono sceso a patti sul fatto che mi sento a mio agio sul set. In primo luogo, lo spunto per questa storia viene dall’ineluttabilità di quello che è accaduto nella nostra vita con la pandemia. Coinvolgerà un paio di generazioni, che dovranno fare i conti su com’erano le cose prima, dopo e cosa facevano durante. È una linea di confine della storia, quella che abbiamo tracciato in questi mesi e credo che anche una serie o un film che non parlerà del covid dovrà farci i conti. Come accaduto dopo la guerra o l’11 settembre. È stato un evento ancora più eccezionale, con tutto il mondo chiuso in casa, magari con una differenza di alcune settimane, ma provando la stessa sensazione. Un evento universale, vissuto sì da ognuno nell’intimo familiare, ma condivisa con il resto del mondo. Qualcosa mai successa prima nella storia. State a casa l’ho scritto anche per ragioni catartiche, per esorcizzare. Ho scritto varie storie, ma questa era la più potente, una dark comedy che ho temuto di non finire. Ha avuto bisogno di varie sessioni e letture, fino a che i nodi si sono sciolti e sono andato in fondo a questa storia.”

Un finale cupo, con un inizio invece da commedia, con le dinamiche di vita quotidiana sconvolta dei quattro coinquilini. “Mentre stavo a casa mi sentivo un privilegiato, con una carriera e una vita impostata, ma se avessi 27 anni, la fascia d’età più colpita con gli adolescenti, fragile economicamente e psicologicamente, sarei uscito di testa. Mi son ritrovato in Nicola e un po’ in Paolo, i due protagonisti maschili interpretati da Lorenzo Frediani e Dario Aita, con ambiguità e contraddizioni con cui fare i conti. Ci sono due registri che si mescolano per molto tempo, come una dissolvenza incrociata, con una progressione dall’inizio spensierato e giocoso verso un cupo vaccino psicologico finale, come mi piace chiamarlo”.

State a casa è stato girato a Roma durante il secondo lockdown, fra novembre e dicembre, mentre è ambientato durante il primo. Due settimane di prove, con gli attori che hanno vissuto nella stessa casa in cui, poi, hanno girato il film per due settimane, mettendo a frutto la convivenza. 

“È ambientato a Roma, anche se l’unico riferimento è l’accento del portiere, ma è una storia che credo possa risuonare in ogni città, non solo italiana. Ci siamo preparati con due settimane di prove, con riprese poi in ordine cronologico, dopo aver studiato a lungo il balletto necessario per la camera e gli attori, visti i lunghi piani sequenza. Una preparazione quasi teatrale. È stato strano, raccontavamo di un mondo in pausa, ma noi vivevamo settimane frenetiche, una montagna russa di sentimenti. Penso che tutti siamo stati combattuti fra due reazioni opposte: pensare che non ne saremmo usciti più o che era solo un’influenza. Ognuno ha guardato allo specchio sogni, paure, aspettative e si è estremizzato il meglio è il peggio della società. Un racconto catartico per esorcizzare dove stavamo andando.”

Qual è stato il ruolo del Covid, nel film? Così Roan Johnson, “il virus è una scusa, qualcosa capace di far emergere il peggio della natura umana, o quantomeno amplificare le luci e le ombre. Nessun personaggio è totalmente positivo o negativo. Ogni volta ci sono sempre due lati: la nostra natura duplice è estremizzata dalla pandemia. La bolla ci ha portato a far fronte ai demoni e ai mostri, scatenando gli istinti più generosi o egoistici. Il Covid ci ha fatto guardare allo specchio e questa storia racconta, come in un piccolo laboratorio, cosa sarebbe accaduto se tutto fosse andato proprio male male, se avessero trionfato gli istinti peggiori: gelosia, egoismo, avidità, sfiducia. Questo film vorrebbe essere, e portare in giro la sua natura di vaccino.”

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