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La mafia in chiave ironica di Pif e un dramma polacco convincono al Torino Film Festival

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Per non dimenticare la conferma dell'indie americano

La mafia in chiave ironica di Pif e un dramma polacco convincono al Torino Film Festival

Nuvole lontane a Torino, in più di un senso. Il sole brilla e illumina il consueto serpentone di pubblico in coda per godersi un festival che negli ultimi tempi gode di splendida salute. Continua a crescere anche con la direzione Virzì, tanto che rispetto alla passata edizione, nei primi tre giorni di festival, si è registrato un incremento che sfiora il 30% per quanto riguarda gli incassi e la presenza di pubblico. 165.000,00 euro di incasso rispetto ai 127.000,00 del 2012. La prossima scommessa sarà quella di adeguare le sue strutture e la logistica a un evento che sta assumendo delle proporzioni significative.

Passando ai film oggi è la giornata della presentazione, in concorso, del nostro film più atteso: La mafia uccide solo d’estate di Pif. Dopo mesi di voci che ne parlavano con toni elogiativi finalmente è stato presentato al Torino Film Festival, anche se dopo una discutibile presentazione romana di alcuni giorni fa.
Va detto subito che le attese sono in buona parte ripagate da un film molto interessante, che racconta con una chiave ironica, ma piena di sottile pietas e non certo di grottesca compiacenza, il ruolo della mafia nella Palermo dagli anni ’70 all’uccisione di Falcone e Borsellino. Nel farlo Pierfranceco Diliberto racconta la crescita del piccolo Arturo, alle prese con il primo grande amore, mettendoci molti ricordi personali e il vissuto di un ragazzo che cresceva in una città piena di silenzi, di non detti, di esempi negativi, ma anche di persone in guerra ogni giorno per la legalità, in prima linea. Persone come Rocco Chinnici, che diventa un vicino di casa complice delle trame amorose di Arturo. Un film che guarda la società palermitana con il filtro di purezza di un’anima candida, riuscendo a divertire e commuovere, spesso entrambe le cose nello stesso tempo. Un risultato non da poco. Del film trovate qui la nostra recensione.

Il nutrito battaglione di registi in coppia a Hollywood è aumentato di numero quest’anno con l’esordio alla regia di Jim Rash e Nat Faxon, sceneggiatori vincitori dell’Oscar per Paradiso amaro. A Torino presentano C’era una volta un’estate, in uscita in Italia.
Un ragazzo è costretto a passare le vacanze estive con la madre e soprattutto con il patrigno, prepotente e pronto a sminuirlo in ogni occasione, a punzecchiarlo e a dimostrare di non riporre alcuna fiducia in lui e nella sua crescita futura. Le sue giornate noiose e piene di verbosi deliri alcolici degli adulti si rianimano quando scopre un parco acquatico e soprattutto il suo gestore: sopra le righe, eccentrico, ma anche capace di stargli vicino dimostrando inattese capacità da saggio zio acquisito. Un ruolo convincente per Sam Rockwell, che insieme al patrigno Steve Carell in vacanza dai ruoli da tenerone per indossare quelli di un bel figlio di… Sul film entriamo più nel dettaglio nella recensione che trovate qui.

Dopo aver parlato di due buoni film concedeteci di dedicare spazio a un film che sembra destinato a un pubblico ridotto di appassionati, ma che vi segnaliamo come il nostro preferito della giornata. Ci consola sapere che Ida sarà distribuito da Parthénos in collaborazione con Lucky Red. Con il passare delle ore ci sembra sempre più tra le cose migliori viste in tutto l’anno. Pawel Pawlikowski è un regista polacco di formazione britannica. In quel paese ha consolidato una carriera che lo ha portato a dirigere My Summer of Love con una Emily Blunt all’esordio al cinema. Dopo molti anni è tornato nella sua terra di origine attratto da una storia che sintetizza le tragedie della Polonia del XX secolo in 80 minuti attraverso la storia, ambientata nel 1962, di una giovane ragazza che vive in convento. È senza una famiglia, almeno così crede, ma scopre pochi giorni prima di prendere i voti di avere una zia che vive in città, disinibita e indurita, giudice del regime comunista,. Attraverso l’alcol, il fumo e una vita sessuale molto attiva, cerca di celare il dramma del suo passato, che pian piano racconterà alla nipote, con la quale intraprenderà un viaggio alla scoperta dei genitori morti durante l’occupazione nazista. Una morte provocata dal vicino di casa, una morte come tante con lo scopo di prendere possesso della casa e dei beni degli ebrei caduti in disgrazia, per approfittare della cornice “ufficiale” dello sterminio, della shoah, per un atto di barbarie tanto privato quanto comune in quegli anni tragici.

Ida è un film al femminile, in cui riecheggia l’austerità di un Bresson, che accumula una tensione che diventa insostenibile con il passare dei minuti, anche grazie a un rigore formale ammirevole. Soffoca lo spettatore tanto quanto costringe la protagonista in inquadrature sbilanciate, con uno spazio in alto innaturale che la opprime. Pochi dialoghi, una musica jazz che prende il posto di quella classica e sacra, quasi ad accompagnare le protagoniste verso il futuro, verso una pace interiore che per la zia è irraggiungibile e per la nipote è un obiettivo che prevede la conoscenza di un mondo che ha visto finora solo attraverso la rigidità di un convento.
Pawlowski riesce a costruire una vicenda dallo sviluppo narrativo appassionante e di una profondità esemplare come la capacità di sintetizzare in queste due donn



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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