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La lunga ombra di Guillermo del Toro su Scary Stories to Tell in the Dark

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Nel film, dal 24 ottobre al cinema, l'influenza del messicano - che del film è produttore e co-autore del soggetto - si sente eccome.

La lunga ombra di Guillermo del Toro su Scary Stories to Tell in the Dark

La stanza di Stella, la giovane aspirante scrittrice di racconti horror che è protagonista di Scary Stories to Tell in the Dark (nei nostri cinema dal 24 ottobre), è tappezzata di poster di vecchi film dell'orrore, e di fumetti dello stesso genere. La vediamo nelle prime scene del film, quelle in cui ci vengono presentati i personaggi, e poco dopo questi stessi protagonisti li ritroveremo in un drive in dove viene proiettato il film che ha fatto la storia del cinema horror, cambiandone radicalmente l'aspetto e lo stile: La notte dei morti viventi di George A. Romero, realizzato proprio in quel 1968 che è l'anno d'ambientazione di Scary Stories.
Difficile non leggere in questi omaggi la firma di Guillermo del Toro, che di questo film è non solo produttore, ma anche co-autore del soggetto. Così come è difficile non leggerla in quel sottotesto sottile - fatto di trasmissioni radiofoniche e televisive, ma non solo - che in qualche modo lega gli eventi spaventosi che nascono da un libro stregato e maledetto con la guerra del Vietnam.



Se la passione del messicano per la storia del cinema horror pre-romeriana, quella fatta dei vecchi film in bianco e nero, e delle creature che hanno fatto la storia del genere  (e che sarà omaggiata da una retrospettiva del Torino Film Festival 2019), è oramai nota anche ai sassi dopo lo straordinario successo di La forma dell'acqua (dal Leone d'oro di Venezia fino ai quattro Oscar), forse è più utile ricordare che dall'inizio della sua carriera il regista ha spesso intrecciato la storia dei suoi film con quella che porta la "S" maiuscola. Già nell'esordio di Cronos, che vinse la Settimana della Critica a Cannes nel 1993, del Toro apriva una dialettica "maledetta" tra passato e presente; ma è nel dittico composto da La spina del diavolo e Il labirinto del fauno che intesse un rapporto stretto tra gli eventi oscuri vissuti dai suoi protagonisti con contesto storico in cui operano: lì il franchismo, qui il Vietnam.

Che la spaventosa serie di libri per ragazzi scritta da Alvin Schwartz da cui Scary Stories to Tell in the Dark prende il titolo abbia attirato l'attenzione di del Toro sorprende poco: quelli di Schwartz sono libri che rielaborano leggende metropolitane e folklore locale, avvicinandosi quindi alle forme archetipiche della fiaba, che il messicano ha sempre mescolato a elementi orrorifici più tradizionali e puramente cinematografici.
E intessendo una struttura che potesse essere allo stesso tempo contenitore e collante per portare al cinema le storie di Schwartz, era ovvio che il primo riferimento di del Toro potesse essere quello del racconto gotico, che è un altro dei tratti narrativi ed estetici distintivi del regista. In fondo, tutta la vicenda di questo film, legata a una vecchia magione ritenuta stregata, e alla presenza di una maledizione legata a una ex residente delle casa, divenuta un fantasma rancoroso, non fa altro che richiamare direttamente quel Crimson Peak che è rappresenta l'apice del gotico così come inteso dal messicano.

Se tutto questo non bastasse a dimostrare quanto sia evidente il marchio di del Toro su Scary Stories to Tell in the Dark, aggiungiamo due piccoli dettagli. Il primo: nel trailer del film, si vede come sul volto dello spaventapasseri che sarà uno degli spaventosi babau del film, brulichino insetti assai poco gradevoli; ed è noto come del Toro ami in modo particolare soffermarsi su questi esseri striscianti, tanto da aver dedicato loro tutto un film, Mimic.
Il secondo: nel 2016 il messicano ha creato per Netflix una serie animata intitolata Trollhunters. Il norvegese André Øvredal, regista scelto per dirigere Scary Stories to Tell in the Dark, è diventato famoso proprio grazie a un film intitolato Troll Hunter. Secondo voi, è solo una coincidenza?



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