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La lunga strada verso i Leoni: il Festival di Venezia in dirittura d'arrivo tra Vasco e il nostro semaforo

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Conosceremo stasera, a partire dalle 19, le decisioni della giuria guidata da Cuaron.


“Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata amore mio...”.
No, non la cantava Vasco ieri sera, protagonista di un incontro attesissimo e frequentatissimo, con una Sala Darsena gremita per sentirlo parlare di sé e per vedere un piccolo (e deludente) film dal titolo Il decalogo di Vasco, piazzato con astuzia in chiusura di Festival di Venezia.
Quella lì virgolettata è la prima strofa de “La musica è finita”, canzone scritta da Franco Califano che nel 1967 è stata portata a un altro Festival, quello di Sanremo, da Ornella Vanoni, e che è stata anche eseguita, oltre che dallo stesso Califfo, anche da Mina, da Renato Zero. Perfino da Robert Plant in una versione inglese. Giuro.

Vasco no, lui non l'ha cantata mai. Però ecco, sarebbe stato veramente un finale come si deve, con un'esibizione del genere.
Al Lido, oggi, sono rimasti infatti in pochissimi: chi al Festival lavora, ovviamente, i giurati, ovviamente, e un po' di quei cronisti che devono seguire da vicino la serata di premiazione che avrà inizio questa sera alle 19, trasmessa anche da RaiMovie.
L'ultimo giorno di un festival è sempre qualcosa di particolare: tira già aria di dismissione, e fra gli addetti ai lavori è tutto un rincorrersi, domandarsi e confrontarsi su premiati: “dice che al Lido è tornato Tizio,” “dice che alla giuria è piaciuto tantissimo Caio.” Voci che s'intrecciano, e che spesso lasciano il tempo che trovano.
Certo è che la giuria di quest'anno è chiamata a un compito davvero difficile.

Presentando il programma, Alberto Barbera aveva dichiarato che ci saremmo trovati di fronte una selezione eterogenea e molto varia, soprendente: e in effetti così è stato, tanto in positivo quanto in negativo.
Rimanendo nell'ambito del Concorso, c'è da notare che questa eterogeneità ha forse dato la sottile impressione di un'identità vagamente sfocata, e meglio definibile il prossimo anno, con una curiosa alternanza (anche quasi temporale) tra un cinema più vicino alle esigenze del pubblico e dei salotti nelle prime giornate di programmazione e uno più cinefilo nella seconda parte della manifestazione, con il culmine rappresentato dal Behemoth di Liao Zhang. Niente di male in tutto questo, a parte la mancanza di qualche titolo capace di fare da enzima aggregatore per le due identità, e qualche scelta davvero poco spiegabile. Esempio lampante, in questo senso, è The Endless River, un film che davvero non si spiega come sia finito a Venezia e pure in Concorso.
Ci sarebbe anche da dire, poi, che qualche titolo di Orizzonti avrebbe potuto meritare il concorso principale, ma questo è un altro discorso, e più complesso.

Tornando alla giuria, il loro compito non sarà facile per il fatto di trovarsi di fronte a una selezione di livello non eccelso (ma Barbera l'aveva detto, anche questo, che l'annata non era delle migliori), all'interno della quale spicca un film, il cinese, che, se fatto vincere, si porterà appresso le solite polemiche sullo scollamento tra i festival e i gusti del pubblico, sebbene io ieri abbia provato a spiegare che non è così. Discorso analogo varebbe per Sokurov, mentre forse l'opposto potrebbe emergere in caso di Leone d'oro a L'Hermine.
In un panorama del genere, potrebbero profittare dell'impasse per farsi largo film buoni (anche per tutte le stagioni, ma non eccelsi e inferiori ai citati) come From Afar, come Abluka, come El Clan, o magari perfino Anomalisa. O magari potrebbe essere la volta buona di Marco Bellocchio, che sennò chi lo sente, o dell'Amos Gitai di Rabin, o di Skolimowski: i grandi autori sui quali la giuria potrebbe trovare un accordo.

La strada per il Leone, dunque, è ancora impervia e avvolta nella nebbia.
Fossi io a dover regolare il traffico per l'accesso ai premi, il semaforo per i Leoni, farei così:

Semaforo verde per:
- Francofonia, di Alexandr Sokurov
- L'Hermine, di Christian Vincent
- Sangue del mio sangue, di Marco Bellocchio

Semaforo giallo per:
- L'attesa, di Piero Messina
- El Clan, di Pablo Trapero
- A Bigger Splash, di Luca Guadagnino
- Rabin, the last day, di Amos Gitai
- Abluka, di Emin Alper
- Anomalisa, di Charlie Kaufman
- 11 Minutes, di Jerzy Skolimowski
- From Afar, di Lorenzo Vigas
- Remember, di Atom Egoyan

Semaforo rosso per:
- Beasts of No Nation, di Cary Fukunaga
- Looking for Grace, di Sue Brooks
- Marguerite, di Xavier Giannoli
- Equals, di Drake Doremus
- The Danish Girl, di Tom Hooper
- The Endless River, di Oliver Hermanus
- Heart of a Dog, di Laurie Anderson
- Per amor vostro, di Giuseppe Gaudino

E Behemoth? Behemoth ha la corsia preferenziale, ha la sirena, ha il diritto di precedenza. Il semaforo lo brucia comunque. Un po' come, sul fronte attoriale, fa Alfredo Castro. Tra le attrici, tenete conto che, per tradizione, almeno una delle due Coppe Volpi deve rimanere in Italia: quindi, fate un po' voi due conti.

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