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La master class di Ettore Scola, regista dell’età dell’oro

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Il presidente del Bif&st parla di Sordi e Totò e di com'era bello credere tutti nelle stesse cose.

La master class di Ettore Scola, regista dell’età dell’oro

Il maestro Ettore Scola, che del Bif&st è il Presidente, è stato accolto con scroscianti applausi e commozione dal pubblico del Festival di Bari, un pubblico in prevalenza giovane, ansioso di lasciarsi consigliare da uno dei registi della vecchia guardia, un artista che ha lavorato in un tempo nel quale chi faceva cinema aveva uno sguardo comune.
Intervistato da Enrico Magrelli, il regista de La terrazza e C’eravamo tanto amati, ha alternato aneddoti di vita da set a riflessioni sull’Italia di oggi.
Ecco, nel dettaglio, di cosa ha parlato nella master class di oggi.

Un mondo senza cinema
Chissà come sarebbe stato il mondo senza il cinema, senza il realismo dei fratelli Lumière e la fantascienza di George Méliès. Di certo si tratta di un’arte che al principio fu accolta con diffidenza dagli intellettuali. Tutti la guardavano con sospetto, ad eccezione di Majakovskij, che un giorno disse: "Nel cinema c’è una concezione di vita". Nemmeno Verga lo amava, al contrario di Pirandello. Avere un mondo senza il cinema è come avere un mondo senza letteratura. Senza il cinema ci mancherebbero le idee, i dubbi. Nonostante le crisi, il cinema resta un bene comune necessario a tutti.

Regista, falegname o calzolaio?
Da bambino ero indeciso se diventare falegname o calzolaio. Ricordo che all’epoca i calzolai andavano a casa dei loro clienti a prendere le misure dei piedi. Era un processo lungo e meticoloso. Rammento l’emozione legata al mio primo paio di scarpe fatte su misura, mi affascinava vedere la lenta progressione di un lavoro e la trasformazione di un materiale in una piccola opera d’arte. Anche il lavoro di un falegname è qualcosa di prodigioso: si comincia con l’albero tagliato e si finisce con un tavolo, una sedia. Ogni mobile ha una sua anima, così come un film. Il lavoro di un regista non è poi così diverso da quello di un falegname. Entrambi devono sapere da dove partono e a quale risultato vogliono arrivare.

I "negretti" e la risata di Totò
C’è stato un periodo in Italia in cui si facevano 30 o 40 film comici all’anno. A occuparsi della sceneggiatura erano Metz e Marchesi. Buttavano giù fino a dieci copioni contemporaneamente, poi li passavano a quelli che in gergo si chiamavano 'i negretti', giovani giornalisti che affollavano le redazioni di periodici e quotidiani e che avevano il compito di aggiungere dialoghi e situazioni buffe. Io ho cominciato così ed è il periodo di cui ancora oggi vado più fiero. Mi sarei fatto volentieri un biglietto da visita con su scritto: 'Ettore Scola, negretto'. Di quel periodo ricordo un meraviglioso incontro con Totò. Andai a casa sua con Metz e Marchesi, che gli lessero il copione perché lui era quasi cieco. A un certo punto scoppiò in una fragorosa risata per una battuta scritta da me. Ecco, quella risata è il mio Oscar, quello che non ho vinto nonostante le cinque candidature.

Registi di ieri e registi di oggi
Non ho grandi consigli da dare ai registi di oggi. La mia generazione è stata più fortunata della loro. Avevamo grandi modelli. In più, eravamo immersi in un contesto storico che ci forniva argomenti di cui trattare. Eravamo da poco usciti dalla guerra, eravamo pieni di macerie e conoscevamo benissimo i colpevoli, che erano il Fascismo e il Nazismo. Oggi è arduo trovare un colpevole, la realtà è difficile da interpretare e le responsabilità sono condivise. Come si fa oggi ad amare l’Italia? Come si fa a scrivere un libro o a fare un film se non si ha un colpevole con cui prendersela? Se non c’è qualcuno da ammirare, un grande uomo com’era ad esempio Enrico Berlinguer? I registi di oggi non sono all’altezza dei loro predecessori perché non esiste più un orizzonte dove spingere lo sguardo. Noi avevamo uno sguardo comune, guardavamo tutti nella stessa direzione e così nascevano complicità, amicizie, gruppi di lavoro.

Alberto Sordi
Alberto Sordi era pazzo, imprevedibile, un provocatore, ma non lo faceva apposta, però si divertiva a spaventare la gente. Ricordo una volta in cui andammo a cena da un Generale, un uomo tutto d’un pezzo e dall’aria minacciosa. C’erano politici, contesse, gente importante insomma. A un certo punto Sordi si avvicinò al Generale, batté i tacchi e disse: "Lei tesse le lodi dei soldati, perché non parla degli alpini?". Poi cominciò a cantare le canzoni degli alpini. Era completamente pazzo.

Dino Risi
Mi sarebbe piaciuto dirigere Il sorpasso, ma non sarei stato bravo come Risi. Dino aveva il dono della leggerezza. Il film raccontava un’Italia che si andava rovinando, ma lui ne parlava in maniera quasi scanzonata. Era una persona piena di grazia e naturalezza, una persona generosa che non cambiava mai una sceneggiatura.

Il cinema è politico?
Tutti film sono politici, anche Dumbo è politico, perché c’è una politica degli animali. C’è politica quando ci sono persone che discutono. E’ in questo senso che La terrazza è un film politico. Poi c’è il cinema sociale, il cinema civile di Francesco Rosi, ma è un’altra storia.

I tempi morti sul set
La noia maggiore l’ho provata sul set dei miei colleghi, quando mi capitava di andarli a trovare. Cercavo sempre una scusa per fuggire al più presto. Mi annoiavano anche i tempi morti dei miei set. Ognuno dei miei attori ingannava l’attesa come poteva. Vittorio Gassman aveva mille piccoli foglietti che riempiva di appunti. Jack Lemmon era fissato con i cruciverba, si portava dietro libroni di enigmistica. Nino Manfredi approfittava delle pause per studiare la parte, Marcello Mastroianni invece viveva al telefono. Aveva bisogno di un contatto continuo con gli amici e i familiari. Mi domando che ne sarebbe stato di lui nell’era dei cellulari. Ricordo che sul set di un film all’estero girava con le tasche piene di gettoni. Alberto Sordi, dava fastidio agli altri, disturbava, faceva i dispetti, muoveva le scale degli elettricisti. Massimo Troisi, infine, cantava canzoni tristi.

Un invito al giovane pubblico del Bif&st
Siete giovani, belli, scattanti, inventatevi qualcosa. Dovete fare qualcosa! Questo paese è paralizzato, va cambiato e non sarà certo Renzi a cambiarlo. Non pensate al cinema, a diventare registi, cercate di portare la vostra personalità in quello che fate, che siate calzolai, falegnami o scrittori. Non c’è bisogno di andare in montagna, di impugnare mitra, ci vogliono le idee e persone che amino il proprio paese.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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